Il referendum costituzionale di sticazzi.

Nella pletora di informazioni erronee e fuorvianti sul tema referendario che ammorba internet, sovviene l’amico Ruzino a fornire di prima mano dati corretti e alla portata di tutti.

Entriamo nel vivo:

Nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il testo di legge costituzionale, approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, recante: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.

Testo alla cui agile lettura (318 pagine) rimandiamo per completezza: ma se vi accontentate lo riassumiamo in pillole.

 *** Senato:

Il numero dei senatori passa da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

*** Il voto di fiducia al Governo:

Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

*** Elezione del presidente della Repubblica:

Non basterà più la metà più uno degli elettori, ma serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti.

*** Approvazione delle leggi:

L’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera.

*** Approvazione dei provvedimenti del Governo (decreti legge e decreti legislativi):

La Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni.

*** Elezione dei senatori:

Non più durante le elezioni politiche, ma durante le elezioni regionali. Ad esempio attraverso un listino apposito o attraverso la nomina dei più votati. Il meccanismo sarà comunque proporzionale ai voti conquistati a livello nazionale, e i senatori dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

*** Poteri del Senato:

Il Senato si occuperà di enti locali italiani e anche di Europa. Avrà poi il ruolo di controllore delle politiche pubbliche e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Potrà infine eleggere due giudici della Corte Costituzionale.

*** Modifica del Titolo V della Costituzione:

Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, rapporti con la chiesa, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.), contrariamente a quanto avviene oggi.

*** Poteri della Corte Costituzionale:

La Corte Costituzionale potrà intervenire, sempre su richiesta, con un giudizio preventivo sulle leggi che elettorali di Camera e Senato. Dovrà pronunciarsi entro un mese, mentre la richiesta va fatta da almeno un terzo dei componenti della Camera. Ciò, onde evitare i recenti problemi di incostituzionalità scoperti a Parlamento già operativo (cfr. “Porcellum”).

§

Ora vai con le osservazioni.

La parola “riforma” mi fa venire la scarlattina. Emana un vago aroma di inculata: e sempre, sempre, dacchè mi ricordi, tutte le volte in cui nella storia repubblicana si è roboato di mirabolanti riforme (scuola, pensioni, lavoro, giustizia – solo per fare degli esempi), al fumo è puntualmente seguito l’arrosto.

Emerge difatti chiarissimamente, dal complesso della riforma, un mega accentramento di poteri in mano alla Camera dei deputati e, consequenzialmente, al Governo.

La Camera verrà eletta con un sistema (c.d. “Italicum”) sostanzialmente proporzionale con premio di maggioranza relativa: la lista che ottiene più del 40% dei voti al primo turno (o, se non l’ottiene, che vince al ballottaggio con la seconda – sicchè si capisce che a ballottare possono essere anche due liste che hanno ottenuto rispettivamente il 23 e il 15 per cento dei voti), si accaparra il 54% dei seggi = 340 seggi, maggioranza assoluta.

La Camera (ossia il partito di maggioranza relativa che ha vinto al primo turno o al ballottaggio, in questo secondo caso rappresentando uno spicchio proporzionalmente esiguo dell’elettorato) eserciterà dunque, sostanzialmente da sola, due prerogative essenziali: una prima, completare l’iter legislativo senza i fenomeni di navetta (passaggio della legge tra le due Camere) che tanto sapevano di democrazia partecipata e discussa ma che ora, nell’impigrirsi del lavoro del parlamentare, vengono additati come fastidiosi lacci e lacciuoli; la seconda, esprimere il Governo e votarne la fiducia.

Il Governo, che è espressione della Camera, ha assunto già da parecchi anni funzioni legislative che, nell’architettura costituzionale originaria, avrebbero dovuto essere sua competenza eccezionale: l’entrata a gamba tesa è ben rappresentata da questo specchietto (dati disponibili su qualsiasi banca dati giuridica):

Anno Leggi Decreti legge Decreti legislativi
1978 156 45 0
1988 174 77 3
1995 151 295 26
2002 118 44 37
2007 59 21 75
2008 73 38 41
2009 87 17 24
2010 72 22 73
2011 71 16 68
2012 101 32 52
2013 42 26 17
2014 71 27 44
2015 89 21 53

 

Insomma, negli anni ruggenti della democrazia, e nonostante il fenomeno della navetta, i parlamentari lavoravano a tutto vapore e producevano un casino di leggi ordinarie.

