2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

Pulp 3.

Allora, stavo tornando a casa in bici quando, dopo il semaforo, c’era questo uccellino in mezzo alla strada; una piccola tortora; arriva una Multipla e gli passa sopra, l’uccellino sbatacchia contro il pianale in un frullo d’ali e ne esce sbilenco e arruffato.

Siccome aveva i vetri fumati non ho distinto il guidatore: ma mentre andavo verso il volatile, e ancora “… onzoooo” risuonava nella via, arriva una Yaris, coi vetri aperti, guidata da una ragazza che mi guarda scioccamente mentre le dico No No e indico l’uccello (…), e lo travolge, e ancora lui sbatacchia contro il pianale in uno sbattere d’ali e ne esce per la seconda volta in dieci secondi.

Sono andato dall’uccellino e l’ho mandato nel vicino parchetto, dove con mio sollievo è svolazzato su un albero.

*

Poi sono andato a casa e ho preso il bazuca, e sono montato sulla mia Fearari GTX venti cilindri e duecento valvole.

Li ho raggiunti che ancora avevano la prima, dopo il semaforo. Ho sparato a tutti e due. Bum Bum. Mi sembrava il minimo.
 

* Fin qui tutto vero.

L’intellettuale.

Come si può star franchi che un panino imburrato cada a terra dal lato del burro, così è sicuro che l’intellettuale, prima o poi, sbrocchi.

Caso nel quale l’abuso di frotteurismo neuronale e l’ipereccitazione delle sinapsi portano l’intellettuale a passare oltre lo steccato non solo del buon senso, ma delle opinioni da lui sempre coltivate fino a farsi alfiere della fazione opposta.

Chiamatela controtendenza, controrivoluzione (nel senso: voi pensate di essere avanti? Mo’ velafacciovedereio chi è veramente avanti!) o pippo, o come volete.

Con sinistra e sconcertante scelta di tempo, dal disastro accaduto in Giappone plurimi pensatori nostrani traggono argomenti favorevoli alla costruzione di centrali nucleari: perché siamo tanti, consumiamo un casino e, insomma, è illogico impegnarsi nell’investire in energie alternative.

Giorni fa, su un foglio locale, uno (che avevo sempre assimilato alle “barbe” di Fantozzi, quelle che commentavano i film del megadirettore galattico con fonemi puri, “uamm … uamm …”) in vena di pacificazione tra schieramenti politici ammansiva la sua parte ammonendo “come vi sentireste voi se foste perseguitati, innocenti, per vent’anni, da venti processi penali?”.

E adesso che finalmente entriamo in una guerra che sa tanticchia di coloniale, con un Larussa in vena di cantare Faccetta nera in fez e orbace a ogni uscita, cosa pensate che dicano gli intellettuali, ma quelli veri?

O.K., ci siamo capiti.

Aspettiamo solo che Ferrara cominci a spezzare una lancia a favore del piddì, o che uno sufficientemente emancipato discetti del culo degli schiavetti di Marziale alla prossima retata di pedofili, o tutt’e due le cose.

Legittima difesa.

Che due palle, probabilmente pensano i PM di Milano, ancora una volta costretti, loro malgrado, a mandare avanti una indagine che riguarda il Berlusca.

Perché secondo me non sono per niente contenti di farlo: semplicemente, gli tocca per dovere d’ufficio.

E dopo si devono beccare pure le reprimende del Berlusca, di Ghedini, di Cicchitto, di La Russa, di Capezzone e di tutti gli altri in tivù e a mezzo stampa; sai che due palle.

Ciò che puntualmente è accaduto anche in occasione della parziale stroncatura della legge sul legittimo impedimento del Presidente del Consiglio: Corte Costituzionale comunista, giudici comunisti, potere giudiziario che prevarica quello politico e patatì e patatà.

La stronzata più grossa, più ingannevole e in malafede è quella, con varie parole ma analogo contenuto riportata da politicanti e giornali amici, secondo la quale la sentenza – rimettendo ai giudici il potere di valutare la legittimità dell’impedimento – dimostrerebbe un presunto “strapotere delle toghe” che ovviamente ne ne approfitterebbero senza la minima “leale collaborazione fra istituzioni”.

