Omnis faber.

Silvio Berlusconi è senza dubbio un grande uomo, un uomo tutto d’un pezzo. Negli ultimi anni ha dovuto sopportare delle mazzate micidiali, che avrebbero messo in ginocchio chiunque altro.

1) Foto diffuse in tutto il mondo di lui con la bandana dopo il trapianto di capelli. 2) Foto parimenti diffuse in tutto l’orbe di lui con ragazze bionde, rosse e more nel giardino della villona in Sardegna. 3) Foto di lui in compagnia del primo ministro ceco Topolanek, adamiticamente ignudo, nella succitata villona. 3) Bassissime insinuazioni, una volta scoperti gli altarini del bunga bunga, circa presunti sussidi tecnico-medicali alle sue prestazioni amatoriali. 4) Difesa d’ufficio da parte di Putin in mondovisione: “Se fosse stato gayo, non gli sarebbe successo niente”. 5) Frequentazione pressoche quotidiana di Bondi, Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi, Alfano, Santanchè, Gelmini, Bernini, Gasparri, Brunetta, Ghedini, Capezzone.

Cazzo, speriamo solo, in questi tempi che puzzano maledettamente di venticinque luglio, che non sia fatale il sentirsi diversamente sé stesso.

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Ultim’ora.

Al Salone della Giustizia che si è tenuto a Rimini dal due al cinque dicembre 2010, fortemente voluto dal Sen. Filippo Berselli, sono state distribuite ai ggiovani centinaia di sciarpe con la scritta “Ultras della legalità”.
Visto il successo dell’ossimoro sono già in stampa quelle con il motto “Scopare per la verginità”, che i vitelloni romagnoli indosseranno con orgoglio nell’estate 2011.

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24 dicembre 2010.
Avendo la Corte Costituzionale affermato la legittimità del “lodo Alfano” bis a seguito della seduta del 14, ed avendo al contempo il governo Berlusconi conquistato il voto di fiducia alle Camere con larghissima maggioranza, il nostro Premier ha fatto diffondere a reti unificate il suo discorso di ringraziamento agli italiani.
Sicchè, a parte La7 che trasmetteva una intervista di Enrico Mentana ad Antonello Piroso, seguito da N.d.P. dove Piroso ospitava Mentana, Rai1, Rai2, Rai3, Rete 4, Canale 5 e Italia 1 hanno mandato in onda in diretta nazionale il seguente commosso messaggio natalizio: “A me mi piace la figa. Trascorrerò le vacanze nella dacia dell’amico Putin dove, tra una bevuta e una scricchiata alle molle del lettone a lui donato, discorreremo di gas e di gnocca; poi ancora di gnocca e di gas; poi di gnocca, di gnocca e di gnocca. Alla faccia vostra”.
 

Il paradosso di ruzino.

Avvertenze:
Credo che questo pezzo contravvenga a per lo meno un paio di regole della prosa in generale e del blog in particolare: è lungo, non lieve e abusa della pagina scritta per farne pulpito; se proprio proprio volete farvi del male, consiglio un copia e incolla su word così da leggerlo a piccole dosi.
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All’inizio pensavo di scrivere di mega temi ambientali, quelli che più mi premono fin da quando ero bambino e – primi anni ’70 – impedivo ai miei amici di ammazzare e torturare le lucertole, giravo con la spillina dell’Ente Protezione Animali a cui ero iscritto, giocavo con “Ecologia” (analizzavi aria e acqua con apposite macchinette e reagenti e trovavi gli inquinanti), leggevo libri tipo “Sos per il pianeta Terra” e guardavo alla tele tonnellate di documentari.