Il progressivo accaparramento del potere legislativo (Parlamento) da parte dell’esecutivo (Governo) inizia nel 1995 (Berlusca) e prosegue gagliardamente, salvo una leggera inversione di tendenza nell’era Monti – primo Renzi: ma da parecchio tempo le leggi ordinarie sono quasi tutte conversioni di decreti legge e di trattati.

La riforma costituzionale è gabellata come necessaria per sveltire i lavori parlamentari (cioè la produzione delle leggi): balla fotonica, poiché i lavori parlamentari sono sostanzialmente espropriati da anni dal Governo grazie anche, giova ripeterlo, a un drammatico impoverimento della responsabilità degli onorevoli che non assolvono più alle loro funzioni.

In poche parole, ciò che si ricava dalla riforma è un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo a scapito del legislativo, anzi una progressiva identificazione dei due poteri (produce le leggi chi le deve mettere in pratica, evenienza disperatamente osteggiata dai costituenti): il Governo avrà un via libera ai propri provvedimenti, immediatamente approvati da una Camera a lui asservita e la cui maggioranza assoluta è formata, oltretutto, da una maggioranza risicata dell’elettorato grazie al new sistema elettorale.

Per tale motivo i costituzionalisti più anziani e avveduti – ovviamente additati dai brillanti fautori della riforma come insulse e anacronistiche cariatidi – parlano di deriva autoritaria o “oligarchica”: perché il potere sarà più accentrato (rischio di autoritarismo) e nelle mani di pochi (rischio di oligarchia).

Poi, non venitemi a dire che non vi avevo avvisato.

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Di nuovo.

Scrivere in fretta non mi è mai piaciuto, specie dopo un lungo periodo di inattività che fa arrugginire lo strumento.

Avevo pensato di non scrivere mai più; di ricondurre, costringere, forzare ogni pulsione creativa a pura azione; in realtà impigrivo solamente: per cui devo, me lo devo, anche se di fretta.

Parlavo, prima, di natura, ambiente, politica in senso lato; e anche di amore sofferto: ripartirei da quel punto a rebours.

Dirò dunque di una, e dirò che incontrarla mi dà grande gioia.

È riservata e schiva: soffre appuntamenti e scadenze: vederla è come vedere Unicorno, e scriverle, come a Babbo Natale.

Ragion per cui venni duepiccato: il che avrei fatto io al posto suo dinanzi a qualcheduna bisognosa, mendica e tampinante sicchè il piccheggiamento le annette ancor più valore.

Ella è bruna, anzi molto mora e, dopo parecchio sole, cioccolatinosa, vieppiù data la fine grana della pelle; ha occhi d’onice animati da facelle e gatteggiamenti d’opale.

Purtuttavia non ne ho mai rappresentato lascivamente il corpo: avrei voluto entrarle nell’anima, pascolare e correre nelle praterie della sua mente, esplorare la sua profondità al tempo stesso così lieve, così infinita, ribollente di intelletto e passione selvaggia domata: inimmaginato è il bacio del disiato riso.

Ecco, ricomincio da qui.

Ruzinojus.

Le recenti sentenze penali che hanno destato scalpore (Cucchi, L’Aquila e, da ultima, Eternit), al di là delle condivisibili ragioni di diritto che le hanno determinate, dimostrano l’inadeguatezza, l’inaffidabilità e la sostanziale inefficacia del sistema di diritto penale italiano nel suo complesso considerato (regole sostanziali, regole procedurali, metodi di indagine) ad affermare una responsabilità di tipo penale, a sanzionare tale responsabilità con una pena quale che essa sia, a risarcire conseguentemente alla affermazione della responsabilità le persone danneggiate dal reato.

