Personalismi 9.

Perché è tardi, hai tanto lavorato, fatto, visto, letto, incontrato, speso; hai pranzato – cosa? – e spiluccato a cena, parcamente bevuto ma il vino era buono: e vorresti un momento di televisione a scopo caminetto, immagini da guardare come fiammelle mentre i pensieri si sciolgono; scorri le zuffe dei ballaroni, gli amerifilm tutti uguali (il buono, il cattivo, si menano, il bene vince dopo accenno di soccombenza, gnocca radiosa lo premia), cuoconi e cuochetti, primo e secondo canale neanche li spingi, i serial hai smesso da Happy Days e nanonano; sicchè senti quel languore insoddisfatto di un breve desiderio non sopito, un dessert non servito.

Capita però, a volte, che il caso ti porga una chicca, manifestandosi nelle forme più strane e inaspettate e perciò più godute: nella fattispecie quella di un torneo di boccette: e resti affascinato a contemplare la studiata perizia delle geometrie, gli accosti millimetrici, il braccio dei due panciuti protagonisti – curiosa incarnazione della concentrata ascesi di monaci tibetani – mentre si dipanano lontani ricordi adolescenziali.

Puoi andare a letto.

Masterstronz.

Il concorrente è visibilmente affannato, rosso in volto. Ha un grembiule bruttato di sangue. Il sangue è anche sugli avambracci, sulle mani, e allarga la macchia di un fazzoletto che strozza un profondo taglio tra il pollice e l’indice.

“Allora, sentiamo cosa ci hai preparato. Come si chiama il tuo piatto?” domanda pacato uno dei tre giudici, uno con la barbaccia.

“Pane e salame.”

“Pane e salame? Tu pretendi che noi stiamo qui a mangiare pane e salame? Per chi ci hai preso?” sbotta, gelido, quello con la barbetta.

“Sì Chef. Scusi Chef. Ma al capocantiere è piaciuto moltissimo. Anche alla donna delle pulizie.”

“Al capocantiere? Al capocantiere?” Quello con gli occhialetti è incredulo. “Noi valutiamo piatti di alta cucina. Per gente importante. Tu vuoi farci perdere tempo e rubarlo ad altri più in gamba e motivati di te. Vergognati.” Strabuzza gli occhi, gli trema la voce.

“Che lavoro fai?” sussurra barbaccia scandagliando il concorrente con occhiate di disgusto.

“Il plastichino. Ma ho sempre cucinato fin da quando ero piccolo, era la mia passione, avrei voluto fare il cuoco invece del plastichino… a sei anni invitavo i miei compagni delle elementari a merenda preparandogli il Saint Honorè”.

Barbaccia ha un moto di riso trattenuto: “Il plastiche? Che coglione. E sei anche uno sbruffone. Altro che Saint Honorè. Vaffanculo tu, il pane e il salame.”

“Scusi ancora Chef. Mi dispiace Chef. Sono mortificato. Ma il salame l’ho fatto io. E anche il pane.”

“Ah, l’hai fatto tu. In un’ora. E dove avresti comprato la carne? E quale taglio avresti scelto, sentiamo?” chiede barbaccia, pignolo.

“No Chef. Ho ucciso il maiale. Un’ora fa. Ho macinato le parti più prelibate, filetto e controfiletto anzitutto. Stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare.”

“Tu ci prendi per il culo. Per la stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare basta mezz’ora. E nel resto del tempo cosa hai combinato oltre a farti le seghe?” sibila barbetta. “Tu forse dimentichi che quello al quale ti sei rivolto prima ha appena vinto il Gran Mestolone con il suo barracuda brasato in etere al profumo di pappataci e scorza di betulla.”

“No Chef. Scusi. Ho perso un quarto d’ora perché il maiale non voleva farsi macellare. Mi ha aiutato un cameraman. Mi ha anche dato cinque punti alla mano perché mentre sgozzavo il maiale mi ero ferito.”

“Il cameraman. Il sangue. E di che razza era il maiale?” interroga quello con gli occhialetti.

“Bionda di Velletri. Pochi grassi. Allevata a mele della val Venosta, mais, frutti di bosco, erba dei Prati di Tivo. L’esemplare è stato sottoposto a massaggi shiatzu ogni mattina e sera”.

“Mhhhh… saprai che la Bionda di Velletri va scannata con un coltello d’avorio. Tu che coltello hai usato?” indaga barbaccia.