Tra i quali, oltre ai vari comandanti Cousteau, Folco Quilici, “Avventura”, Cesare Maestri (il ragno delle Dolomiti!) sul Cerro Torre e Bonatti sul K2, “Un milione di anni fa” che parlava dei dinosauri, e un altro con la prefazione recitata dalla voce di Riccardo Cucciolla (“brilla, brilla, piccola stella …”), di cui non ricordo il titolo ma che ovv. parlava di astronomia: ebbene, seguivo volentieri una serie bellissima con la sigla composta da trilli, cri cri ecc. di vari animali, dove la parte narrativa fuori campo era rappresentata dalle domande curiose di un bimbo e dalle spiegazioni del papà, e la musica di sottofondo, se non mi sbaglio con un’altra serie, era la Gnossienne n. 3 di SATIE!, di ERIK SATIE! Poi si lamentano se uno viene su bene.
La scelta documentaria era grosso modo coatta, perché la tele dei ragazzi cominciava alle 5 del pom., finiva dopo un’ora e i cartoni animati si vedevano solo la domenica mattina (“Mister Magoo”) o, con un po’ di culo, incappando in qualche cartoon slavo o ceco (koniec = the end) in bianco e nero veramente tetrerrimo (ad es. “Inspektor Maska”) tra i quali il più allegro era forse il bieco Gustavo (ricordate il motivetto? laa – sol mi re – mi re mi sol – mi sol la): però, insomma, faziosamente parlando, credo sia stato grazie anche a questo fortuito/nato baccggroundd che poi a me e comunque a parecchi della mia generazione i cartoni giapponesi avrebbero fatto cagare, e a nessuno sarebbe passato per la mente di trascorrere una domenica in un centro commerciale piuttosto che una zingarata in campagna in bici o motorino a costo quasi zero se non, all’occasione, quello di uno, due, tre e così via bicchieri di vino in una bella osteriazza giocando a tre e trentuno e sparando stronzate, magari senza rizgos de acabar el dia con una bella confisca della vuatùr come oggidì può accadere (a meno che non si sparigli: io guido la tua, Lele la mia, tu quella di Lele. Le donne con chi montano?).
Per esempio, sarà per quella cultura borderline (un po’ techno, un po’ rustica, Pazienza e Bilal, l’Omino Bufo, Guccini, i Genesis e i D.A.F., Drakkar, Libro Cuore e Porci con le ali, il Male, Pioneer o Thorens, Space Invaders, boy scouts e assemblee di istituto, il Parco Robinson, Jack London e J.O. Curwood, il Risiko) propria di noi figli degli anni ’60, o per l’abitudine di recepire ciò che mi circondava senza la mediazione di uno schermo (che avrebbe fatto prepotentemente irruzione nelle abitudini mie come dei miei coetanei solo in anni ampiamente successivi), che ho notato, tra gli altri, il cambiamento cromatico e nel bilanciamento dei bianchi del film della mia vita, dagli anni sessanta a oggi?
Se guardate una fotografia estiva di spiaggia, o uno spezzone di video, degli anni ’60 – ’70, vedrete immagini quasi sovraesposte tanta era la luce, ma calda e dorata e avvolgente così come erano dorate la sabbia e l’abbronzatura delle tedesche: non si tratta di un appassimento della stampa o della pellicola, ma era realmente così e ne ho il preciso ricordo.
Se fate attenzione, in una giornata di sole di adesso la luce non ha altre gradazioni oltre al bianco; al tempo stesso il cielo è sempre leggermente caliginoso lungo l’orizzonte; il sole è diverso, il caldo è diverso: non la carezza del tepore sulla pelle o l’estenuante e grave coperta dell’afa, ma la percussione di una vampa feroce e implacabile.
Anyway: tornando di frasca in palo, armato di quella mia soggettiva sensibilità nei primi anni ’90 avevo effettivamente scritto di temi ambientali, un raccontone (uh! oh! ah! Ma che bello! Ma che sorpresa!) e vari raccontini, nonché un tot di lettere da vecchio bilioso a Direttori di vari quotidiani regolarmente non pubblicate, sfruttando un effetto-Ballard che forse mi apparteneva innatamente o forse avevo inconsapevolmente maturato dagli innumerevoli Urania letti nell’adolescenza, normalmente acquistati in qualche remainder’s back, con le pagine vessate da orecchie d’asino e ingrommate di patacche (reliquati della negligenza dei lettori che mi avevano preceduto: una ditata di panino alla mortadella, uno schizzo di sugo; si potevano con sicurezza, dato il genere letterario e la tipologia degli appassionati, escludere liquidi organici).
