Ricordi.

Un anno e poco più fa è morta mia madre.

Divorata brano a brano da un alzheimer terrificante, trasfigurata e irriconoscibile nei lunghi anni e negli ancor più lunghi mesi terminali.

Ricordo lunghi, interminabili corridoi d’ospedale percorsi a tutte le ore del giorno e della notte per andare a trovarla – di notte, vuoti, mi davano ogni volta una sensazione di vertigine; le veglie al suo capezzale quando ancora aveva attimi quasi senzienti; e poi l’odore della malattia, il pulirle la bocca, l’allentarle la mascherina per alleviare la pressione sul volto o semplicemente l’essere muta o lacrimante presenza; il groppo in gola perenne, il fiato corto; la fuga nella notte di capodanno per bere grappa; e gli ultimi momenti, il primo dell’anno, sentendo il respiro via via più stertoroso, aspettando la fine cui non ho avuto fegato di assistere – sapevo già tutto.

Il funerale il giorno del mio compleanno.

Adesso sto sgomberando la nostra storica casa, troppo grande per mio papà – non babbo – e troppo piena di ricordi stratificati; mobili antichi e oversize, tappeti e quadri, migliaia di libri, vestiti.

Da quella che fu camera mia ho tratto il mio epistolario con varie fidanzate; ho rinvenuto e sottratto una valigia di quarantacinque giri dei miei, ascoltati e rigati da bimbo; e spulciavo tra le mie cose trovando una fogliolina di ulivo della pace, così recitava la nota a mano della mamma; libri da lei regalati o rilegati (opere di Nietzsche, traduttori di latino comprati usati e già rosicati, molti tascabili dei Peanuts che sapeva amassi, da bambino), l’ingenuo breviario di preghiere della comunione, e vestiti bizzarri che mi acquistava e mettevo un po’ per forza e un po’ per pigrizia.

Mia mamma ha ripreso forma in quelle cose; mia mamma come era quando io ero piccolo; e ho rivissuto il suo bene e il suo affetto, la sua tenerezza, e tutte quelle sensazioni che si perdono quando si diventa grandi e ci si indurisce.

Poi c’erano le tonnellate dei libri che ho letto, che non so più dove mettere e che, maledizione, non avrò più tempo di rileggere.

Dei miei vestiti di ragazzo ho portato via un maglione nero melange che, diciottenne, mi ero preso da solo e indossavo fieramente; lo darò a mio figlio: chissà, forse lo metterà, forse proverà quel fascino un po’ arcaico che emanano le robe dei genitori e forse, ripensandoci tra molto tempo, avrà un ricordo buono di me.

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La critica della notte rosa (Kant).

È che a me questo posto piaceva, d’estate – l’inverno è sempre uguale a sé stesso, grigio uniforme di nuvole.

In spiaggia c’erano le altalene a pochi metri dalla riva. Piattaforme più al largo dove prendere il sole o fare i tuffi. Sulla battigia un tappeto di gusci di vongole, telline, lumachine; se eri fortunato, potevi trovare una stella marina o un cavalluccio. Ogni tanto arrivavano le alghe, verde insalata, si avvolgevano alle caviglie e ti rifiutavi di fare il bagno. La sabbia era dorata, frutto del paziente lavorio della risacca sulle conchiglie.

Le tedesche erano dorate, con l’abbronzatura color patatina, la curva morbida della vita e delle anche e un fascino dolce assoluto.

I turisti credo apprezzassero la veste un po’ alla buona e a buon mercato di una cittadina fondamentalmente marinara, genuina e pacioccona.

Di sera si accendevano le luci dei localini e dei negozietti, avrei voluto visitarli tutti. Localini naif, con nomi naif, reti, fiaschi di vino e aragoste di plastica alle pareti. Potevi mangiare qualcosa al Merendero di Riccione, o a Rimini all’Arizona. Al Caffè Sombrero cabaret ogni sera animato da un mio lontano parente. Un baracchino dipinto di blu con tavoli e panche all’aperto serviva spiedini sotto al faro. Mio padre torna da una pescata col suo battanino, in mano un secchio pieno di tentacoli e pesci strani. Cutter a vela spiaggiavano e portavano al largo i bagnanti: maestose e uniche, l’Asso di Cuori e la Glentor arrivavano fino alla mitica Isola delle Rose, di cui un capannetto sul piazzale del porto vendeva la riproduzione in ferro assieme a altri souvenir, composizioni di conchigliette incollate su carta: che tenerezza.