“Quello del cameraman. Era un Opinel calibro 12. Il coltello d’avorio si è … rotto mentre inseguivo il maiale” scoppia in singhiozzi il concorrente. “Ma il salame è buono! È buono! Lo dice anche il capocantiere! È l’occasione della mia vita! Vi prego, assaggiatelo!” È un ometto grassoccio, suda moltissimo. Si strofina la faccia con le mani spalmandosela di sangue.

Barbetta è inflessibile. “Mi sa che non ci siamo. Anche la scelta dei tagli. La Bionda di Velletri è eccessivamente magra per usare solo il filetto e il controfiletto. Occorreva aggiungere il musetto, il grasso dei piedini disossati.”

“Però ha fatto il pane. E su, dimmi, il pane. Ha un profumo gradevole. Mi ricorda quello della Gina. Aaah, la Gina.” Occhialetti ha un trasalimento, il volto gli si distende, le palpebre socchiuse.

“Ho macinato il grano nella mola ad acqua. Grano Gran Visconte Straboni. Impastato con i gomiti insieme ad acqua delle cascate del Fiumelatte, lievito ozonizzato, sale delle isole Andamane, olio di olive Petullà” sorride, ora. “È buonissimo, Chef, lo dice anche il capo …”.

“Fa schifo.” Barbaccia interviene secco, spietato. “Lo sapevo che avevi adoperato l’oliva Petullà. Tutti uguali. Pensate di far colpo. Sento l’odore fin qui. Il fondo aromatico della Petullà guasta il pane. Ci vuole maggiore acidità. Per questo era più indicato, quantomeno, l’olio Pignatelli.”

“Oppure lo strutto di Carbonia” interloquisce occhialetti. “E poi non sono pienamente d’accordo sul sale delle Andamane. Troppo poco salato. L’abbinamento pane e salame in questo modo risulta stucchevole. La Gina, la Gina… aaah.” Rovescia indietro la testa, in pieno deliquio.

“Tu non vorrai che noi assaggiamo questa merda, vero?” gli fa eco barbetta lapidario. “Perché questa è una merda. E tu sei uno stronzo. Tu e il capocantiere. Per me è no.”

Il concorrente ciondola, farfuglia frasi inudibili.

Prende la parola barbaccia. Scandisce una sentenza. “Signor plasticoso, mi dispiace. Togliti il grembiule. Ti sei impegnato per le tue possibilità, invero limitate. Torna pure al tuo cantiere. E adesso stop.”

Si spengono i riflettori, le telecamere.

Barbaccia continua, solenne, nel silenzio.

“Noi proponiamo cibi immaginari. Cuciniamo pesci che non esistono più, verdure incontaminate, animali estinti. Il nostro scopo è nutrire fantasie, non corpi, riempire desideri, non stomaci. Pochi portafogli possono pagare i nostri menu ma tutti possono sognare di assaggiarli. È l’unione perfetta del panem con i circenses.” Arriccia le labbra in un ghigno benevolo. “Per questo il tuo piatto non andava bene. Non è suggestivo, non evoca, non irretisce. Anche se in un prossimo futuro … chissà.”

I giudici a latere assentono.

“Portatelo via.”

Il concorrente, inebetito e sottomesso, venne fatto sfilare da una quinta laterale. E di lui, classicamente, non si seppe più nulla.

Il braccio, violento, della Legge.

Ier sera a tarda ora, scanalando come sempre la tele a scopo caminetto, mi è capitato di vedere un pezzo di Ingroia dall’Annunziata.

Il suo obiettivo politico, dichiarato, è: voglio dare più potere alla magistratura perchè possa fare quello che deve, e voglio fare luce sulla trattativa Stato – mafia dei primi anni ’90, cosa che mi è stata impedita dalla Corte Costituzionale.

Una giornalista – di cronaca giudiziaria – gli chiedeva come potesse porsi in quel modo, lui magistrato, nei confronti della Corte Costituzionale, venendo così stoppata da uno sbraitato: “Ma stia zitta, lei non sa niente! La Corte Costituzionale è di nomina politica!”.

Ora, dopo Berlusconi che chiede più potere per il Governo per poter decidere quello che gli pare, dopo il Parlamento che questo potere se lo attribuisce da solo (ad esempio, negando l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cosentino et alii), ci mancava uno che invocasse la briglia sciolta per la magistratura mandando a puttane secoli di evoluzione del diritto.