Esemplare – da ultima – la sentenza Eternit laddove, alla stregua del capo di imputazione contestato al supponente riccastro (eppertanto in nuce antipatico: vieppiù, e fino al midollo, leggendo le sue esecrabili e vergognose dichiarazioni circa “teoria del complotto”, “processi ingiustificati in violazione dei principi del giusto processo” e aspettative che “ora lo Stato italiano lo protegga da ulteriori e che archivi tutti i procedimenti in corso”), la Cassazione non poteva che pronunciare la prescrizione: la quale, compiendosi nel caso di specie in quindi anni, e cessata la condotta dolosa nel 1985/86 con la chiusura degli stabilimenti, si sarebbe compiuta andando a spannella nel 2001 o 2002: prima della fine del giudizio di primo grado, travolgendo anche la condanna al risarcimento del danno (se matura dopo la sentenza di primo grado, il risarcimento viene confermato).

Questa eventualità credo fosse nota e arcinota a tutti quanti gli addetti ai lavori coinvolti nel processo, in primis ai miei colleghi che ora cadono dalle nuvole.

Posto che la prescrizione significa che il reato è stato accertato e la responsabilità penale affermata (il che costituisce un buon presupposto per risarcimenti epocali in sede civile) è drammaticamente vero che, nella maggior parte dei casi, i giudici penali si siano trasformati in tristi macinatori di prescrizioni, con frustrazione delle persone offese, sgomento e scompiglio nell’opinione pubblica che non capisce la differenza tra proscioglimento e assoluzione, sconcertanti dichiarazioni di imputati e colleghi che parlano di brillanti assoluzioni, e stampa nazionale, tutta quanta (non solo i vari giornali e liberi, per i quali la deformazione della realtà è prassi) salvo rare eccezioni, a fomentare incultura e casino vuoi per totale ignoranza della materia trattata, vuoi per ammiccamenti a un giornalettismo da rotocalco buono per far tirare le vendite vellicando gli aspetti più coreografici della vicenda e gli istinti più bassi della gente: vai con la telenovela, l’occhio della madre, la carrozzella, uamm uamm.

Il problema – di inefficacia del sistema penale e di irresponsabilità dei media – si è tragicamente riproposto nel diverso caso del povero Cucchi: è possibile che non venga individuato nessun colpevole della morte di un ragazzo avvenuta mentre era in custodia? Sì, è possibile, quando probabilmente le indagini sono state confuse e approssimative (e mi fermo qui) e quando la responsabilità è diffusa: e allora i giudici non possono, perché tenuti ad osservare delle regole, pronunciare una condanna penalmente sostenibile.

Dopodichè, la sentenza e le circostanze tutte soggettive e oggettive dell’accaduto sono state tirate per la giacchetta a destra e a manca: leggasi: incapacità dei giudici, giustizia malata, fotografie scioccanti eppertanto probanti, festeggiamenti a dir poco inopportuni e, da ultimo e a coronamento dell’incapacità collettiva a capirci qualcosa come in una allegoria bruegheliana, le insensate dichiarazioni di un ex ministro.

A poco vale ricordare che, nella fattispecie, esiste una responsabilità civile riconosciuta in forza della quale la famiglia ha ricevuto, mi pare, un risarcimento di un milione e passa: quello che viene fomentato è il desiderio – per vero insito nella parte più ancestrale della coscienza umana – di ottenere un colpevole a tutti i costi, da sbudellare in piazza, fare a pezzi, distribuire equamente alla folla per placarne le ansie punitive.

Diverso ancora è il caso della sentenza de L’Aquila; resta difficile il comprendere come potessero essere, dei tecnici, responsabili per non avere esattamente previsto il sisma che si sarebbe verificato di lì a poco: ma anche questo finisce nella grande insalata mediatica dove tutto si rimescola e perde di senso.