Dopo le ristrettezze degli anni settanta anche gli italiani iniziano a passarsela meglio e, nel decennio successivo, la città esplode.

Code interminabili di auto sul lungomare, a passo d’uomo da Riccione a Rimini. Passiamo in motorino sui marciapiedi.

La musica è cambiata, in tutti i sensi: chiudono una dopo l’altra antiche balere, il Las Vegas, l’Oriental Club. E i cinema all’aperto. I localini si modernizzano e si omologano perdendo una rustica tipicità. Il pesce è surgelato.

Il seduttore estivo, ignorante e a suo modo romantico, diviene ignorante e pretenzioso, talora violento – la cronaca rosa si fa più nera. Le straniere sono trattate come selvaggina da vitelloni inzanziti. La conquista non è più neanche consumata: è sufficiente la semplice penetrazione per far numero. Sai che goduria. Avete più visto una tedesca, una inglese (merce di minor pregio), una svedese?

Il soldo del turista, però, affluisce copioso e un po’ dà alla testa; i cittadini diventano insofferenti alla invasione estiva, vogliono scrollarsela di dosso, cedono le attività, non fanno più la stagione; noi annusiamo l’aria e cantiamo Fermate Giuseppe.

Alla fine degli anni ’80 l’eroina è al tramonto ma prendono piede il fenomeno house music e le droghine da disco. Estati da sballo. Piazzale Roma a Riccione è una grande fumeria, dopo i cilum rituali si dorme in sacco a pelo. Ci si schianta in macchina al ritorno dal Pascià, dal Peter Pan, dal Lex Club già 99, attraversando la statale alla cieca sperando nel radar dell’estasi. È un turismo confliggente; le famigliole brontolano e cominciano a disertare.

Nell’agosto 1989 la mia tavola a vela fende la schiuma di un cappuccino. La mucillagine è solo una bizza della natura o un segno, una ammonizione divina?

Fatto sta che, da allora, le presenze estive declinano malinconicamente, stagione dopo stagione. Sfrattato il turismo familiare da quello della notte si debella anche questo, immorale e poco propenso a spendere. E il mare non invoglia alle abluzioni.

Ma l’economia deve comunque girare: da un lato piccole industrie crescono e dall’altro, liberamente interpretando il motto “se l’edilizia si ferma si ferma tutto”, si costruisce. Ovunque, in ogni lotto e fazzoletto di terra. È l’estrema deriva del verbo riminesizzare. Chi può investe i denari accumulati negli anni ’70 e ’80. Il volano dell’edilizia dà da mangiare a molti, a imprese e impresine, che saranno spazzate via dal crack degli ultimi anni; a tecnici, artigiani e fornitori; alla macchina giudiziaria impegnata nelle cause per vizi nei lavori. Dicesi, adesso, edilizia contrattata (ti permetto di costruire se tu ne destinerai una parte a uso pubblico). L’artefice del Piano Regolatore si dissocia dalla piega che ha preso la sua creatura. La gestione del territorio è un potente strumento di controllo e consenso a disposizione di una amministrazione. Per tacito patto sociale è una eredità che non va dilapidata ma tramandata: nella fattispecie, in circa un ventennio si giunge alla spendita totale del territorio e al compimento del sacco della città.

Al contempo le infrastrutture stradali non sostengono più il traffico di migliaia di culi di piombo temprati dai sedili delle auto per spostamenti di poche centinaia di metri, essendo l’uso del mezzo pubblico o della bicicletta considerato un malvezzo.

