Personalismi 11.

Colei che ho amato moltissimo, la mia amata amante, che dopo avermi scaricato (cfr. “Rapsodia in mi manchi maggiore”, “Julius prima e dopo” ed altri) per un plutocrate impotente si era rifatta viva con dolci richiami d’amore come “sborrami dappertutto” utilizzandomi come dildo per un paio d’anni, ad un certo punto ha lasciato lui e scaricato per la seconda volta me che finalmente libero la attendevo a braccia aperte, senza ai nè bai, per mettere su casa con un altro plutocrate impotente. Succede.

Di donna in donna sono stato, anche, gravemente innamorato (cfr. “Di nuovo”) di una la cui attrattiva principale era quella di somigliare ad un buco nero o un lago profondissimo e buio nel quale il tuo dare spirituale e materiale, il tuo amare, viene risucchiato scomparendo senza risposte o increspature.

Ed è come giocare alla roulette puntando su un rosso che non esce mai, raddoppiando fino alla bancarotta quella posta che è il tuo investimento emotivo.

Nel senso:

  • Messaggino mio (blablà, insomma I love you).
  • Whatsapp di lei ultimo accesso ieri alle 16.35.
  • Passano invano i giorni, il cuore si fa di pietra, avverti i primi sintomi di pancreatite.
  • Dopo una settimana di apnea coltivi seri dubbi sulla tua identità.
  • Lei si fa viva, ovviamente non glie lo fai pesare mentre rimani appeso alla briciolina che ti viene offerta come una trota all’esca; il cuore ricomincia a battere.
  • Ti palesi con regalino studiatissimo (non troppo costoso perché altrimenti si sente comprata, non cheap perché altrimenti si sente svilita, un qualcosa che rappresenti te e al tempo stesso lei facendo capire che l’hai compresa…): oh, grazie.
  • Passano i giorni, sparizione, non vuoi stalkare, introietti.
  • Messaggino: mi sento una merda; ma faccio veramente così schifo? Oh no, sei un uomo fuori dal comune, spicchi tra la folla e patatì e patatà, e ti ci vorrebbe qualcuno di accogliente con cui parlare, se fossi lì io…
  • Passano i giorni, ultimo accesso whatsapp di lei ieri alle 20.18; fegato in avanzato stadio di decomposizione.
  • Messaggino: beh, anche se non me la darai mai mi basterebbe essere tuo amico. Mah, non mi pare che tu ti sappia mettere da parte ed accogliere l’altro.

Succede.

L’altra sera sono uscito con una donna: bella, alta, mora (prerequisito fondamentale), intelligente, ottima posizione.

Beviamo una cosa: il volume della musica è così alto da far vibrare i bicchieri, sicchè mi dirigo con l’autorevolezza di chi pensa di far(le) un piacere verso il dj e chiedo di abbassare.

Dopo un po’, volume a mille again: adesso torno e glie lo dico. Dai, datti una calmata, che palle! Vengo colto dalla quiete del contadino che vede la grandine distruggere il vigneto e non può farci un cazzo.

Per tutta la sera ha una caccola nella narice sinistra. Finalmente tira su col naso. Le offro un fazzolettino. Epperchè, ho la candela? Ah ah! Ha fatto la battuta. La battuta.

Accompagno a casa, baciamano. Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

L’Italia.

L’Italia è quel posto dove, se rispetti le regole, crei un problema e vieni sistematicamente inculato.

Esempio: ti fermi alle strisce pedonali? Ti superano in quindici, incuranti dei pedoni ai quali strombazzano selvaggiamente. Così è.

2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

Gioventù appena appena sbruciacchiata, anzi un po’ scotta.

Ci sono i giovani mainstream, dai 18 ai 44; escono la sera, tutti uguali e nerovestiti e gellati e con le loro brave macchinette sotto al culo, vanno a inciuccarsi nei baretti – pubbetti – chioschetti del centro/lungofiume/parco, ciucca a base di Long Island Iced Tea, Rum & Cola, Gin Tonic, Mojito, Caipirinha o tutte le cose insieme, sballano per bene in modo rituale e borghese, assiepati e controllati finchè non fanno troppo casino oppure si spetacciano contro un platano trasformandosi in mazzi di fiori sul ciglio della strada.

Mmhhh … brutto, brutto.

