Game over.

Al supermarket una anziana signora mi cede il posto alla cassa. Ho soltanto tre cose. La ringrazio profondamente e le svuoto il carrellino perché non riesce a chinarsi. Esco, finisco la spesa al negozio a fianco e mentre apro la bici me la trovo lì. Mi dice che è appena stata dal medico, che le ha diagnosticato il diabete e prescritto farmaci poiché l’integratore alimentare che potrebbe aiutarla è troppo caro per le sue tasche. É ancora sotto choc. Tento di consolarla, “il diabete l’hanno quasi tutti a una certa età, non succede niente, provi a variare la dieta…”. Mi guarda e fa “mi scusi, non sapevo con chi parlare, a casa ho solo gatti”. Poi, quando ci accomiatiamo, “ha compiuto una buona azione”. Ecco. E sono andato a casa mia, senza gatti, popolata dai fantasmi di ex figli, ex donne, amici lontani.

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Solitudine.

E poi, ancora, passi a fianco della casa dei tuoi e pensi di andare a pranzo da loro, vedi la cucina con tutti i particolari, tua madre che aspetta in piedi. Ma i tuoi non ci sono più, e neanche la casa. E in tutto ciò non c’è niente di letterario, solo magone, groppo duro nello stomaco, assenza.

Coitus. Interruptus.

L’ho fatta venire con la bocca e con le mani, piano, sfiorando la pelle liscia del pube e delle cosce. Sono stato, prima, lungamente dentro di lei, la baciavo, la accarezzavo, la stringevo, le parlavo. Lei pensa di godere perchè l’ho toccata in un certo posto e non sa che è perchè la amo e glielo faccio capire attraverso il mio corpo. Mormora, ora, parole sconnesse. E’ vicina al bordo del letto. Urla, freme e sussulta, si contrae, cade giù. Il cagnino è steso per terra. Sobbalza, la guarda e le dà una leccata sulle labbra.

Letture 2.

Il libro del post precedente è una vecchia malattia. In realtà non lo avevo mai letto e, probabilmente, mai lo leggerò: è troppo intriso di morte, e di morte ne ho avuta abbastanza da non considerarla più con leggerezza, sicché ho ritenuto sufficiente omaggio alla memoria lo scatto fugace di una fotografia rubato in libreria – i dialoghi sono sorprendentemente ricalcati nel film, più volte visto.

Sto leggendo questo, ben cesellato.

Personalismi 11.

Colei che ho amato moltissimo, la mia amata amante, che dopo avermi scaricato (cfr. “Rapsodia in mi manchi maggiore”, “Julius prima e dopo” ed altri) per un plutocrate impotente si era rifatta viva con dolci richiami d’amore come “sborrami dappertutto” utilizzandomi come dildo per un paio d’anni, ad un certo punto ha lasciato lui e scaricato per la seconda volta me che finalmente libero la attendevo a braccia aperte, senza ai nè bai, per mettere su casa con un altro plutocrate impotente. Succede.

Di donna in donna sono stato, anche, gravemente innamorato (cfr. “Di nuovo”) di una la cui attrattiva principale era quella di somigliare ad un buco nero o un lago profondissimo e buio nel quale il tuo dare spirituale e materiale, il tuo amare, viene risucchiato scomparendo senza risposte o increspature.

Ed è come giocare alla roulette puntando su un rosso che non esce mai, raddoppiando fino alla bancarotta quella posta che è il tuo investimento emotivo.

Nel senso:

  • Messaggino mio (blablà, insomma I love you).
  • Whatsapp di lei ultimo accesso ieri alle 16.35.
  • Passano invano i giorni, il cuore si fa di pietra, avverti i primi sintomi di pancreatite.
  • Dopo una settimana di apnea coltivi seri dubbi sulla tua identità.
  • Lei si fa viva, ovviamente non glie lo fai pesare mentre rimani appeso alla briciolina che ti viene offerta come una trota all’esca; il cuore ricomincia a battere.
  • Ti palesi con regalino studiatissimo (non troppo costoso perché altrimenti si sente comprata, non cheap perché altrimenti si sente svilita, un qualcosa che rappresenti te e al tempo stesso lei facendo capire che l’hai compresa…): oh, grazie.
  • Passano i giorni, sparizione, non vuoi stalkare, introietti.
  • Messaggino: mi sento una merda; ma faccio veramente così schifo? Oh no, sei un uomo fuori dal comune, spicchi tra la folla e patatì e patatà, e ti ci vorrebbe qualcuno di accogliente con cui parlare, se fossi lì io…
  • Passano i giorni, ultimo accesso whatsapp di lei ieri alle 20.18; fegato in avanzato stadio di decomposizione.
  • Messaggino: beh, anche se non me la darai mai mi basterebbe essere tuo amico. Mah, non mi pare che tu ti sappia mettere da parte ed accogliere l’altro.

Succede.

L’altra sera sono uscito con una donna: bella, alta, mora (prerequisito fondamentale), intelligente, ottima posizione.

Beviamo una cosa: il volume della musica è così alto da far vibrare i bicchieri, sicchè mi dirigo con l’autorevolezza di chi pensa di far(le) un piacere verso il dj e chiedo di abbassare.

Dopo un po’, volume a mille again: adesso torno e glie lo dico. Dai, datti una calmata, che palle! Vengo colto dalla quiete del contadino che vede la grandine distruggere il vigneto e non può farci un cazzo.

Per tutta la sera ha una caccola nella narice sinistra. Finalmente tira su col naso. Le offro un fazzolettino. Epperchè, ho la candela? Ah ah! Ha fatto la battuta. La battuta.

Accompagno a casa, baciamano. Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Ricordi.

Un anno e poco più fa è morta mia madre.

Divorata brano a brano da un alzheimer terrificante, trasfigurata e irriconoscibile nei lunghi anni e negli ancor più lunghi mesi terminali.

Ricordo lunghi, interminabili corridoi d’ospedale percorsi a tutte le ore del giorno e della notte per andare a trovarla – di notte, vuoti, mi davano ogni volta una sensazione di vertigine; le veglie al suo capezzale quando ancora aveva attimi quasi senzienti; e poi l’odore della malattia, il pulirle la bocca, l’allentarle la mascherina per alleviare la pressione sul volto o semplicemente l’essere muta o lacrimante presenza; il groppo in gola perenne, il fiato corto; la fuga nella notte di capodanno per bere grappa; e gli ultimi momenti, il primo dell’anno, sentendo il respiro via via più stertoroso, aspettando la fine cui non ho avuto fegato di assistere – sapevo già tutto.

Il funerale il giorno del mio compleanno.

Adesso sto sgomberando la nostra storica casa, troppo grande per mio papà – non babbo – e troppo piena di ricordi stratificati; mobili antichi e oversize, tappeti e quadri, migliaia di libri, vestiti.

Da quella che fu camera mia ho tratto il mio epistolario con varie fidanzate; ho rinvenuto e sottratto una valigia di quarantacinque giri dei miei, ascoltati e rigati da bimbo; e spulciavo tra le mie cose trovando una fogliolina di ulivo della pace, così recitava la nota a mano della mamma; libri da lei regalati o rilegati (opere di Nietzsche, traduttori di latino comprati usati e già rosicati, molti tascabili dei Peanuts che sapeva amassi, da bambino), l’ingenuo breviario di preghiere della comunione, e vestiti bizzarri che mi acquistava e mettevo un po’ per forza e un po’ per pigrizia.

Mia mamma ha ripreso forma in quelle cose; mia mamma come era quando io ero piccolo; e ho rivissuto il suo bene e il suo affetto, la sua tenerezza, e tutte quelle sensazioni che si perdono quando si diventa grandi e ci si indurisce.

Poi c’erano le tonnellate dei libri che ho letto, che non so più dove mettere e che, maledizione, non avrò più tempo di rileggere.

Dei miei vestiti di ragazzo ho portato via un maglione nero melange che, diciottenne, mi ero preso da solo e indossavo fieramente; lo darò a mio figlio: chissà, forse lo metterà, forse proverà quel fascino un po’ arcaico che emanano le robe dei genitori e forse, ripensandoci tra molto tempo, avrà un ricordo buono di me.