Sicchè si progetta e si approva la metropolitana di costa, invero un autobussone che corre parallelo alla ferrovia: un’opera che avrebbe ben figurato negli anni ’60 e con un impatto ambientale e finanziario pesantissimo: ma la macchina amministrativa, dopo una lenta messa in moto, procede inesorabile e nessuno avrà più il coraggio di staccare la spina. Neanche per tentare di stornare parte del denaro stanziato – una volta pagate le gravi penali del caso – per sistemare il vetusto impianto fognario, fonte di merda in mare, ludibrio, discredito: altra mazzata.

È una città che si è giocata, via via, tutti i propri assi. Campa ancora, però, soprattutto dei soldini freschi del turismo. Deve rendersi appetibile come può, mostrando quel che resta di buono del suo corpo malandato.

Arriviamo così alle notti rosa, alle molo parade. Beato chi critica: significa che non avrà problemi di reddito in autunno.

Dal cielo, in pieno centro, scendono le grida laceranti e funerarie dei gabbiani a scombussolarmi l’anima.

Auguri.

Quando eravamo piccoli si andava per le feste natalizie, tutta la famiglia, dai miei nonni materni in Brianza.

Stavamo fino alla Befana; una volta ci portò, nella calza, del carbone: ma era dolce, di zucchero, che io e mio fratello sgranocchiammo con grande gioia nostra e dei nostri denti.

Per Capodanno potevamo stare alzati fino a tardi, fino al tre due uno e stappo della preziosa bottiglia di champagne, fredda nelle mani di mio nonno, guardando il sontuoso programmone serale; ricordo Amalia Rodriguez (la regina del Fado), Juliette Greco con la frangetta, Mahalia Jackson, ma anche – se non mi confondo – Ella Fitzgerald e Louis Armstrong in nero e fazzolettone bianco.

E Natale, oh, Natale era bello. Credevamo a Babbo Natale, o al Bambin Gesù, che ci portavano i regali. Mi dispiace ancora l’atteggiamento denigratorio verso il Natale, che reputo ispirato a un annoiato e formale snobismo di facciata; come pure considero l’assurdità dei messaggi della Parrocchia che mi trovo in buchetta e invitano a “vivere il Natale dell’incarnazione del Cristo” e tutte quelle incomprensibili complicatezze lì, “non solo dei buoni sentimenti”: sensazione, quest’ultima, da libro Cuore, che invece mi appartiene, mi è rimasta dentro e perpetuo lietamente nel mio piccolo paganesimo privato.

Spesso si andava a Milano il 23 o il 24, si vede che gli adulti avevano dimenticato qualche regalo. Milano sembrava, allora, a cavallo degli anni ’60 e ’70, veramente una città dove tutto era possibile. Le luci e gli addobbi, lo sfarzo di negozi e grandi magazzini, la gente bonaria e frettolosa; ne respiravo la grandezza e la potenza.

Gli adulti erano irrequieti, indaffarati e nervosi. Io e mio fratello assorbivamo, inconsapevolmente, la loro adrenalina e ci comportavamo di conseguenza combinando qualche stronzata oltre a quelle consuete: sicchè, solitamente durante la cena della vigilia, nostro padre sbottava tonando “E porco qui, e porco là, siete riusciti a rovinarmi anche questa festa!”, prima di accasciarsi paonazzo sulla sedia mentre mia mamma e mia nonna cercavano di rabbonirlo e non prima di averci allungato un paio di scappellotti.

Io e mio fratello ne ridevamo in segreto; anche questo – secondo noi – faceva parte della tradizione natalizia.

Ogni tanto provavamo a rimanere svegli per assistere all’arrivo di Babbo Natale, ma crollavamo nel sonno a tardissima ora, o così almeno a noi sembrava (saranno state le dieci o le undici); più avanti, si andava alla Messa di mezzanotte: durante la quale, come al solito, non introiettavo nulla delle mnemoniche e tediose ripetizioni del Verbo, ma assaporavo l’odore di incenso, ammiravo gli stucchi e le decorazioni e i quadri della Basilica e sentivo la mano di mio nonno sulla mia spalla a farmi grande.

Col che, in ritardo, auguri, auguri di cuore a tutti di Buon Natale.