Come per il mio diletto J.G., la tecnica consisteva nel proiettare la realtà presente in un futuro più o meno prossimo e a condizioni determinate dalla mia ermeneutica: personale, quindi certo opinabile (scusate: ma la figata dello scrivere fantastico risiede non nel dover garantire la verità scientifica dello sviluppo storico dei dati a disposizione, quanto nel far obbedire il sistema narrato a proprie regole interne), tuttavia al tempo stesso il più possibile nutrita e sostenuta dall’assimilazione vorace e onnivora di qualsiasi informazione, veicolata da qualsiasi mezzo (ivi compresa la mera osservazione del quotidiano), prontamente metabolizzata e combinata in ⁿ varianti.
Dunque, una interpretazione del divenire per quanto possibile – secondo un criterio probabilistico – corretta.
A un certo punto, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, ho avuto la netta e brutta percezione che la velocità di crociera del presente – per il che, al di là di considerazioni filosofiche sul concetto di tempo, extensio animi (cfr. Sant’Agostino) e via discorrendo, si intenda la successione di avvenimenti nella quale siamo quotidianamente immersi, il nostro vissuto – avesse subito una violenta accelerazione.
La sensazione mi derivava dal fatto che (1) a cadenza sempre più ravvicinata come nel paradosso di Achille e la tartaruga (o della freccia e il bersaglio), giungevano (2) notizie di scenari che si avvicinavano a quelli da me preconizzati o comunque via via collimavano con un tipo di avvenire fosco piuttosto comune in fantascienza.
Beccatevi qualche flash dei più eclatanti, in scala macroscopica, su ambiente, politica, economia.
Ambiente:
1 – Si rende nota l’esistenza di un sesto continente (c.d. “Pacific Trash Vortex”) che galleggia in mezzo all’Oceano Pacifico, formato dai rifiuti di plastica finiti in mare dagli anni ’50 ad oggi e colà radunati grazie al gioco delle correnti, per un’estensione pari (se non vado errando) al doppio degli Stati Uniti.
‘Sta monnezza, per uno spessore di 30 metri, galleggia a pelo d’acqua ostacolando il passaggio della luce solare e l’osmosi superficiale, rilascia polimeri velenosi, si sbriciola venendo mangiata dai pesci e incastrandosi nelle loro vie respiratorie: insomma fa il possibile per annientare l’ecosistema marino in un’area che copre buona parte dell’Oceano Pacifico (!!!); deinde, provoca qualche incidente ai vari navigatori solitari e, ripetutamente, viene spiaggiata alle Hawaii ricoprendone i lidi, per il che si è scoperto l’altarino.
Bene: nessuno ha fatto una piega a qualsiasi livello istituzionale mondiale e il notizione, dopo un paio di passaggi su stampa e tele, è stato collocato nel dimenticatoio onde sgomberare il campo per le varie scoregge verbali de’ politicanti nostrani o le chiacchiere pelose aborto sì/aborto no manco fossimo ancora nel ‘300, e basta che mi viene una gran tristezza.
Ma santalamadonna, è mai possibile che l’ONU o la UE o il cazzo che ti ammazza di una qualche organizzazione sovranazionale non si sia presa la briga di gettare l’argomento sul tavolo e dire: scusate tanto, c’è un po’ di rusco da ramazzare via, mettiamo due pescherecci a cranio e ci spartiamo il raccolto da smaltire?