Sorprendono, perciò, sia gli obiettivi, tanto nobili quanto minimali (potremmo anche fare luce sui moventi della strage di Portella della Ginestra, o sulle connivenze dello Stato in quelle dell’Italicus e di Piazza della Loggia) di un ex pubblico ministero che vorrebbe continuare, in altra veste, le proprie indagini; sia i modi, che ricordano tanto quelli del suo contraltare Berlusconi: l’autoritarismo, l’arroganza verso chi è in disaccordo, la disinformazione: perchè i componenti della Corte Costituzionale sono nominati in parte dalle alte magistrature, in parte dal Presidente della Repubblica e in parte dal Parlamento e a sentire quel che diceva Ingroia, e come lo diceva, a me è venuta paura.

Santusconi.

Mi sono visto – non ho potuto esimermi – Servizio Pubblico, iersera.

L’obiettivo, immanente, di cuocere a fuoco lento Berlusconi dopo anni di confronti indiretti, mi pare solo parzialmente centrato.

Santoro e Barlusconi sono due pesi massimi, due uomini in grado di suonarsele per davvero; eppure il match è stato – per la gran parte della trasmissione – signorile, e ciascuno potrà dire di esserne uscito bene.

A Berlusconi vanno tributati il coraggio di averci messo la faccia e la prestanza fisica per avere retto circa tre ore di diretta televisiva, a volte parando (pur nella opinabilità del pensiero) con serietà le stoccate degli intervistatori, a volte ricorrendo a espedienti da vecchio imbonitore nello snocciolare circostanze non verificabili.

Peccato per la caduta di stile finale, dopo il discorsino sottile di Travaglio: la monotona lettura di uno scritto preparato da altri da parte di Berlusconi (evitabile?), l’interruzione e la mancata stretta di mano da parte di Santoro (evitabili? pareva serio e assente durante le vignette di Vauro, come rimuginando un rimorso): ma toni accesi forse attesi da tutti.

E poi?

Volendo trarre dei significati ulteriori rispetto al merito, irrilevante (perché più che l’arrosto qui si è visto, e ha contato, il fumo, un gran bel pezzo di televisione, ottimo spettacolo, intrattenimento puro, e gli italiani trarranno – come sempre – le conseguenze politiche che più gli piacciono dalla simpatia verso gli atteggiamenti dei contendenti più che dalla sostanza), credo – a mio parere – che abbiano dannatamente ragione i radicali quando sostengono che vadano ripristinate le tribune politiche, che la politica televisiva non possa più passare attraverso i talk show.

La formula è frusta; e penso che la gente sia stata già abbastanza vessata dai dibattiti degli ultimi dieci e rotti anni, in cui i protagonisti si scannavano a botte di dati incontrollabili (“il 15% del 10% …”), insulti più o meno volgari, affermazioni autoreferenziali (“noi abbiamo fatto … voi non avete fatto …”); li evito accuratamente da mesi e mesi.

Insomma, quello che provo è di avere assistito a una rappresentazione in via di declino: un malinconico Buffalo Bill Wild West Show dove decrepiti cow boys, cavalleggeri e pellerossa trotterellavano stancamente, consapevolmente, in un’ultima sarabanda.

Servizietto pubblico.

C’è da dire che la mai troppo prematura scomparsa politica di Berlusconi ha azzerato il thrilling di una delle trasmissioni televisive più amate e odiate, Servizio Pubblico: niente telefonate minatorie in diretta, duelli all’ultimo calembour Bersani/Lupi, drammatiche dirette di Ruotolo con operai-minatori-valligiani disperati.

Giovedì sera è stato Matteo Renzi show, a riprova della fascinazione che sempre esercita sugli italiani un’abile, furbo e carismatico parolaio, il cui merito principale consiste nel sopportare il peso di una città affollata, oltre che da immigrati, prostitute e spacciatori, da gente rozza, infida e cattiva: i fiorentini.

Una noia mortale, tanto che Fini, nonostante tutte le sfighe gragnuolategli sul capo da cognati e consigli regionali, è riuscito a fare la figura del signore.

Il meglio del programma lo offrono il solito buon vecchio Travaglio e due gnocche di prima: quello scricciolino di Giulia Innocenzi, dal morbido intelligente sguardo ciglioso, e la fatata acuminata Luisella Costamagna.

Si spera, per le prossime puntate, nel topless.

Preistoria televisiva.

La domanda che si pongono miliardi di italiani, di questi tempi, è: come può ancora, nel 2012, la Rai mettere in palinsesto il Festival di Sanremo? E chi lo guarda?