È, questa, una solennissima cazzata in quanto:
– la Corte Costituzionale ha rilevato che il Presidente del Consiglio non può essere ritenuto automaticamente “legittimamente impedito” solo perché Presidente del Consiglio, se no egli sarebbe un po’ più uguale degli altri dinanzi alla legge, in violazione dell’articolo 3 Cost.;
– la Corte Costituzionale ha rilevato che il legittimo impedimento non può essere certificato dalla parte, neanche se Presidente del Consiglio (poiché invece il risultato voluto era che il Presidente del Consiglio mandasse una letterina al Tribunale dove, senza spiegare i motivi, si diceva legittimamente impedito, e il Tribunale rinviasse automaticamente il processo ad altra udienza);
– la Corte Costituzionale, infine, ha ammesso le ragioni del legittimo impedimento del Presidente del Consiglio, che tuttavia devono essere valutate dal Tribunale secono i parametri dell’art. 420 ter c.p.p. come per qualsiasi altro cittadino.

La nozione di “spirito di leale collaborazione” tra poteri dello Stato, già usata dalla Corte Costituzionale in altre sentenze, non mi sembra tanto un richiamo al potere giudiziario quanto una raccomandazione al potere politico/esecutivo, che ha dato prova di utilizzare in modo strumentale il legittimo impedimento fissando impegni sul più bello appositamente per bypassare le udienze.

Tale nozione è stata, ovviamente, interpretata in modo distorto additando preventivamente i giudici come sleali.

A tale proposito, vorrei notare che la strategia comunicativa dei berluscoidi, ogni qual volta appaiono in un programma televisivo, è ultimamente mutata.
Anni, mesi or sono, si limitavano a scuotere il capo e a fare le faccine.
Ora passano all’attacco: accusano da subito il conduttore/intervistatore/intervistatrice di non lasciarli parlare, mettono le mani avanti tacciando di parziarietà – e dunque inaffidabilità – il conduttore (“so benissimo come la pensa, lei non la può pensare in altro modo, mi rifiuto di parlare con lei che è un residuo comunista, la verità è diversa”, ecc.), e spesso e volentieri mettono in pratica un atteggiamento minaccioso e intimidatorio (“le consiglio di stare attento”, ecc.).

Non ritengo casuale che nel palinsesto di alcune reti televisive compaiano da qualche tempo film e documentari di interesse storico, politico e sociale nei quali si denuncia la sfacciataggine e l’arroganza del potere: un tentativo indiretto, non realizzabile attraverso i talk show, di sollecitare la memoria, di riesumare una sopita indignazione, di far rientrare dalla finestra una cultura della democrazia che da tempo è uscita dalla porta.
Non ritengo, perciò e ad esempio, casuale che ier sera, domenica 16 gennaio 2011, LA7 trasmettesse “Rappresaglia” di George Cosmatos, e Rai Movie “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri.

Ma io farei di più: chiamerei Steven Seagal.

Ruzino: “Abbiamo con noi *** vicedirettore del quotidiano ***, che esprimerà il suo parere in ordine alla decisione della Consulta sul legittimo impedimento e alle recenti vicende che hanno toccato il Presidente del Consiglio”.

***: “Una sentenza vergognosa, uno scippo alla democrazia. Come possono questi giudici arrogarsi il potere di processare il Presidente del Consiglio, e addirittura di mettersi al suo posto nella valutazione di un suo impedimento? È chiaro che il diritto di decidere se un impedimento sia legittimo o meno spetta solo al Presidente del Consiglio. Tutto quello che fa il Presidente del Consiglio rientra nell’esercizio del mandato che gli è stato dato dal popolo.”.

Ruz.: “Ma cosa ne pensa, più precisamente, delle presunte serate che il Presidente del Consiglio avrebbe trascorso con prostitute, anche minorenni? Anche queste, e i loro postumi mattutini, costituiscono legittimo impedimento?”.

***: “No, guardi, lei deve stare attento. O afferma chiaramente che il Presidente del Consiglio ha fornicato con minorenni, e se ne assume tutte le responsabilità, oppure tace. D’altronde, la dice lunga che l’indagine sia partita dalla Procura di Milano. Insomma, uno in casa sua fa quello che vuole. Se non vi sta bene dovete andare al voto. Ma i cittadini italiani non sono stupidi e vi puniranno ancora.”.

Ruz.: “Ma veramente questa era una notizia…”.