2 – La news fa il paio con quella, accertata da una ricerca americana (quindi aprioristicamente attendibile), secondo la quale ci siamo mangiati il 90% (!!!!!) dei grandi predatori marini, mica pugnette: specie pensando che, per grandi predatori, non si parla di orche ma di qualsiasi pesce più lungo di 40 cm. che ne divora altri, e cioè di tonni e tonnetti, merluzzi, salmoni e via cucinando, praticamente ci rientrano tutti.
Aggiungiamo che quattro/cinque anni fa La Stampa titolava “tra dieci anni non ci saranno più sardine nel Tirreno” e in questi giorni Repubblica rilanciava “acciughe prossime all’estinzione”: lo credo bene, dato che per decenni abbiamo pescato milioni di tonnellate di povere sardine più di quante ne mangiassimo noi per macinarle e farne mangimi animali e persino economici fertilizzanti (me lo avevano detto da bambino e se, come me quella volta, restate basiti, cfr. http://www.cedifop.it/biologia/Engraulidi.htm).
Al tempo stesso, mandati definitivamente affanculo i pallosi Cousteau, trasmissioni televisive come Pianeta Mare, Vita di Mare o altre ci propinano una istruttiva visione ittica dal taglio puramente alimentare e buongustaio: la ricetta del pulpetiello del celebre cuoco di Ischchia, il potere nutritivo dell’orata, il prezzo delle ultime triglie dell’Adriatico al mercato di Fano: mangiate più pesce, che è ricco di Omega 3 e fa un gran bene!
3 – Sulla terraferma le cose non vanno meglio: proviamo a pensare allo scioglimento dei ghiacciai; al venir meno dell’acqua potabile e non; alla distruzione della biodiversità animale e vegetale; alla distruzione delle foreste pluviali per la produzione di legname (vi siete mai chiesti che relazione intercorre tra il fallimento dell’artigiano di Cantù che faceva quei begli armadi di noce nazionale e la comparsa di mobili di teak indonesiano a prezzi stracciati in ogni mercatone che si rispetti?), la coltivazione di colza per olio combustibile, la realizzazione di strade e insediamenti umani, la ricerca e lo sfruttamento di filoni di minerale e di giacimenti di gas e petrolio; alla legittimazione di qualsiasi cazzo di megaprogetto che stravolge l’ambiente in nome del progresso, in facto funzionale a beneficare le tasche della cricca più o meno in doppiopetto che lo impone e con sempiterno danno per tutto il resto della collettività sul cui groppone va a gravare (i discorsi ipocriti sulla necessità delle megaopere per sconfiggere la fame e la povertà e bla bla, e del motore edile come traino dell’economia, mi sanno tanto di stronzata): dalla diga delle Tre Gole ai supergrattacieli alti un chilometro costruiti a fianco delle suburre o, per rimanere in piazzetta Italia, al ponte sullo stretto di Messina e all’alta velocità (volete mettere, andare da Roma a Milano in due ore anziché in due ore e mezzo come adesso con l’Eurostar, però con un treno che fa i trecento e ha un raggio di curva di venti chilometri, sicchè si è dovuta creare una linea tutta nuova su percorso altrettanto nuovo, con annesso sperpero di territorio e di money per gli espropri, alè: faceva schifo l’idea di risistemare l’esistente rete in modo da ottimizzarne la resa, magari con l’aggiunta di un terzo binario “dedicato”?).
Da ultimo: quando finisce sto cazzo di petrolio, che sono trent’anni che ripetono la tiritera, non se ne può più e nel frattempo moriamo asfissiati?
Anche se andare in macchina è divenuto un piccolo lusso a causa dei rincari della benza, rileviamo – in una sorta di contraddittoria cupio dissolvi – l’aumento della cilindrata media, dei consumi e delle dimensioni delle auto, la normalità della loro frequente sostituzione e del loro uso anche per spostamenti ridicoli: imbottigliata sulle tangenziali, ovviamente a motore acceso, una umanità povera e disperata sconta nei suoi loculi argentei o neri (ora va tanto il bianco) il grottesco contrappasso con le pubblicità in cui il modello prescelto appariva solingo e temerario, incastonato in una natura incontaminata.