E di Buon Anno Nuovo.

Il migliore amico dell’uomo (Ruzino’s wine spectator).

Il cane? Il gatto? Un pesce rosso?

No, o non solo: spesso e volentieri il migliore amico dell’uomo è un buon bicchiere di vino, o meglio ancora più bicchieri di buon vino (“al primo l’uomo beve il vino, al secondo il vino beve il vino, al terzo il vino beve l’uomo”; vai col quarto).

L’argomento è delicato ed espone il parlante a brucianti critiche, ma poiché de gustibus non disputandum est lo affronterò senza altro metodo che non sia il ripercorrere la mia esperienza sul campo ed il mio gusto personale.

Non tratterò del mitico vino del contadino dei ricordi dei babbi: sovente, una roba aspra e dal sapore vagamente vinoso e di piedi che chi è abituato a scolarsi giudica il top.

Non sciorinerò un elenco di cantine e bottiglie, nè mi addentrerò in dettagli tecnici senza averne la competenza.

Questa non vuole essere una guida ma una testimonianza assolutamente parziaria e parziale, a volo d’uccello, di una passione e di una dedizione che dureranno fino a quando, in un futuro remotissimo e spero improbabile, il mio fegato non avrà alzato bandiera bianca.

In genere bevo più volentieri i rossi d’inverno, i bianchi d’estate; cambia la stagione, muta l’alimentazione, il mio corpo vuole refrigerio: amo particolarmente la ventata di freschezza di un buon Prosecco (pera, mela, sentori citrini), non solo come aperitivo ma anche come compagno di un antipastino di pesce non troppo condito o un tagliolino in bianco con le vongole, un formaggino non stagionato.

Spumanti nostrani (Franciacorta in primis, ma anche Oltrepò) e Champagne fanno storia a sé: qui la bevuta è più seria e complessa, richiede al degustatore maggiore comprensione e rispetto per la spesso lunga storia che Pinot Nero e Chardonnay hanno da raccontare.

Associo, di solito, il sapore del vino a quello del cibo.

Così un Sangiovese romagnolo “sa” di tagliatelle al ragù (di rigaglie), piada e salumi, pollo alla cacciatora, salsicce, castrato e bracioline: ma anche, se leggero, di brodetto, seppia coi piselli, grigliata ben condita (pangrattato, olio, aglio e rosmarino: non prezzemolo) di sardoni o saraghine.

Il budget per un decoroso Sangiovese di Romagna parte da circa nove Euro; c’è chi lo ritiene un vino da bere giovane e non imbottato, chi lo sostiene meritevole di invecchiamento: personalmente sono più vicino alla prima corrente di pensiero e mi pare che, pur non volendo frustrare gli sforzi qualitativi dei vignaiuoli, il tentativo di trattare un Sangiovese come i vicini parenti toscani ne snaturi le caratteristiche e l’appartenenza ai cibi del territorio.

Per smorzare il pizzicore di una fiorentina sanguinante e pepata il violaceo Sangiovese non basta; occorre un toscanone, un Brunello senz’altro, tabaccoso, peposo, speziato e coriaceo; ma anche, con nettamente minor spesa, un Rosso di Montalcino (ce ne sono di ottimi che valgono quasi un Brunello); e sempre in tema di Sangiovese sul versante toscano, un Chianti o un Morellino e con poco più di dieci Euro fate una bevuta da re.

Un Nobile di Montepulciano è ottima e economicamente valida scelta: con l’avvertenza che è vino nettamente diverso rispetto al quasi frontistante – in linea d’aria – dei colli ilcinesi, proviene da uve diverse, ha un frutto più marmellatoso di prugna; e se dovessi pensare a una cibaria sarebbe più una anatrona al forno, un arrostone grasso e dolce, un pecorino non eccessivamente stagionato e piccante.


Le mie preferenze territoriali sono ahimè circoscritte a Romagna, Toscana, Friuli e Veneto; all’Alto Adige e alla Valtellina.

