Metafore.

Oggi ho mangiato rigatoni conditi con il ragù di salsiccia che mi lasciò in eredità mio padre. Ieri la fondue acquistata insieme ad una mia ex. In certe culture primitive ci si cibava delle carni dei propri cari. Oggi lo si può fare metaforicamente.

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Cave canem.

Il cagnino sta morendo. Sì, lo so, da un bel pezzo solo robe tristi, governo ladro. Il miglior canino del mondo, l’amico più fedele. L’ho vegliato tutta la notte, steso sul divano con lui. Il compagno di tante avventure, di scarpinate in montagna con la prole, a dormire insieme in rifugio, di giri in bicicletta sul portapacchi perché ha la zampa corta. Mite, quando lo rimproveravo mi guardava con occhi dolci, stupefatti e mogi, “perché?”, ubbidiente fino al midollo a meno che non scorgesse di lontano una cagna dove precipitarsi. Compagno di musica, capitò che cantassi su un palco con lui al guinzaglio. Sentirlo dormire ronfettando nella cesta di fianco al mio letto, allungare la mano per accarezzarlo; e svegliarmi con lui sulle coperte. Non si vuole mai abbastanza bene, tutti gli attimi non goduti sono un rimpianto. Dormendo, sognava, e faceva piccoli fremiti e guaiti con voce cucciola sognando, io credo, di quand’era cagnolino. Spesso lo portavo con me al lavoro, come un fattore di campagna; imperturbabile tra la gente; amico di tutti gli altri cani (ma una volta un maremmano lo prese tra le mascelle e lo sollevò di peso). Ardito e libero esploratore, si era perduto all’altro capo della città e lo ritrovai dopo due ore, inspiegabilmente, davanti alla casa in cui mi ero da poco trasferito dopo la separazione. Il mio cagnino, il mio miglior amico. Si piange molto, le lacrime non finiscono mai e non bastano mai.

Personalismi 12. Mimnermo.

Scrivo dal cellulare. Oggi i miei fratelli hanno portato nostro papà al pronto soccorso. Debole, dicevano. Penso al caldo torrido, al poco bere – acqua, non sangiovese. Arrivo a dare il cambio. Mio papà straparla, vaneggia. A differenza di mia mamma, nessuna familiarità con l’Alzheimer. É sempre stato roccioso, tosto, ci siamo scannati per tutta la vita. I fratellini lo vedono ancora così. Vanno via. Mi viene il groppo. Troppo presto, troppo presto. Tac e tutto il resto. Aspetto, sono le tre passate. Lui fa cenni aerei con le mani. Adesso dorme. Una vecchia pastrugna le lenzuola. Un’altra arriva in lettiga, la bocca senza denti spalancata a risucchiare aria inconsapevole. Monitor. Io non me ne andrò così, attorniato da strumenti che non comprenderò, strappandomi gli aghi con mosse inconsulte. Io non me ne andrò. Io me ne andrò.

Rimini Rimini

Il nuovo mondo di Galatea

post dedicato a tutti gli amici riminesi ed in particolare a Ruzino, che spero non me ne vogliano per come, da straniera, parlo della loro città

L’unica cosa che ho capito bene di Rimini è che è un posto strano. Cosa che si può dire di ogni città al mondo, per cui come intuizione convengo che non è un granché.

E’ un posto strano perché sembra una città spaccata, come se fosse costruita a cavallo fra due universi paralleli: da un lato il lungomare, con i suoi hotel scatoloni parcheggiati in fronte all’Adriatico, e ai bordi delle stradone, larghe come arterie americane pronte a perdersi nel niente dell’infinito, un pullulare di negozi di chincaglierie a poco prezzo, piadinerie, pizzerie, gelaterie tutte con i menù e i cartellini illustranti la merce sottotitolati in russo, tanto che ti chiedi se per caso non hai sbagliato l’uscita del teletrasporto, e sei finito…

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