Altra contraddizione con il caro petrolio e l’inquinamento, quella riguardante la possibilità di far viaggiare in aereo tutti, ma proprio tutti, a prezzi infimi e con un aumento esponenziale del numero dei voli: se poi ci metti che il flyer generico medio il più delle volte ignora la posizione sul mappamondo del posto che si reca a visitare e pretende una riproduzione in loco del proprio habitat (cfr. spaghetti con la cernia in “Pulp 2”), beh, allora piove sul bagnato: al danno da inquinamento ad alta quota sommiamo quello da ignoranza esportata a livello del mare (non ditemi che sono snob).
Aspettando di essere salvati da quella buffonata nota come protocollo di Kyoto, cogliamone uno degli aspetti più assurdi: la facoltà, per le nazioni “cattive”, iperproduttrici di gas serra, di rientrare nei parametri pagando un tot di soldi a una nazione “virtuosa” che è a credito di emissioni: come dire: coabito con un poveraccio e, dopo avere mangiato e bevuto a crepapancia, cosa che lui non può permettersi, attacco a ruttare e petare fino a saturazione gassosa dei locali, mi scopo pure sua moglie (non è funzionale all’esempio, ma tant’è), poi gli allungo cinquanta euro per il disturbo; l’eventualità che il mio coinquilino non gradisca che io ammorbi la sua stessa atmosfera non è presa in considerazione.
4 – Mettiamoci, last but not least, un incremento demografico fuori controllo su una popolazione di 6/7 miliardi e abbiamo condito il tutto; l’unica speranza per una salutare denatalità che riporti il numero ad equilibrio (un paio di miliardi, max. tre) è, come dicevano al telegiornale qualche giorno fa, che a noi maschi si secchino i maroni (non era proprio così: una ricerca ha riscontrato mediamente una minor produzione di spermatozoi e con meno motilità), perché da qualsiasi parte uno si giri l’inno costante è alla chiavata a scopo riproduttivo per generare più italiani, più europei, più operai, più musulmani, più cristiani, più teste di cazzo ubicumque: riassumendo, come disse vari anni fa l’allora nostro Ministro degli Esteri Susanna Agnelli in viaggio in Cina durante un discorso ufficiale: “Povere donne cinesi, costrette a limitare le nascite, che pena mi fate.”
Ecco, appunto, mi pare giusto (oltrechè una vera finezza diplomatica).
Politica:
Gli anni trascorsi sono stati brutalmente caratterizzati dallo spadroneggiare, sullo scacchiere mondiale, di due personaggi pericolosissimi e rappresentativi del più puro distillato dei tempi: G.W. Bush da una parte e V. Putin dall’altra.
In entrambi i casi l’impressione, mai provata nel corso della mia vita, è che le regole condivise della democrazia elettiva (perlomeno, come le conoscevamo noi in occidente, URSS a parte), pur con tutte le loro imperfezioni e deviazioni, siano state a tutti gli effetti sostituite da un atto predatorio: entrambi conquistano il potere grazie alle consorterie che li sostengono, che solo ingenuamente possono definirsi lobbies e che vengono da essi abbondantemente ripagate: l’americano zigzaga tra scandaletti e scandaloni (Enron über alles) che falcidiano parecchi dei suoi sodali; il russo, molto più serafico, fa sbattere a marcire in galera gli oligarchi rivali.
Bush, dopo l’11 settembre 2001, scatena l’apparato militare USA in una fantomatica caccia al terrorista: dapprima invade l’Afghanistan perché Bin Laden e i suoi si nascondono lì (analogamente, vorrei suggerire ai nostri governanti di bombardare a tappeto Campania e Sicilia per estirparvi la cancrena mafiosa), poi inscena la colossale bufala delle armi di distruzione di massa come pretesto per dare addosso all’Iraq: nulla di nuovo sotto il sole: do you remember il finto incidente di frontiera allestito dalle SS tedesche (Naujocks) che, in uniforme polacca, attaccarono il 31.08.1939 la stazione radio di Gleiwitz dando a Hitler la giustificazione per aggredire la Polonia?