Confesso profonda e pregiudiziale ignoranza per i vini del Sud; e mi sto approcciando al Piemonte con grande umiltà, perché a parte Barbera e Dolcetto e qualche Ghemme (a capire le ragioni del Grignolino ho rinunciato) un Nebbiolo di buon livello costa (da giovane è aspro, necessita tempo per maturare, il tempo è denaro), e comunque l’assaggio di vini sovente pulitissimi e per nulla ammiccanti richiede una progressiva educazione.

Ricordo di avere portato a una cena tra amici un Cabernet Sauvignon altoatesino che giudicavo eccezionale; ed una Barbera, acquistata a scatola chiusa a una quindicina di Euro, nei confronti della quale nutrivo la prevenzione di ritrovare un vinone nero, tannico, leggermente mosso, da bolliti: niente di tutto ciò: si rivelò prodotto di grande maestria, di incredibile equilibrio, pulizia e nitore, che battè il mio campione.

Prima ho citato il castrato; mi viene in mente, ma non solo per questo (e vai con spaghetti alla chitarra alla Amatriciana, pecore in caldaio, arrosticini, coratella), il Montepulciano d’Abruzzo caldo, fruttoso e liqueriziato: e anche qui, senza ascendere alle vette delle cantine, spendendo sui quindici Euro vi cavate eccellenti soddisfazioni.

Con pescioni al forno conditi (ma anche primi o formaggetti), rimanendo in regione, si può azzardare un Cerasuolo: è un rosè fruttato e amarognolo, ha il nerbo di un rosso e se eccedete non perdona.

Sulla costa, dalla zona nord del Molise a quella sud delle Marche, producono il Pecorino (varie sono le leggende fiorite sulla origine del nome), secco ed erbaceo, veramente ottimo ed estivo, che vedrei bene con pesce bianco arrosto, molluschi o crostacei.

Non sono – scusate – troppo amante del Verdicchio e di tutti i vini abbastanza minerali: vedi anche Sauvignon; e se il Verdicchio ha una nota a mio avviso assimilabile al chewing-gum, il Sauvignon può vantare il tipico profumo di pipì di gatto (dicesi pompelmo, buccia di pomodoro).

Risalendo la costa torno in Romagna dove, col caldo, potrete assaggiare un Pagadebit (chiaro, secco, asprigno e leggermente frizzante, validissimo antidoto all’afa estiva) oppure, bestemmia, il vituperato Trebbiano: i più lo ritengono smorto e insapore, ma se leggermente imbastardito con altre uve (spesso Malvasia, Ribolla) offre la base per bianchetti amarognoli di giusta acidità che con i piatti di pesce locali stanno benissimo.

Amo molto i vini delle tre Venezie.

In Friuli, terra di rinomati bianchi ed eleganti rossi, sia sui colli orientali che nella zona a cavallo col Veneto si produce il Refosco: asciutto, muschioso, vellutato: slurp!

Quando deciderò di reinterpretare "Via da Las Vegas" sarà in una vasca di Refosco; e volendo stabilire un paragone sensuale, se un vinone toscano suscita visioni di lussuria sfrenata e sudata al fuoco di un camino, un Refosco di passione più rattenuta, intimista, coccolosa e prolungata, sotto coltri di piume.

Stessa sensazione di velluto liquido (e more, mirtillo) la ritrovo nei Cabernet Sauvignon che producono in Friuli (quivi, spesso unito a Cabernet Franc), Veneto e Alto Adige, con le sfumature proprie di ogni territorio; più profumati gli altoatesini, più impenetrabili e morbidi quelli veneti e friulani; penso ad arrostini sugosi, con erbette aromatiche o funghi.

Preferisco, molto soggettivamente, i Cabernet Sauvignon nordici ai blasonatissimi del bogherese e a quelli siciliani, tutti molto più esplosivi e solari: la spesa, oltretutto, è nettamente inferiore e ve la cavate con una quindicina di Euro, senza ascendere ai top.

In Friuli e Franciacorta ci sono un paio di cantine che fanno un ottimo uvaggio Cabernet – Merlot, alla portata di tutte le tasche: non è un Bordeaux ma farete bella figura con gli ospiti, specie se non lo berrete tutto da soli.