Poi c’è una gioventù rivoluzionaria, colta, impegnata, che si batte per una giusta causa, molto più romantica nei miei pensieri anche se brucia un paio di cassonetti, e già meditavo di regalare alla prole una scatola di cerini per il diciottesimo compleanno quando ho assistito a qualche intervista di adolescenti indignati alla tivù.

Una ragazza portavoce di un gruppo universitario, con lessico da terza elementare e pesantissima inflessione dialettale, protestava contro “il governo delle banche”, ma quando le è stato domandato perché ha risposto “eee … perché è ora di finirla cheeeee … le banche fanno quello che vogliono e ci comandano quello che dobbiamo fare”, povera bambina manipolata, lei e i suoi striscioni alle spalle.

Il migliore però è stato un altro, barbuto, in un’altra trasmissione, che ha proposto “un’idea semplicissima: falliamo. Non paghiamo nessun debito e facciamo un default controllato”.

Alla faccia dell’indignado: qui emerge addirittura l’antico e peggior vizio del più paraculo debitore italiano, che vuole fallire grasso, con i soldi in tasca e senza pagare i creditori e chi s’è visto s’è visto, insomma, affanculo il debito e che ricada su altri Paesi non solo più benestanti di noi ma anche più svantaggiati, chi se ne frega della nostra impronta biologica determinata da un iperconsumo ostentato: abbiamo vissuto a pane e BMW a spese vostre e mo’ vi freghiamo tutti, contenti?

Train, in vane.*

Ci sono gli uomini del fare e quelli del non fare. Io appartengo alla seconda categoria.

Gli Uomini Del Fare hanno la capacità, l’attitudine, la caratteristica di tradurre immediatamente in atto i loro pensieri; chiamasi volontà, piglio decisionale, sano pragmatismo: ad esempio: mi scappa da cagare = cago (Freud ha tratto felici deduzioni sul superamento della fase anale), voglio divorziare = sgancio per te e i mocciosi, scopro di desiderare di essere femmina = mi strappo l’uccello a mani nude, il posto migliore dove far passare la TAV è la Val Susa = sono cazzi vostri.

L’Uomo Del Fare non perde tempo. Organizza le proprie giornate secondo piani quinquennali. Si divide tra un lavoro massacrante, apicale e ben remunerato (con mansioni di top job area consulting manager, hardly workerfucker, senior frequent sneaker), sport molto sportivi ed estremi (parapendio senza paracadute, sci alpinismo a piedi nudi, diving nella Fossa delle Marianne, trekking nel deserto del Queensland nutrendosi solo di carogne di aborigeni, offshore – inteso come creazione di società matrioska all’estero, ciascuno indossando l’appropriato e costosissimo cronografo), sbattimento della dolce metà.

L’Uomo Del Fare rientra al focolare domestico con il proprio pesante fardello. Niente di meglio, per scaricarlo, che impastare un po’ le tette e fottere la donna del fare.

[Excursus: la donna è, per propria intima natura, “del fare”. A una storia d’amore di qualità elevatissima e irripetibile per sentimento e passione preferisce il “fare”, solido, tangibile, affidabile. Se così non fosse, sarebbe una cattiva donna, una cattiva madre, e non vi pianterebbe su due piedi per un Uomo Del Fare. D’altronde un cazzo, comunque lo giri, è un cazzo. Quod non est in actis non est in mundo: perché sprecare insulse paroline d’amore quando è molto più semplice comunicarlo con un anellone o un resort per due alle Andamane? La routine quotidiana la manda in sollucchero, sfrigola come il gateau appena infornato per cena. Accetta di buon grado di fungere con regolare cadenza da strumento svuotapalle dell’Uomo Del Fare. Sa che un siffatto individuo, maschio alfa alfa superdominante, è garanzia di pagnotta, proprietà immobiliari, assegni di mantenimento per lei e la futura prole. Come tutte, cercherà di cambiare l’Uomo Del Fare in qualcos’altro. Poi si farà scopare dall’antennista.]

Insomma, l’Uomo Del Fare potrebbe anche essere in fondo in fondo un gran bravo ragazzo, a parte un grave difetto: oltre a decidere per sé decide anche per gli altri.