Putin procede con lo stile ben collaudato nelle riuscite tournèe DDR 1953, Ungheria 1956 e Cecoslovacchia 1968: se ne infischia di giustificazioni di sorta e – già ci aveva provato Eltsin nel 1991, questa volta, però, seri (come nella barzelletta del Führer) – nel 1999 entra direttamente con i carri armati in Cecenia; la Georgia è roba recente, ad opera del suo replicante e Quisling Medvedev.
Gli altri paesotti circostanti che c’entrano qualcosa con il petrolio si cagano addosso e pregano di essere dimenticati; hai un bel dire, come Sarkozy, che “i tempi di Yalta sono finiti”.
Nel clima di tensione instaurato da questi due veri titani del male si inserisce, vaso di coccio ad ca’ nostra, Silvio Berlusconi: che, al confronto, fa un po’ la figura del diavolicchio in scala HO, del vorrei ma non posso, della spalla – sarebbe inesatto dire comparsa – nel teatro dei cattivi della storia come già un’altra mezza figura partorita in passato dalla madrepatria.
Tuttavia, i tre soggetti hanno caratteristiche comuni e cioè – ciascuno per le sue possibilità – lo svilimento del lessico e dell’agire diplomatico e politico in favore dell’adozione di un linguaggio grossolano, spesso grammaticalmente e sintatticamente scorretto, contraddistinto da assolutismi e da enfasi militaresca (diceva bene Nanni Moretti in Palombella Rossa: “trend negativo! trend negativo! chi parla male pensa anche male”); lo spregio per le sorti della salute della Terra, incarnato da Bush (ad es.) nel rifiuto di sottostare al protocollo di Kyoto (e chi cazzo siamo noi per consumare di meno? Andatelo a dire agli abitanti del Burkina Faso, va’), da Putin nella totale ignoranza dell’esistenza del protocollo di Kyoto (come i suoi predecessori, se ne sbatte se qualche cittadino della Grande Madre Russia diventa verde per l’ennesima fuga di radiazioni), da Berlusconi (ad es.) nel confondere il protocollo di Kyoto con un foglio di quaderno di carta di riso, nella legiferazione di un condono edilizio a mandato, nella riduzione delle zone di rispetto dei parchi nazionali e, in genere, nel non tenere in minimo conto nei propri programmi la questione ambientale.
Termino rilevando, per quanto concerne l’Italietta, che la gente è oramai tanto adusa a essere inculata mentalmente e materialmente dai propri politicanti e potenti vari da reputarlo uno stato (passivo) normale: prova ne sia la completa mancanza di effetti concreti della trimurti di libri (La casta, La scomparsa dei fatti, Gomorra) che nel 2007 ha spopolato e che, in altre epoche, avrebbe scatenato rivolte di piazza e dato una vigorosa spallata al più coriaceo dei regimi disonesti: è stata assorbita dal regime stesso e dai conniventi cittadini come un effimero successo letterario, digerita e defecata senza conseguenze né apparenti ricordi.
Economia:
L’ultima decina d’anni ha segnato l’affermazione incondizionata delle teorie di “libero mercato/liberismo economico” nei programmi di qualsiasi credo politico: a parte, forse, gli ultimi aborigeni e indios, Cuba, e staterelli autarchici minori governati da tiranni pazzoidi, destra e sinistra di tutti gli angoli dell’orbe terracqueo si sono appiattite sulla medesima posizione: molto rozzamente parlando, consistente nella convinzione che, in un sistema economico lasciato il più possibile libero di autoregolamentarsi, i consumatori/utilizzatori di beni e servizi premino gli imprenditori (definirò così in genere gli offerenti di beni e/o servizi, siano essi idraulici, liberi professionisti o altro) risultati più bravi in un regime di concorrenza paritaria, cosicchè alla fine il sistema trovi da solo il punto di equilibrio tra massimo profitto degli imprenditori e massima convenienza per i consumatori.