Stiamo assistendo, da un lato, agli ultimi sussulti di agonia di un sistema penale da tempo incapace di rispondere (e non mi dilungherò a spiegarne le ragioni, in parte insite in regole che potrebbero essere migliorate e in parte puramente pecuniarie) alle normali esigenze di giustizia alle quali dovrebbe essere funzionale, individuando delle responsabilità in tempi ragionevoli e giungendo, in caso affermativo, ad eseguire delle pene adeguate, il che è fondamentale per infondere certezza e quindi rassicurazione nella gente; dall’altro alla de-civilizzazione dell’occidente e del nostro Paese in particolare: e una è contrappeso dell’altra: quanto meno è garantita la certezza del diritto, tanto più si agitano (e possono essere facilmente strumentalizzati) i furori del popolo.

(Il tutto lo avevo scritto quando è stata resa nota la sentenza Eternit).

Aggiungo che, talora, accade che la punizione sia inverata dalla angosciosa pendenza del processo in sè, protratta nel tempo, e dal dissanguamento economico dell’imputato in parcelle esorbitanti: trattasi, tuttavia, di un effetto laterale non previsto dal sistema.

Troppo spesso, però, la prescrizione, pur contemplata dal sistema, è (direi da una ventina d’anni a questa parte) il modo di concludersi “normale” di un processo anche a beneficio di chi se ne è strafregato: e questo è un prodotto degenerativo dell’istituto rispetto alla sua ragion d’essere (sfumare del disvalore del reato nella memoria collettiva, disinteresse dello Stato a perseguirlo).

Il fatto è che la prescrizione, così come la conosciamo oggi, risale agli anni ’30 e per decenni ha rappresentato un evento eccezionale in un mondo dove se dicevi a uno “ti denuncio” questo si cagava addosso e non rispondeva con una pernacchia o una controquerela inventata; dove l’essere sotto processo costituiva il massimo della vergogna; dove c’era maggior senso civico; e dove, riassumendo, i processi penali erano in numero mooolto minore di adesso e si concludevano con una sentenza di condanna o assoluzione nel merito.

Sicchè, il tourbillon mediatico/populista scaturito dalla gran messe di proscioglimenti per prescrizione degli ultimi anni ha dato adito ad opposti estremismi.

C’è chi, come parecchi colleghi, afferma che no, l’istituto non può essere soppresso o modificato perchè se lo Stato non riesce a confezionare una condanna nei tempi previsti contro un imputato (così come un privato cittadino non esercita un suo diritto di rango civilistico nei confronti di un altro), allora cazzi suoi.

C’è chi, come il Presidente del Senato Piero Grasso (e il Presidente del Consiglio che cavalca l’onda emozionale), tuona per l’abolizione della prescrizione tout court.

Entrambe le posizioni sono, ovviamente, sbagliate.

La prima, perchè la prescrizione penale non può essere paragonata a quella civile: la prescrizione penale può essere interrotta solo una volta (artt. 157 e 160 c.p.) da determinati eventi e accrescersi, così, di un quarto in base alla c.d. Legge “ex Cirielli” (es: il furto si prescrive in sei anni; l’interrogatorio o la richiesta di rinvio a giudizio ne interrompono il corso; il termine finale è di 6 + 1 e sei mesi = 7 anni e mezzo dalla data del reato); mentre la prescrizione civile può essere interrotta indefinite volte e decorrere da capo (art. 2945 c.c.).

Errano, inoltre, i colleghi, perchè non tengono conto del fatto che lo Stato siamo tutti noi eppertanto, se lo Stato non riesce per mancanza di mezzi o per regole anzianotte a concludere nei termini un processo penale, se l’istituto produce effetti distorsivi rispetto alla sua ragion d’essere iniziale, se la gran parte dell’opinione pubblica manifesta di essersi rotta i maroni nel vedere i delinquenti sgavagnarsela, ciò significa che qualcosa non funziona e tocca metterci mano.

La seconda posizione è sbagliata perchè non si può pretendere che un indagato o imputato resti sotto processo per tutta la vita in balia delle meline che caratterizzano oggi un processo penale: ha diritto ad essere processato, condannato o assolto in tempi brevi senza doversi consumare in attesa della sentenza: non lo dico io ma l’art. 111 della Costituzione, che occorre rispettare.

