Il paradosso di ruzino.

Il paradosso di Ruzino dieci anni dopo.
Postilla: non avrei mai immaginato, da ragazzo, che avrei vissuto un periodo così di merda e regressivo, ammorbato da una politica sgangherata, una società allo sbando, una situazione ambientale catastrofica.

ruzino

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Game over.

Al supermarket una anziana signora mi cede il posto alla cassa. Ho soltanto tre cose. La ringrazio profondamente e le svuoto il carrellino perché non riesce a chinarsi. Esco, finisco la spesa al negozio a fianco e mentre apro la bici me la trovo lì. Mi dice che è appena stata dal medico, che le ha diagnosticato il diabete e prescritto farmaci poiché l’integratore alimentare che potrebbe aiutarla è troppo caro per le sue tasche. É ancora sotto choc. Tento di consolarla, “il diabete l’hanno quasi tutti a una certa età, non succede niente, provi a variare la dieta…”. Mi guarda e fa “mi scusi, non sapevo con chi parlare, a casa ho solo gatti”. Poi, quando ci accomiatiamo, “ha compiuto una buona azione”. Ecco. E sono andato a casa mia, senza gatti, popolata dai fantasmi di ex figli, ex donne, amici lontani.

Coitus. Interruptus.

L’ho fatta venire con la bocca e con le mani, piano, sfiorando la pelle liscia del pube e delle cosce. Sono stato, prima, lungamente dentro di lei, la baciavo, la accarezzavo, la stringevo, le parlavo. Lei pensa di godere perchè l’ho toccata in un certo posto e non sa che è perchè la amo e glielo faccio capire attraverso il mio corpo. Mormora, ora, parole sconnesse. E’ vicina al bordo del letto. Urla, freme e sussulta, si contrae, cade giù. Il cagnino è steso per terra. Sobbalza, la guarda e le dà una leccata sulle labbra.

Personalismi 11.

Colei che ho amato moltissimo, la mia amata amante, che dopo avermi scaricato (cfr. “Rapsodia in mi manchi maggiore”, “Julius prima e dopo” ed altri) per un plutocrate impotente si era rifatta viva con dolci richiami d’amore come “sborrami dappertutto” utilizzandomi come dildo per un paio d’anni, ad un certo punto ha lasciato lui e scaricato per la seconda volta me che finalmente libero la attendevo a braccia aperte, senza ai nè bai, per mettere su casa con un altro plutocrate impotente. Succede.

Di donna in donna sono stato, anche, gravemente innamorato (cfr. “Di nuovo”) di una la cui attrattiva principale era quella di somigliare ad un buco nero o un lago profondissimo e buio nel quale il tuo dare spirituale e materiale, il tuo amare, viene risucchiato scomparendo senza risposte o increspature.

Ed è come giocare alla roulette puntando su un rosso che non esce mai, raddoppiando fino alla bancarotta quella posta che è il tuo investimento emotivo.

Nel senso:

  • Messaggino mio (blablà, insomma I love you).
  • Whatsapp di lei ultimo accesso ieri alle 16.35.
  • Passano invano i giorni, il cuore si fa di pietra, avverti i primi sintomi di pancreatite.
  • Dopo una settimana di apnea coltivi seri dubbi sulla tua identità.
  • Lei si fa viva, ovviamente non glie lo fai pesare mentre rimani appeso alla briciolina che ti viene offerta come una trota all’esca; il cuore ricomincia a battere.
  • Ti palesi con regalino studiatissimo (non troppo costoso perché altrimenti si sente comprata, non cheap perché altrimenti si sente svilita, un qualcosa che rappresenti te e al tempo stesso lei facendo capire che l’hai compresa…): oh, grazie.
  • Passano i giorni, sparizione, non vuoi stalkare, introietti.
  • Messaggino: mi sento una merda; ma faccio veramente così schifo? Oh no, sei un uomo fuori dal comune, spicchi tra la folla e patatì e patatà, e ti ci vorrebbe qualcuno di accogliente con cui parlare, se fossi lì io…
  • Passano i giorni, ultimo accesso whatsapp di lei ieri alle 20.18; fegato in avanzato stadio di decomposizione.
  • Messaggino: beh, anche se non me la darai mai mi basterebbe essere tuo amico. Mah, non mi pare che tu ti sappia mettere da parte ed accogliere l’altro.

Succede.

L’altra sera sono uscito con una donna: bella, alta, mora (prerequisito fondamentale), intelligente, ottima posizione.

Beviamo una cosa: il volume della musica è così alto da far vibrare i bicchieri, sicchè mi dirigo con l’autorevolezza di chi pensa di far(le) un piacere verso il dj e chiedo di abbassare.

Dopo un po’, volume a mille again: adesso torno e glie lo dico. Dai, datti una calmata, che palle! Vengo colto dalla quiete del contadino che vede la grandine distruggere il vigneto e non può farci un cazzo.

Per tutta la sera ha una caccola nella narice sinistra. Finalmente tira su col naso. Le offro un fazzolettino. Epperchè, ho la candela? Ah ah! Ha fatto la battuta. La battuta.

Accompagno a casa, baciamano. Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

L’Italia.

L’Italia è quel posto dove, se rispetti le regole, crei un problema e vieni sistematicamente inculato.

Esempio: ti fermi alle strisce pedonali? Ti superano in quindici, incuranti dei pedoni ai quali strombazzano selvaggiamente. Così è.

2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

Gioventù appena appena sbruciacchiata, anzi un po’ scotta.

Ci sono i giovani mainstream, dai 18 ai 44; escono la sera, tutti uguali e nerovestiti e gellati e con le loro brave macchinette sotto al culo, vanno a inciuccarsi nei baretti – pubbetti – chioschetti del centro/lungofiume/parco, ciucca a base di Long Island Iced Tea, Rum & Cola, Gin Tonic, Mojito, Caipirinha o tutte le cose insieme, sballano per bene in modo rituale e borghese, assiepati e controllati finchè non fanno troppo casino oppure si spetacciano contro un platano trasformandosi in mazzi di fiori sul ciglio della strada.

Mmhhh … brutto, brutto.

Poi c’è una gioventù rivoluzionaria, colta, impegnata, che si batte per una giusta causa, molto più romantica nei miei pensieri anche se brucia un paio di cassonetti, e già meditavo di regalare alla prole una scatola di cerini per il diciottesimo compleanno quando ho assistito a qualche intervista di adolescenti indignati alla tivù.

Una ragazza portavoce di un gruppo universitario, con lessico da terza elementare e pesantissima inflessione dialettale, protestava contro “il governo delle banche”, ma quando le è stato domandato perché ha risposto “eee … perché è ora di finirla cheeeee … le banche fanno quello che vogliono e ci comandano quello che dobbiamo fare”, povera bambina manipolata, lei e i suoi striscioni alle spalle.

Il migliore però è stato un altro, barbuto, in un’altra trasmissione, che ha proposto “un’idea semplicissima: falliamo. Non paghiamo nessun debito e facciamo un default controllato”.

Alla faccia dell’indignado: qui emerge addirittura l’antico e peggior vizio del più paraculo debitore italiano, che vuole fallire grasso, con i soldi in tasca e senza pagare i creditori e chi s’è visto s’è visto, insomma, affanculo il debito e che ricada su altri Paesi non solo più benestanti di noi ma anche più svantaggiati, chi se ne frega della nostra impronta biologica determinata da un iperconsumo ostentato: abbiamo vissuto a pane e BMW a spese vostre e mo’ vi freghiamo tutti, contenti?