A me, come al mai abbastanza ricordato Ugo Fantozzi nell’episodio della Corazzata Potyomkin, questa storia sembra una stronzata pazzesca, posto: che per rispondere in modo flessibile e risparmioso alle sollecitazioni della domanda, l’imprenditore chiede il massimo svincolo da responsabilità nei confronti (ad es.) della manovalanza e dell’ambiente; che il porre la soddisfazione dei desiderata del consumatore (collettivamente e impersonalmente paragonabile a un bambino di otto anni viziato, egoista, volubile, scemo e pure stronzo) alla base di scelte esiziali per la salute del pianeta non mi pare una buona idea; che, almeno in Italia, i bugs del sistema (tangenti, bustarelle, intrallazzo, biscotto, pastetta, inciucio, raccomandazione, e chi più ne ha più ne metta) fanno sì che non sempre l’imprenditore che emerge sia quello più bravo; e che, insomma, questo tipo di sistema sia quanto di più vicino all’homo homini lupus.
Se io ho una conceria in Italia, devo installare depuratori da tutte le parti e tenere in regola i dipendenti: rischio perciò di andare fuori mercato perché il mio prodotto finale costa mille volte di più di quello del vicino Biekistan, dove i fanghi della concia delle pelli alimentano una stazione termale (vedi spot “Skrogh swonzje palakka!” = “Sarà buono l’alito di Vostra moglie!”) e i dipendenti percepiscono una “indennità di frusta” di 10 Wrogh lordi l’ora (1 Wgh = 0,0000000000,99 €; nota: il contratto di lavoro “Agrangha bulje”, che è l’unico per tutti, prevede una condizione normale di “licenziamento a tempo indeterminato” nell’arco della quale si inseriscono, a sorpresa, ore di lavoro coatto): delocalizzo dunque la mia attività in Biekistan divenendo competitivo.
L’esempio non lo cancello, anche se mi sono accorto che sto decisamente virando sul delirante e che, a posteriori (non era questa l’intenzione), fa un po’ “Molvania” (cfr. http://www.molvania.com, guide Jetlag).
Però è anche vero che in Cina l’economia viaggia a rotta di collo: perché è ricca di materiale umano a perdere a costo zero e territori intonsi da devastare: ci stanno dando dentro bene, e mi aspetto solo che inizino a produrre il Soylent Verde (cfr. “2022: i sopravvissuti”): ma con i vivi.
L’aspetto della questione che negli ultimi anni balza più all’occhio (in quanto negativo) è che la considerazione delle necessità ambientali, pur visibilmente divenuta della massima urgenza, è invece totalmente negletta nelle istanze dell’economia: e in una prospettiva dicotomica – per non dire schizoide – i santoni che lamentano (ad es.) la mancata crescita di una nazione trascurano di valutare che un indicatore (balordo) come il PIL descrive anche un equivalente uso del pianeta (combustibili bruciati, materie prime consumate, scorie da smaltire ecc.), omettono di spiegare che la cosiddetta crescita implica un maggiore impatto e costo ambientale e infine non si preoccupano delle inevitabili ricadute (le risorse si stanno riducendo, mentre loro fanno finta che siano sempre nuove di pacca e disponibili come agli albori dell’umanità: non è affar loro: qualcuno ci penserà).