In tutto ciò ha buon gioco, dal momento che la sua capacità lo pone in contatto con altri Uomini Del Fare insieme ai quali giunge a manovrare le leve di controllo economiche e politiche. Se si potessero contaminare le risolute, e spesso grossolane, decisioni degli Uomini Del Fare con i filosofemi degli uomini del non fare, il mondo sarebbe di gran lunga migliore.

Ma gli uomini del non fare sono di solito occupati in attività tanto più profonde quanto più marginali e vane, tipo scoprire che un pezzo di Marilyn Manson suonato a rovescio nasconde “Munastero ‘e Santa Chiara” di Peppino di Capri, oppure riflettere sull’inutilità di far passare la TAV in Val Susa; oppure trasmettere tutto il proprio amore quando fanno l’amore, e iscriversi a un corso di antennista.

* Il titolo parafrasa quello di un notissimo brano dei Clash, "Train in vein".

Rapsodia in mi manchi maggiore.

Lui la ama, è incontrovertibile.

Lei diceva, dicevano, che era il Grande Amore.

Lei è l’olio che nutre il suo lume vitale, la radice che lo trattiene alla terra.

È la ragione per cui si alza al mattino e l’ultima coscienza prima del sonno.

Se il mondo fosse una ruota di bicicletta, lei sarebbe il cuscinetto a sfere.

Però se il mondo fosse una spiaggia, lui, per lei, sarebbe un aquilone o un palloncino rosso e blu. Senza filo.

Finchè, sfinita dalla sua assenza, lo ha lasciato. E prontamente rimpiazzato: con Pinco: uomo valente, intelligente, colto; democratico, serio, raffinato; affidabile, aitante, altolocato; pratico, presente, pronto all’uso: progetta di covare il suo gamete.

Lei dice che non amava che lui ma che lui non è stato abbastanza responsabile di lei.

Si vedono. Si baciano per sempre e per mai più, teneramente, amaramente.

Poi lei vola via.

Lui sperimenta il buon vecchio assortito, variegato, lacerante e perpetuo dolore dell’amore schiantato, dell’inesauribile dilagare del senso di colpa. Paga l’inestinguibile anatocismo del suo debito di coscienza.

Va con la testa fasciata, il groppo in gola, lo stomaco di pietra. Voglia di vomitare. Sigarette, vino benedetto e misericordioso.

Le mostra le sue ferite sanguinanti. Si trascina, striscia al cospetto di lei per un cenno, uno scritto, una parola. Ma quale riscatto, quale resurrezione? È tutto sale sulle piaghe: è tutto ciò che gli rimane.

Lei si preoccupa educatamente: tutto bene al lavoro? Lui risponde educato.

In realtà le avrebbe scritto:
“E tu, hai avuto un buon rientro? E hai ricevuto una buona razione di uccello? Mi spiace, ma è l’unica cosa a cui riesco a pensare. Che tu fai l’amore con un altro che dorme nel tuo letto, che gode della tua presenza e del tuo ritorno a casa, con il quale fai dei viaggi. Con il quale evidentemente stai bene. D’altronde, tu mi hai lasciato e, dopo circa un mese, ti sei innamorata. Brava, previdente. Alla faccia del “grande amore”. I grandi amori finiscono col ferro e col fuoco. Sicchè ti cancellerò da me. Ti sopprimerò interiormente, pietosamente. Non esisterai più. Non ti parlerò più, non ti risponderò più, cestinerò i tuoi messaggi senza leggerli. Schiattiate, porchiddio, di scagazzo col fischio. È agro, ingeneroso e cinico. Ma necessario.”

Un omicidio rituale, virtuale che non può compiere. Annullando la sofferenza la perderebbe definitivamente.

Il suo viso, le labbra increspate, la sua testolina acuta e caparbia; i piccoli nei; le mani, le dita, le unghie; il suo profumo, il suo odore; lo stare abbracciati e sospesi, invulnerabili: e tutto ciò di cui non si può parlare.

Potrebbe affermare sé stesso e le proprie ragioni: salvifico: ma si è spinto troppo al largo dal consorzio umano: le tasche sono vuote da sogni e da fede, la fierezza dimenticata in una soffitta di altri, è un guitto di paese.

Oppure negare sé stesso.

Lo farà? Oh, lo farà.

Senza tanto clamore, quietamente, con calma, metodo, concentrazione.