***: “Adesso le chiedo: se lei fosse il Presidente del Consiglio non incontrerebbe più una donna? E poi dovrebbe anche rendere conto ai giudici di tutti gli impegni del suo calendario? Ma si rende conto che tutte queste persecuzioni non mettono il governo in condizione di lavorare? Tanto lei, con la mentalità che ha, non capisce. Le consiglio di andarci piano.”.

Ruz.: “Steven!”.

Steven Seagal: “Arrivo! Ehi tu, che cazzo stai dicendo? Basta con queste stronzate!”.

(pim! pum! pam!)

***: “Aahhhh! Aahhhh!”.

Ruz.: “No Steven, non così. I denti no, che dopo non mi parla più bene ed è un casino col microfono. Non è che gli puoi fare quella dove rompi tutte le giunture delle dita all’altezza delle nocche? E magari quella dove gli disarticoli il gomito, che mi piace tanto, così dopo ha il braccio che fa come Totò?”.

S.S.: “Ok”.

(crack! crack! CROCK!)

***: “Aaaaahhhhhhhhhh! Aagggghhhhhhhhh!”.

Ruz.: “Ok Steven, adesso basta un attimo. Tienilo così, ecco, senza spezzargli il collo. Signor ***, cosa ne pensa VERAMENTE?”.

***: “Sci, sci. Io penscio che 'scta legge fosscie una grandissima porcata e ci vuole una bella faccia da culo per sciostenere il contrario. Quanto alle ragazzine [n.d.r.: sputa un paio di incisivi] mi discpiace solo di non esscierci sctato anch’io, che non scscopo da secoli.”.

Ruz.: “Ehi, Steven, l’altra mano!”.

S.S.: “Ok”.

(crack!)

***: “Eyahhhhhhhhhh! Bascta, bascta, ho scbagliato! È una vergogna, le ragazzine! Quescto qui vi piglia per i fondelli da anni, fa il cazzo che vuole, bascta, va a troie, fa le leggi che vuole, e noi dobbiamo leccargli lo scfintere se no sciamo tutti a scpasso.”.

Ruz.: “Grazie. Buonasera. Dai, Steven, andiamo a farci una grappa.”.

S.S.: “Preferisco un succo di ginseng.”.

Ruz.: “Ok, come vuoi.”.

Berluskdämmerung.

Non è che il Berlusca mi sia antipatico in sè, ovvero in quanto uomo-Berlusca, e neppure come uomo politico in senso stretto (non considerandolo tale): quelle che gli imputo, su un piano formale/sostanziale, sono le responsabilità a mio avviso gravissime di avere ridotto in merda il dibattito parlamentare e il linguaggio sia politico che comune; di avere indotto gli italiani a credere che il decisionismo autoritario sia essenziale per una efficiente azione di governo; di avere pertanto indotto gli italiani a credere che il controllo incrociato dei poteri che caratterizza il nostro sistema democratico/costituzionale sia un intralcio, un orpello antiquato e inutile; di avere indotto gli italiani a credere che il potere giudiziario sia detenuto da una massa di imbecilli politicamente schierati, ed il sistema giudiziario assurdo e inaffidabile; di avere indotto gli italiani a credere che per affermarsi occorra essere furbastri, un po' disonesti  e farla franca; di avere indotto gli italiani a credere che tutto abbia un prezzo e possa essere oggetto di compravendita, dalla (o con la) figa ai voti alla carica politica; di avere indotto gli italiani a credere che il semplicismo ignorante sia chiarezza, la cultura un vezzo “di sinistra” (e perché?), indice di inconcludenza e debolezza.
Responsabilità, qui indicate a titolo non esaustivo, produttive di danni che difficilmente saranno riparabili.
Ora che però appaiono sempre più evidenti i segni della parabola discendente del Berlusca, tradito da femmine rapaci, abbandonato da molti ex seguaci, e neppure più tanto strenuamente sostenuto dai suoi stessi organi di informazione, non me la sento di infierire: e se Hitler pare si sia suicidato con una capsula di cianuro, Mussolini fu linciato (post mortem), Saddam è stato giustiziato, Stalin si spense nel suo letto: ebbene, sarò abbastanza generoso da offrirgli non una sola, ma più ipotesi di una fine catartica degna del personaggio.