È curioso come sull’argomento alcune delle riflessioni più fresche e corrette siano venute da un vecchiardo come Giovanni Sartori che, sempre più lucido in una sorta di senilità a rebours, da qualche tempo sforna a ripetizione articoli visionari in tema di economia, ambiente e demografia (cfr. diversi editoriali sul Corrierone, ricordo quelli 7 novembre 2007, 28 marzo, 6 maggio, 16 giugno, 15 agosto 2008): ho letto, in Internet, qualche critica al Sartori-pensiero (“uh uh uh! … si vede che non è un economista … la variabile di Bamberg incrociata con la curva di Schwartz dimostra che non succede niente anche se siamo dieci miliardi che mangiano solo gamberetti e girano tutti in Porsche Cayenne! … ah ah ah!”): ebbene, dopo ponderata riflessione, mi sento di affermare che costoro siano – con tutta la gravità e il peso di questa nobile e desueta invettiva – dei cretini, gente che, empiricamente parlando, ha dovuto studiare su un manuale come farsi le pugnette se no da sola non ci arrivava, e ciononostante non riesce ancora a trovarsi il cazzo.
Ed è curioso come le inquietanti tesi di Sartori combacino fortemente con quelle dell’ultimo, pessimistico Gadamer (“… La minaccia maggiore per il mondo, comunque, in questo momento è un’altra: quella della catastrofe ecologica. Qui davvero non sappiamo che fare. Sarebbe necessaria una cooperazione internazionale che non si dà a causa degli egoismi nazionali e industriali, e che l’attuale crisi petrolifera allontana ulteriormente. Ho molti amici scienziati, e tutti dicono che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno. Anzi, economicamente questa soglia forse è stata già varcata…”; “La Repubblica” — 06 settembre 1990, pag. 32).
Uffa!
Per riprendere il filo al termine di questo excursus, dirò che mi sentivo, e mi sento, come se il mio presente abbia raggiunto quegli scenari futuri che avevo immaginato; e di non avere più gli strumenti per calcolare le coordinate di altri, avendo, tutto il bagaglio di informazioni/nozioni/esperienze da me accumulato, troppo in fretta esaurito il suo compito.
Ciò è orrido, poichè equivale a dichiarare, se non la propria morte, certo la propria vecchiaia fisica ancor prima che narrativa: il che, per uno di quaranta e spicci, non è proprio il massimo.
Oltretutto, diversamente dal famoso paradosso di Zenone, nel quale lo spazio/tempo è suscettibile di essere infinitamente frazionato per cui Achille non avrebbe mai raggiunto la tartaruga, sappiamo bene che nella nostra realtà fisicamente finita il progressivo abbreviarsi degli intervalli tende a zero, e cioè al punto in cui la tartaruga viene acchiappata o la freccia (altra celebre aporia) centra il bersaglio: così la accresciuta frequenza della successione di eventi “notevoli” mi fa pensare che si sia in procinto di raggiungere un traguardo: crea l’immagine di una compressione a fisarmonica del presente contro un muro (oltre il quale non riesco a vedere ulteriori sviluppi), di una puntina che, alla fine di un LP (disco di vinile) posato su un piatto senza pick up automatico, giri all’infinito nell’ultimo solco.
…………………………..|…………….|……..|….|..|.| ?
Estremizzando ancora la mia fantasiosa ipotesi, quello che non capisco è se il muro contro il quale il presente si schiaccia e oltre il quale non riesco a vedere rappresenti la c.d. “fine del mondo” (ma vurìa mai che questo scritto sia etichettato come l’equivalente allegorico del tizio che gira appeso a un cartello berciando slogan catastrofisti), oppure un eterno loop del presente (der ewige loop des Gleiches? il povero Nietzsche si rivolterà nella tomba) in assenza di qualsivoglia ulteriore progresso umano; oppure ancora se la mia cecità non sia da attribuire alla inadeguatezza delle mie attrezzature.
Non so se, adesso che sono stato travolto dalla progressione del tempo, riuscirò ancora a scrivere di mega temi ambientali in chiave fantascientifica per la sensibilizzazione della gente, per la salvezza del mondo; non so se tutto questo abbia ancora un senso (e difatti, altro sintomo, notate la pressochè totale scomparsa di questo genere narrativo) e una voce, nel tambureggiare di eventi tanto catastrofici quanto sconsolatamente uguali a sé stessi e nell’inscalfibile mefreghismo di una collettività mitridatizzata al peggio.
Era tutto uno scherzo. No, non è vero.