Potrei bermi senza fare una piega una piscina di Tocai, ora detto Friulano dopo la ingiusta vittoria degli ungheresi della disputa sul nome: secco, morbido, amarognolo, non stanca e non fa venire mal di testa; ci metterei cibi leggeri, frittate con verdure, oppure crostacei o pesci di fiume.

La sensazione di prati fioriti che si avverte nel Tocai la trovate nel Pinot Bianco, e sono cascate di fiori bianchi, aroma di mele: buonissimi sia quelli dei colli orientali del Friuli che quelli altoatesini.

Una volta, in Catalogna, ho visitato una cantina dove potevi assaggiare di tutto con una strana caraffa a becco dalla quale il vino zampillava direttamente sulla camicia, e ti vendevano sfuso ciò che avevi scelto: nel mio caso, tra gli altri, un moscato: qui erano prati sterminati di fiori gialli, oro liquido che colava liscio nel bicchiere, dolcezza incontaminata.

Altro vino che non stanca mai è il Pinot Grigio, prediletto nelle versioni altoatesine.

Del clima propizio del Trentino, più che i notissimi Marzemino e Teroldego, apprezzo gli uvaggi (Lagrein, Syrah ecc.) di cantine marginali: portate a casa ottimi prodotti a costi contenutissimi, dai dieci ai quindici Euro.

Da non perdere il Pinot Nero trentino e altoatesino, quest’ultimo in genere di un rosso più chiaro, a parte le riservone, e con sentori di frutti rossi e spezie; tra i Pinot, da provare quelli dell’Oltrepò pavese.

In Lombardia spezzo una lancia a favore dei valtellinesi; l’uva è Nebbiolo, ivi detta Chiavennasca, le denominazioni seguono il corso della valle (Grumello, Valgella, Inferno, Sassella, Fracia), ciascuna con una sua tipicità locale: vedrei meglio un Sassella con formaggi e primi, un Inferno con ciccia al forno o alla brace, un Grumello o un Fracia con arrostoni sugosi: e con meno di dieci Euro, udite udite, a meno che non puntiate sulle riserve barricate, fate una bevuta da signori: un rapporto qualità prezzo eccezionale per una viticoltura eroica e una bottiglia che potrete tenere a dormire per qualche anno prima di stapparla.

Credo però che la magia provata nel bere una bottiglia in loco, associata ai cibi locali, sia difficilmente riproducibile una volta tornati al paesello natìo; c’è sempre un che di imperfetto rispetto all’originale.

Concludendo, mi è venuta sete.

Tenete comunque a mente che in un sorso di vino introiettate un sorso di natura, evocate paesaggi, clima e terra: non tracannate come diciottenni.

[Capitolo a parte, come sempre, meritano i nostri amici Uomo Del Fare™ e Donna Del Fare™.

Lui ha frequentato un corso di parasommelier tramite la scuola radio elettra ma beve solo i vini alla moda dei bar o che hanno nomi che gli solleticano la fantasia (Nero d’Avola, Aglianico del Vulture).

Lei preferisce i supertuscans, cioè tutti quelli che hanno la desinenza in –ello (Tignanello, Vigorello, Flaccianello, Tavernello) o –aia (Solaia, Lupicaia, Sassicaia, Legnaia, quest’ultimo consistente in una barrique lasciata macerare per sei mesi in Sangiovese Grosso e Cabernet Sauvignon e poi venduta in pratici tronchetti da sgranocchiare), e come distillato il Rhum single canna perché è più naturale e non disturba il fisico.

Scena:

Al ristorante.

La D.D.F. ha ordinato cozze alla panna e una bottiglia di Sassicaia.

L’U.D.F. la riprende bonariamente: “Cretina, non capisci mai un cazzo! Cameriere, mi porti subito un Novello di Negramaro!”.

Lei si sente lusingata da questa genuina manifestazione di complicità, confidenza e fiducia.] 
 

Personalismi 2.

Oggi sono stato convocato per un Kriegsspiel al Tribunale litoraneo di Kiel.