1) Berlusca si asserraglia nella ridotta di Palazzo Grazioli per sfondarsi di sesso in una colossale orgia.
Auto civette dei servizi segreti trasportano in gran segreto alla residenza imperiale tonnellate di ministre, segretarie, sottosegretarie, assessore e consigliere comunali, provinciali, regionali e di quartiere, escort e chi più ne ha più ne metta, ansiose di suggere una stilla del seme dell’anfitrione.
Ivi, Berlusca si fa in quattro rinvigorito da abbondantissime dosi di viagra, cialis, ginseng, cantaridina e pure nduja calabrese.
Sfortunatamente, l’overdose di afrodisiaci infierisce malamente sul suo fisico già provato da innumerevoli festini.
Sicchè, dopo un accesso di satiriasi durato 14 ore, quando le labbra di una delle concubine stanno per posarsi sull’augusto e paonazzo glande, esplode in una polluzione di sangue sul volto della sventurata.

2) Berlusca fugge travestito da comunista: maglioncino dolcevita, giacca stazzonata di velluto a coste, un accenno di barbetta, spillina del Che appuntata al bavero.
Ha imparato a memoria un paio di pezzi degli Inti Illimani e qualcosa dei Tête de Bois, dato una scorsa al Bignami del Capitale, visto con grandissimo sforzo le ultime due puntate di Ballarò.
Sicuro della sua nuova identità si mescola alla folla di una festa del PD di Faenza dove, dopo avere vinto il torneo di briscola a coppie, viene cooptato tra i volontari addetti alla sistemazione del palco per il concerto dei Subsonica.
Ma la vista di un pianoforte infiamma l’animo del vecchio entertainer che attacca vigorosamente a strimpellare l'immortale successo “Meglio ‘na canzone” (di Berlusconi/Apicella), pronto a riscuotere ancora una volta gli applausi del suo pubblico.
Sfortunatamente, viene subito riconosciuto dai militanti dell’ala dura che lo finiscono a colpi di piadina e salsicce.

3) Berlusca fugge con il fido Fede a bordo del suo jet privato e chiede asilo all’amico Putin, che però fa finta di non riconoscerlo e gli parla in dialetto moscovita stretto.
Ripara allora da Gheddafi che però gli scatena contro la sua guardia del corpo, cinquecento cavalle arabe armate di scimitarra.
I due decidono di trasvolare l’oceano fino al villone di Antigua.
Sfortunatamente, l’aereo precipita nella giungla.
Berlusca e Fede vengono catturati da una tribù di indigeni gay, singolarmente e abnormemente superdotati.
Il capo dei selvaggi pone loro il seguente quesito: “Preferite morire oppure …?”.
Mesi e mesi dopo il solo Fede viene ritrovato da una spedizione, in stato confusionale, il culo completamente a brandelli.

4) Muore.
 

Pulp 2

K. e J. erano usciti la mattina prestissimo e, sulla via del ritorno, avevano accumulato tutti i sintomi dei camminatori provati: al posto dello zaino, un cilicio di pietra che infossa il respiro; sotto gli spallacci, camicia madida e carne abrasa che brucia; piedi come spugne di sangue, gambe che scandiscono per volontà propria il ritmo isocrono di un mantra mentale.
 
Arrivarono nel primo pomeriggio al rifugio basso, famoso per la buona cucina: nel parcheggio, una biemmevu familiare argentea, leggermente impolverata dalla risalita della breve carrabile.
 
Avevano preso costine di maiale al forno, che masticavano con vorace riconoscenza assieme al pane nero intinto nel sugo, assieme al vino, che collegava e impastava e fondeva tutti gli aromi; sotto al tavolo, le dita dei piedi si muovevano libere nei calzettoni appoggiate al piancito di legno.
 
Non era difficile capire che i due uomini seduti a un palmo da loro fossero quelli della macchina parcheggiata: camicia azzurra sbottonata, pantalone con toppa sovrapposta e trippetta debordante dalla cintola; capello rado e muffoso; carnagione color neon; orologione regalo dell’azienda.
 
Data la vicinanza, K. non aveva potuto fare a meno di notare che avevano mangiato tutto: antipasti (speck, prosciutto, bresaola, salame), primi (pizzoccheri, malfatti, sciatt, canedeli), secondi (stinco – uno a cranio, costine, salsicce), verdure, dolci, caffè e ammazza.
 
Pensava dunque che c’è gente che sta al mondo solo per mangiarlo e cagarci sopra – che si dà un senso di esistenza in quanto divora e scaracchia in qua e in là le tracce del proprio passaggio terreno – quando i tizi principiarono a parlar di vacanze, e quello di fianco a lui disse: “non vedo l’ora di essere alle Maldive tra una settimana per mangiarmi un bel piatto di spaghetti con la cernia.”.
 
