Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Rewind.

Fate finta che, come me, siate andati a teatro, domenica sera, in compagnia di amici, altri tre uomini e una donna, in macchina insieme.
Lo spettacolo è bello e già visto, l’attor comico – Antonio Rezza – sempre acuto e intelligente, manca il sussulto della prima sorpresa compensato dal gusto di una rilettura, come di un caro libro, che strappa risate e riflessioni nuove.
Al ritorno si conversa nell’abitacolo dai vetri un po’ appannati, sullo spettacolo, su altri spettacoli; programmi e telefilm tivù.
E allora voi iniziate a berciare di quel reality incrociato a tarda serata su emmetivì, protagonista un italoamericano conteso da uno stuolo di ragazzotte; ne descrivete argutamente il personaggio come un goffo e insulso sgorbio, e il format infarcito di luoghi comuni sull’italianità.
Non è una buona scusa che siate stanchi, o ancora immersi nella suggestione dello spettacolo, e perciò forziate l’apologo parendovi brillanti; fatto sta che mentre parlate, realizzate – sta accadendo, ecco, è già accaduto – di spalmare sui membri della compagnia i tratti dell’osceno figuro che andate dettagliando: ovviamente, il primo nome che vi viene in mente è quello del padre di uno del gruppo, un altro ha lo stesso colore di capelli e, toh, un terzo la medesima statura.
Percepite il crescere di una silenziosa, compunta attenzione: tanto che potete udire, sotto il suono della vostra voce ingrommata, il ronfare del turbodiesel, il sommesso sibilo degli iniettori; e parlate, parlate ancora, battendo le disperate strade del diversivo e della dissimulazione.
A questo punto, potete solo cercare di darvi un contegno emettendo un sordo gorgoglìo o gloglottìo (glop-glop-glop, glugluglugluglu), oppure facendovi cogliere da spasmi facciali.
Friedrich Nietzsche, perennemente roso dalla feroce tabe del senso di colpa, aveva dedicato tutta la sua filosofia a sopprimerla; e non si limitò a questo.
Non è vero che il 3 gennaio 1889 a Torino, scosso dai singhiozzi nel vedere un vetturino incrudelire sul proprio cavallo, una follia sacra prese corpo fulmineamente in lui per poi estinguersi in una lenta idiozia.
Era una controfigura: Nietzsche aveva inventato una macchinetta che infrangeva le brame del tempo, trionfando sul passato lo riportava all’attimo del ciò che fu fatto, reimpostava ed emendava l’errore commesso.
Visse in Svizzera per altri cinquant’anni sotto falso nome, un giulivo galante signore, e si spense tra il sereno cordoglio di figli e nipoti.
Adesso quella macchinetta, dopo tortuosi e segreti passaggi di mano, è giunta a me.
Ogni tanto – è antica e va risparmiata, non saprei ripararla se si guastasse – la uso.
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Fate finta che, come me, siate andati a teatro, domenica sera, in compagnia di amici, altri tre uomini e una donna, in macchina insieme…