Lungo l’autostrada del ritorno guidavo con una mano e assaporavo sfuggire la mia identità attraverso i finestrini spalancati, assieme alle note di Battisti che colmavano l’abitacolo, rimanere per un attimo impigliata negli oleandri del newjersey, perdersi sulla riviera battuta dal vento.

Rapsodia in mi manchi maggiore.

Lui la ama, è incontrovertibile.

Lei diceva, dicevano, che era il Grande Amore.

Lei è l’olio che nutre il suo lume vitale, la radice che lo trattiene alla terra.

È la ragione per cui si alza al mattino e l’ultima coscienza prima del sonno.

Se il mondo fosse una ruota di bicicletta, lei sarebbe il cuscinetto a sfere.

Però se il mondo fosse una spiaggia, lui, per lei, sarebbe un aquilone o un palloncino rosso e blu. Senza filo.

Finchè, sfinita dalla sua assenza, lo ha lasciato. E prontamente rimpiazzato: con Pinco: uomo valente, intelligente, colto; democratico, serio, raffinato; affidabile, aitante, altolocato; pratico, presente, pronto all’uso: progetta di covare il suo gamete.

Lei dice che non amava che lui ma che lui non è stato abbastanza responsabile di lei.

Si vedono. Si baciano per sempre e per mai più, teneramente, amaramente.

Poi lei vola via.

Lui sperimenta il buon vecchio assortito, variegato, lacerante e perpetuo dolore dell’amore schiantato, dell’inesauribile dilagare del senso di colpa. Paga l’inestinguibile anatocismo del suo debito di coscienza.

Va con la testa fasciata, il groppo in gola, lo stomaco di pietra. Voglia di vomitare. Sigarette, vino benedetto e misericordioso.

Le mostra le sue ferite sanguinanti. Si trascina, striscia al cospetto di lei per un cenno, uno scritto, una parola. Ma quale riscatto, quale resurrezione? È tutto sale sulle piaghe: è tutto ciò che gli rimane.

Lei si preoccupa educatamente: tutto bene al lavoro? Lui risponde educato.

In realtà le avrebbe scritto:
“E tu, hai avuto un buon rientro? E hai ricevuto una buona razione di uccello? Mi spiace, ma è l’unica cosa a cui riesco a pensare. Che tu fai l’amore con un altro che dorme nel tuo letto, che gode della tua presenza e del tuo ritorno a casa, con il quale fai dei viaggi. Con il quale evidentemente stai bene. D’altronde, tu mi hai lasciato e, dopo circa un mese, ti sei innamorata. Brava, previdente. Alla faccia del “grande amore”. I grandi amori finiscono col ferro e col fuoco. Sicchè ti cancellerò da me. Ti sopprimerò interiormente, pietosamente. Non esisterai più. Non ti parlerò più, non ti risponderò più, cestinerò i tuoi messaggi senza leggerli. Schiattiate, porchiddio, di scagazzo col fischio. È agro, ingeneroso e cinico. Ma necessario.”

Un omicidio rituale, virtuale che non può compiere. Annullando la sofferenza la perderebbe definitivamente.

Il suo viso, le labbra increspate, la sua testolina acuta e caparbia; i piccoli nei; le mani, le dita, le unghie; il suo profumo, il suo odore; lo stare abbracciati e sospesi, invulnerabili: e tutto ciò di cui non si può parlare.

Potrebbe affermare sé stesso e le proprie ragioni: salvifico: ma si è spinto troppo al largo dal consorzio umano: le tasche sono vuote da sogni e da fede, la fierezza dimenticata in una soffitta di altri, è un guitto di paese.

Oppure negare sé stesso.

Lo farà? Oh, lo farà.

Senza tanto clamore, quietamente, con calma, metodo, concentrazione.