Ha fatto sapere che riposerà in casa. Ha pagato le bollette, annotato i pensieri su un quaderno grigio. Fischietta, uno sguardo al piano. Ha riordinato i vestiti e appaiato le scarpe, ha una medusa nel cervello, ha spremuto tutte le lacrime, ha appeso una cintola a un gancio e alzato i talloni da terra e ficcato il collo nell’ansa e

[nota. è una variazione sul tema “fine dell’amore” con tutto quel che ne consegue. non c’è happy end. ho rispettato il naturale declino degli eventi fino al logico epilogo. ma forse è più efficace e vero così. il male dell’abbandono è unisex per uomini e donne. però c’è una differenza sostanziale, ed è nel metodo di chi tronca il rapporto. una donna calcola, pianifica, si organizza una vita parallela. poi casca in piedi. tu cadi nel vuoto. non a caso, le grandi poesie e canzoni d’amore parlano tutte dello strazio per l'amor perduto o non corrisposto. e sono tutte scritte da uomini.

comunque, per la miglior resa del pezzo, suggerirei come colonna sonora: la struggente “Every time we say goodbye”, Chet Baker; la insana “Careful with that axe, Eugene”, Pink Floyd; “Threshold”, Dead Can Dance, con quel delizioso sentore di morte.]

 

E c’è anche il sub post.


 

Cambiare vita (self-made-man)


Fu nella stanchezza indolente di un pomeriggio estivo che maturai la definitiva decisione di cambiare vita, alla quale non erano del tutto estranee le ultime sedici telefonate cui lei aveva risposto con dei “vaffanculo” che avevo cercato invano di interpretare in mio favore. Afferrato dunque il martello, dopo alcuni incerti pesticciamenti sulle unghie dei piedi riacquistai pronta fiducia nei miei mezzi ed incalzai vigorosamente sgretolando metatarsi e poi su, più su fino alla completa demolizione delle epifisi tibiali e dei delicati legamenti del ginocchio, al faticoso squartamento delle cosce. Riposavo comodamente appoggiato sul bacino quando entrò la mamma. Mi rimbrottò acerbamente dicendo che ero il solito disordinato e iniziò a riporre nei cassetti le fibre muscolari, i tendini ed i frammenti ossei borbottando che nessuno in casa aveva più rispetto per lei che lavorava tanto. Appena uscì, le immagini di un sexy phone alla tele giunsero propizie ad evocare l’ultima pippa di consolazione, ma nel mentre apparve la televendita di un affettatutto ed il mio desiderio si spense sulle guarnizioni dei vol-au-vent. Pensai a quel mio amico che si eccitava con le signorine buonasera durante gli annunci della RAI, un caso patologico: soffriva anche di malesseri da fuso orario andando in bicicletta da un isolato all’altro. Sciolsi tronco e braccia nella vasca piena di idraulico liquido, anitra wc e cappelletti, cotti al dente nel succo della mia personalità; poi rotolai nel microonde-grill per eliminare le fibre superflue dal teschio. Fuori, il mondo continuava la sua corsa impazzita verso l’autodistruzione. Io adesso lavoro come modello per le foto degli avvisi dell’enel, ho una love story con una boccia da bowling e sono tanto, tanto felice.
 

Pulp 3.

Allora, stavo tornando a casa in bici quando, dopo il semaforo, c’era questo uccellino in mezzo alla strada; una piccola tortora; arriva una Multipla e gli passa sopra, l’uccellino sbatacchia contro il pianale in un frullo d’ali e ne esce sbilenco e arruffato.

Siccome aveva i vetri fumati non ho distinto il guidatore: ma mentre andavo verso il volatile, e ancora “… onzoooo” risuonava nella via, arriva una Yaris, coi vetri aperti, guidata da una ragazza che mi guarda scioccamente mentre le dico No No e indico l’uccello (…), e lo travolge, e ancora lui sbatacchia contro il pianale in uno sbattere d’ali e ne esce per la seconda volta in dieci secondi.

Sono andato dall’uccellino e l’ho mandato nel vicino parchetto, dove con mio sollievo è svolazzato su un albero.

*

Poi sono andato a casa e ho preso il bazuca, e sono montato sulla mia Fearari GTX venti cilindri e duecento valvole.

Li ho raggiunti che ancora avevano la prima, dopo il semaforo. Ho sparato a tutti e due. Bum Bum. Mi sembrava il minimo.
 

* Fin qui tutto vero.