Al banco a prendere il caffè eravamo in quattro e nessuno avrebbe mai e poi mai visto un minuto di festival; totale share = 0% e, anche se il campione in esame non è indicativo, gli altri quattordici milioni probabilmente frequentano altri bar oppure il dato è falso.

Tra gli artisti citati dai giornali i Matia Bazar, Eugenio Finardi, Gigi d’Alessio, Loredana Bertè; sorprendono le assenze di Bobby Solo e Little Tony: dove sono i gruppi, i cantanti e cantautori italiani di adesso, come quarant’anni fa potevano rappresentare il nuovo un Dalla, una Mia Martini?

E oltre al festival di Sanremo, a rendere degnamente l’immagine di una tivù fossile c’era anche Ballarò che, morto Berlusconi, è un programma palloso e senza senso, ora per davvero curiosamente virato verso  un linguaggio e rivendicazioni di quella sinistra anni ’70 che faceva venire tanta, tanta voglia di votare persino DC.

Legittima difesa.

Che due palle, probabilmente pensano i PM di Milano, ancora una volta costretti, loro malgrado, a mandare avanti una indagine che riguarda il Berlusca.

Perché secondo me non sono per niente contenti di farlo: semplicemente, gli tocca per dovere d’ufficio.

E dopo si devono beccare pure le reprimende del Berlusca, di Ghedini, di Cicchitto, di La Russa, di Capezzone e di tutti gli altri in tivù e a mezzo stampa; sai che due palle.

Ciò che puntualmente è accaduto anche in occasione della parziale stroncatura della legge sul legittimo impedimento del Presidente del Consiglio: Corte Costituzionale comunista, giudici comunisti, potere giudiziario che prevarica quello politico e patatì e patatà.

La stronzata più grossa, più ingannevole e in malafede è quella, con varie parole ma analogo contenuto riportata da politicanti e giornali amici, secondo la quale la sentenza – rimettendo ai giudici il potere di valutare la legittimità dell’impedimento – dimostrerebbe un presunto “strapotere delle toghe” che ovviamente ne ne approfitterebbero senza la minima “leale collaborazione fra istituzioni”.

È, questa, una solennissima cazzata in quanto:
– la Corte Costituzionale ha rilevato che il Presidente del Consiglio non può essere ritenuto automaticamente “legittimamente impedito” solo perché Presidente del Consiglio, se no egli sarebbe un po’ più uguale degli altri dinanzi alla legge, in violazione dell’articolo 3 Cost.;
– la Corte Costituzionale ha rilevato che il legittimo impedimento non può essere certificato dalla parte, neanche se Presidente del Consiglio (poiché invece il risultato voluto era che il Presidente del Consiglio mandasse una letterina al Tribunale dove, senza spiegare i motivi, si diceva legittimamente impedito, e il Tribunale rinviasse automaticamente il processo ad altra udienza);
– la Corte Costituzionale, infine, ha ammesso le ragioni del legittimo impedimento del Presidente del Consiglio, che tuttavia devono essere valutate dal Tribunale secono i parametri dell’art. 420 ter c.p.p. come per qualsiasi altro cittadino.

La nozione di “spirito di leale collaborazione” tra poteri dello Stato, già usata dalla Corte Costituzionale in altre sentenze, non mi sembra tanto un richiamo al potere giudiziario quanto una raccomandazione al potere politico/esecutivo, che ha dato prova di utilizzare in modo strumentale il legittimo impedimento fissando impegni sul più bello appositamente per bypassare le udienze.

Tale nozione è stata, ovviamente, interpretata in modo distorto additando preventivamente i giudici come sleali.

A tale proposito, vorrei notare che la strategia comunicativa dei berluscoidi, ogni qual volta appaiono in un programma televisivo, è ultimamente mutata.
Anni, mesi or sono, si limitavano a scuotere il capo e a fare le faccine.
Ora passano all’attacco: accusano da subito il conduttore/intervistatore/intervistatrice di non lasciarli parlare, mettono le mani avanti tacciando di parziarietà – e dunque inaffidabilità – il conduttore (“so benissimo come la pensa, lei non la può pensare in altro modo, mi rifiuto di parlare con lei che è un residuo comunista, la verità è diversa”, ecc.), e spesso e volentieri mettono in pratica un atteggiamento minaccioso e intimidatorio (“le consiglio di stare attento”, ecc.).