Ha fatto sapere che riposerà in casa. Ha pagato le bollette, annotato i pensieri su un quaderno grigio. Fischietta, uno sguardo al piano. Ha riordinato i vestiti e appaiato le scarpe, ha una medusa nel cervello, ha spremuto tutte le lacrime, ha appeso una cintola a un gancio e alzato i talloni da terra e ficcato il collo nell’ansa e

[nota. è una variazione sul tema “fine dell’amore” con tutto quel che ne consegue. non c’è happy end. ho rispettato il naturale declino degli eventi fino al logico epilogo. ma forse è più efficace e vero così. il male dell’abbandono è unisex per uomini e donne. però c’è una differenza sostanziale, ed è nel metodo di chi tronca il rapporto. una donna calcola, pianifica, si organizza una vita parallela. poi casca in piedi. tu cadi nel vuoto. non a caso, le grandi poesie e canzoni d’amore parlano tutte dello strazio per l'amor perduto o non corrisposto. e sono tutte scritte da uomini.

comunque, per la miglior resa del pezzo, suggerirei come colonna sonora: la struggente “Every time we say goodbye”, Chet Baker; la insana “Careful with that axe, Eugene”, Pink Floyd; “Threshold”, Dead Can Dance, con quel delizioso sentore di morte.]

 

E c’è anche il sub post.


 

Cambiare vita (self-made-man)


Fu nella stanchezza indolente di un pomeriggio estivo che maturai la definitiva decisione di cambiare vita, alla quale non erano del tutto estranee le ultime sedici telefonate cui lei aveva risposto con dei “vaffanculo” che avevo cercato invano di interpretare in mio favore. Afferrato dunque il martello, dopo alcuni incerti pesticciamenti sulle unghie dei piedi riacquistai pronta fiducia nei miei mezzi ed incalzai vigorosamente sgretolando metatarsi e poi su, più su fino alla completa demolizione delle epifisi tibiali e dei delicati legamenti del ginocchio, al faticoso squartamento delle cosce. Riposavo comodamente appoggiato sul bacino quando entrò la mamma. Mi rimbrottò acerbamente dicendo che ero il solito disordinato e iniziò a riporre nei cassetti le fibre muscolari, i tendini ed i frammenti ossei borbottando che nessuno in casa aveva più rispetto per lei che lavorava tanto. Appena uscì, le immagini di un sexy phone alla tele giunsero propizie ad evocare l’ultima pippa di consolazione, ma nel mentre apparve la televendita di un affettatutto ed il mio desiderio si spense sulle guarnizioni dei vol-au-vent. Pensai a quel mio amico che si eccitava con le signorine buonasera durante gli annunci della RAI, un caso patologico: soffriva anche di malesseri da fuso orario andando in bicicletta da un isolato all’altro. Sciolsi tronco e braccia nella vasca piena di idraulico liquido, anitra wc e cappelletti, cotti al dente nel succo della mia personalità; poi rotolai nel microonde-grill per eliminare le fibre superflue dal teschio. Fuori, il mondo continuava la sua corsa impazzita verso l’autodistruzione. Io adesso lavoro come modello per le foto degli avvisi dell’enel, ho una love story con una boccia da bowling e sono tanto, tanto felice.
 

Cosabella.

Parecchie sere fa sono andato al cinema con il buon vecchio Ghino la Ganga ed altri amici/che a vedere “La prima cosa bella” di Paolo Virzì.
Ho pianto come un vitello, accuratamente cercando di dissimulare i lacrimoni con sollevamenti e stropicciamenti degli occhiali, ravviate dei capelli (e passaggio palpebrale del mignolo), discrete soffiatine di naso.
Non tanto per le sorti della mamma, che si intuiscono da subito, quanto per il complessivo infierire della nostalgia per la mia infanzia anni ’70: per i vestitini dei bambini, le canzoni, i tempi dilatati in cui tutto era possibile, le foto schiarite della famigliola (papà con il collettone della camicia sbottonato sul petto) e le sue disavventure, il rapimento in Alfa Giulia.
Ingenuità perdute.
La serata è finita in una pasticceria siciliana aperta tutta la notte, dove, per riprendermi, ho dovuto bere tre passiti.
A un certo punto è passata la cameriera con un vassoio di brioches ripiene di crema di nocciola, appena sfornate.
Gliene è caduta una. L’ho raccolta e l’ho mangiata.