L’idea del sacrificio della cernia (un pescione almeno di una mezza quintalata, raro e che non rompe il cazzo a nessuno), per di più consumato sull’ara degli insaziabili e spaghettescamente esportati appetiti del tizio, parve a K. veramente oscena e volgare, grottesca, confermativa appieno del precedente teorema, sicchè si girò e sbottò, serio ma cortese: “povera cernia”, e l’altro: “eh, ma ce n’è tante!”.
*
Fu allora che il braccio di K. si levò in un ampio, rapido e alto arco, e per un attimo si vide lo sfavillio della lama del coltello da carne prima che precipitasse a tranciare la gola del tizio stupito, a scavare e cercarne le canne, e sangue, sangue, sangue, sangue, sul tavolo ed il piancito, sugli ultimi rimasugli del pasto, ad accecare gli occhi sbarrati dell’atterrito commensale.
 
E fu allora che il tizio, in un orribile, lungo e cavernoso rantolo commisto al fungo rosaceo che gli spumeggiava a fiotti dalla trachea recisa, gorgogliò: “spero che lei sia … sia … assicuraa … a … a … toooo”.**
 
Exitus.
 
* Fin qui, tutto vero.
** Varianti: “lei non sa chi sono io”; “perché, la cernia non le piace?”; “guardi che la vacanza è all-inclusive”; “Robi, ci pensi tu a portare giù la macchina?” (l’elenco è accrescibile ad libitum: si sollecitano proposte).

Pulp 1

Attraverso la strada sulle zebre con mio figlio a destra, il cane a sinistra, al piede, senza guinzaglio.
È sgombra: a sinistra un camioncino a venti metri sbarra la corsia; da destra arriva, lontana, una vecchia su un Ciao, con parabrezza.
Arrivati a metà, la vecchiarda non frena; ci fermiamo e lei ci sfila davanti irrigidita, lo sguardo rettilineo e vitreo; da sinistra un furgone di consegne alimentari aggira l’ostacolo e si fionda ruggendo nella strettoia tra noi e la cancellata alle nostre spalle.
Il cagnino si frizza guardando il furgone che in un attimo gli è sopra e lo strina con il differenziale anteriore, rotola sotto il pianale, schizza fuori di lato prima che arrivi la ruota posteriore a finire il lavoro.
C’ho l’occhio pallato; il conducente declina (rosa, rosae) le proprie generalità ad altri mentre porto il cane a braccia da veterinario vicino e amico: ivi, constatata la provvisoria assenza di emorragie, lascio in custodia le creature e rifò il percorso inverso, sempre a piedi, per recuperare la macchina.
Al semaforo aspetto che l’omino verde pedonale mi dia via libera: senza fretta, attraverso quando, a mezzeria, un suvvone nero (un bocchino coreano che si compra perché è grosso e costa meno degli omologhi teutonici: ridateci l’OM Leoncino, che è grande uguale e più charmante) arriva da dietro, svolta a dx dove sono io, mi sfiora davanti e monta quasi sul marciapiede opposto per passare lo stesso.
Il tipo, che mando mentalmente affanculo, sghignazza.
*
Estraggo la Glock col colpo in canna dalla fondina sottascella e scarico fulmineo una salva precisa attraverso il finestrino dei passeggeri e il susseguente lunotto: l’arma vibra e scalda la mano, il sonoro della moviola al rallentatore registra gli schiocchi dell’otturatore e il tintinnio dei bossoli sull’asfalto.
Il primo proiettile squarcia il vetro, la stanghetta degli occhiali scuri di marca e, cosa più importante, la parete temporo-occipitale del cranio del tipo, che va a sbattere sul montante di sinistra mentre il cervello gli esplode; gli altri fracassano il lunotto, trapassano la morbida resistenza dei poggiatesta e la delicata membrana della pelle del collo e impattano ora sulle vertebre, ora sui legamenti tendinei, roteano su se stessi, scardinano epistrofei e atlanti, e in egresso trascinano lacerti di carne e succlavie.
Il suv si schianta contro una betoniera e prende fuoco.
Il giornalaio dell’angolo ne parlò a lungo con gli amici.
 
* fin qui, tutto vero.