Non ritengo casuale che nel palinsesto di alcune reti televisive compaiano da qualche tempo film e documentari di interesse storico, politico e sociale nei quali si denuncia la sfacciataggine e l’arroganza del potere: un tentativo indiretto, non realizzabile attraverso i talk show, di sollecitare la memoria, di riesumare una sopita indignazione, di far rientrare dalla finestra una cultura della democrazia che da tempo è uscita dalla porta.
Non ritengo, perciò e ad esempio, casuale che ier sera, domenica 16 gennaio 2011, LA7 trasmettesse “Rappresaglia” di George Cosmatos, e Rai Movie “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri.

Ma io farei di più: chiamerei Steven Seagal.

Ruzino: “Abbiamo con noi *** vicedirettore del quotidiano ***, che esprimerà il suo parere in ordine alla decisione della Consulta sul legittimo impedimento e alle recenti vicende che hanno toccato il Presidente del Consiglio”.

***: “Una sentenza vergognosa, uno scippo alla democrazia. Come possono questi giudici arrogarsi il potere di processare il Presidente del Consiglio, e addirittura di mettersi al suo posto nella valutazione di un suo impedimento? È chiaro che il diritto di decidere se un impedimento sia legittimo o meno spetta solo al Presidente del Consiglio. Tutto quello che fa il Presidente del Consiglio rientra nell’esercizio del mandato che gli è stato dato dal popolo.”.

Ruz.: “Ma cosa ne pensa, più precisamente, delle presunte serate che il Presidente del Consiglio avrebbe trascorso con prostitute, anche minorenni? Anche queste, e i loro postumi mattutini, costituiscono legittimo impedimento?”.

***: “No, guardi, lei deve stare attento. O afferma chiaramente che il Presidente del Consiglio ha fornicato con minorenni, e se ne assume tutte le responsabilità, oppure tace. D’altronde, la dice lunga che l’indagine sia partita dalla Procura di Milano. Insomma, uno in casa sua fa quello che vuole. Se non vi sta bene dovete andare al voto. Ma i cittadini italiani non sono stupidi e vi puniranno ancora.”.

Ruz.: “Ma veramente questa era una notizia…”.

***: “Adesso le chiedo: se lei fosse il Presidente del Consiglio non incontrerebbe più una donna? E poi dovrebbe anche rendere conto ai giudici di tutti gli impegni del suo calendario? Ma si rende conto che tutte queste persecuzioni non mettono il governo in condizione di lavorare? Tanto lei, con la mentalità che ha, non capisce. Le consiglio di andarci piano.”.

Ruz.: “Steven!”.

Steven Seagal: “Arrivo! Ehi tu, che cazzo stai dicendo? Basta con queste stronzate!”.

(pim! pum! pam!)

***: “Aahhhh! Aahhhh!”.

Ruz.: “No Steven, non così. I denti no, che dopo non mi parla più bene ed è un casino col microfono. Non è che gli puoi fare quella dove rompi tutte le giunture delle dita all’altezza delle nocche? E magari quella dove gli disarticoli il gomito, che mi piace tanto, così dopo ha il braccio che fa come Totò?”.

S.S.: “Ok”.

(crack! crack! CROCK!)

***: “Aaaaahhhhhhhhhh! Aagggghhhhhhhhh!”.

Ruz.: “Ok Steven, adesso basta un attimo. Tienilo così, ecco, senza spezzargli il collo. Signor ***, cosa ne pensa VERAMENTE?”.

***: “Sci, sci. Io penscio che 'scta legge fosscie una grandissima porcata e ci vuole una bella faccia da culo per sciostenere il contrario. Quanto alle ragazzine [n.d.r.: sputa un paio di incisivi] mi discpiace solo di non esscierci sctato anch’io, che non scscopo da secoli.”.

Ruz.: “Ehi, Steven, l’altra mano!”.

S.S.: “Ok”.

(crack!)

***: “Eyahhhhhhhhhh! Bascta, bascta, ho scbagliato! È una vergogna, le ragazzine! Quescto qui vi piglia per i fondelli da anni, fa il cazzo che vuole, bascta, va a troie, fa le leggi che vuole, e noi dobbiamo leccargli lo scfintere se no sciamo tutti a scpasso.”.

Ruz.: “Grazie. Buonasera. Dai, Steven, andiamo a farci una grappa.”.

S.S.: “Preferisco un succo di ginseng.”.

Ruz.: “Ok, come vuoi.”.