Tirando le somme, cosa facciamo?

La soluzione irreale sarebbe quella di pompare un casino di soldi – che non ci sono – nel sistema per incrementare l’organico di uomini (giudici, funzionari eccetera) e mezzi (computer, software, ma anche banalmente stampanti, fotocopiatrici, auto) cosicchè un giudice non abbia, come ora, un carico quotidiano di cinquanta procedimenti riuscendo a definirne tre e mandando al macero gli altri.

La soluzione meno irreale sarebbe quella di aumentare un pelino i termini di prescrizione e del suo rinnovo in caso di interruzione, e di modificare le regole in tema di notificazioni e correlative nullità (spesso il processo retrocede per capziose nullità nella notifica).

La soluzione forse più reale sarebbe un mix di queste due.

Il tutto, tenendo ben presente che il processo penale non può essere, così come si vuole pretendere che sia, la panacea di tutti i mali.

Marò.

Due eroi. Vanno liberati a ogni costo. I marò. Quei buoni a nulla del ministro degli esteri, dei vertici delle forze armate, facciano qualcosa. Dal febbraio 2012, quando due fucilieri del Battaglione San Marco imbarcati a protezione della petroliera Enrica Lexie spararono a due pescatori indiani, ad oggi, è passata molta acqua sotto le chiglie: tanto da far dimenticare l’episodio e ammantarli di un alone eroico e romantico: i marò, come congiuntamente sono appellati dalle frange più facinorose di stampa e web, i poveri marò, i nostri poveri ragazzi. Vengono così completamente obliterati nella memoria collettiva il fatto genetico e le sue conseguenze giuridiche: i nostri militari hanno effettivamente ucciso due persone e sono detenuti in custodia cautelare presso uno Stato straniero: dati trascurabili da chi implicitamente o esplicitamente considera l’India un Paese di straccioni dotato di un sistema giudiziario rozzo e brutale (e che a buon diritto dovrebbe immediatamente comprendere la nostra superiore civiltà e rilasciarli). Cioè grosso modo la considerazione riservata a noi da altre nazioni del mondo occidentale, Stati Uniti in testa che in occasione dell’episodio del Cermis come in altri non hanno mancato di trattarci come il parco giochi di casa tutelando vergognosamente le proprie malefatte. I cantori della liberazione dei nostri marinai, poi, guarda caso sono anche quelli che sostengono le più acerrime pene nei confronti degli extracomunitari che si azzardino a mettere piede sullo Stivale o commettervi dei reati; situazioni evidentemente a parer loro diverse da quella di un duplice omicidio commesso all’estero da due nostri connazionali (quando, non anche, di un atto di guerra). E si dimentica infine di analizzare quel che in termini di diritto probablimente conta di più, ossia se il fatto sia stato commesso in acque internazionali o meno così da spostare, giustamente e correttamente, la giurisdizione. Insomma, la frittata è stata fatta e tocca sorbirsi ritmi, rischi e imprevisti di un sistema giudiziario a noi incomprensibile opponendo tutte le ragioni del diritto; di sicuro non giova né alla diplomazia, né a sostenere queste ragioni lo strepito che si leva, e che di sicuro viene percepito nella giungla nera, popolata di thugs strangolatori.

Nuove dal telegiornale.

Avviata la riforma della Giustizia nello spirito dei costumi italici: introduzione del Codice Incivile e, per i più facinorosi, del Codice di Procedura Anale.

Entrano nel computo del PIL prostituzione e droga. Moody’s: no PIL, no party. Manderemo osservatori.

Polemiche sulla ricorrenza Togliatti – De Gasperi. A breve risolto anche l’annoso dualismo Scipione – Quinto Fabio Massimo.

L’Italia.

L’Italia è quel posto dove, se rispetti le regole, crei un problema e vieni sistematicamente inculato.

Esempio: ti fermi alle strisce pedonali? Ti superano in quindici, incuranti dei pedoni ai quali strombazzano selvaggiamente. Così è.