Letture 2.

Il libro del post precedente è una vecchia malattia. In realtà non lo avevo mai letto e, probabilmente, mai lo leggerò: è troppo intriso di morte, e di morte ne ho avuta abbastanza da non considerarla più con leggerezza, sicché ho ritenuto sufficiente omaggio alla memoria lo scatto fugace di una fotografia rubato in libreria – i dialoghi sono sorprendentemente ricalcati nel film, più volte visto.

Sto leggendo questo, ben cesellato.

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Nel frammezzo.

Nel frammezzo, tra assisi alla Corte di Bethesda, scritti corsari e spadaccini al Tribunale di Pankow e gente che non paga perchè forse pensa che io abbia ricevuto una cospicua rendita unitamente alla laurea e debba svolgere volontariato sociale, ho trovato anche il tempo di leggere un libro e andare al cinema.

Il libro è “Le interviste impossibili”, di Giorgio Manganelli, scrittore e editorialista anni ’60 – ’80 eppertanto da me allora giovincello mai cagato.

Specie di Antologia di Spoon River di casa nostra, colleziona i dialoghi tra l’Autore e personaggi della storia: memorabili quelli con Tutankhamon e De Amicis; lo stile è accuratissimo, colto, ora secco e lieve ora cesellato e ridondante e, come nella tradizione del Manga, alterna momenti di improvvisa ilarità a riflessioni profonde, morali e filosofiche.

Poca spesa e molta resa: Adelphi tascabili a dieci Eurini tondi; tra gli altri della medesima collana, consiglio caldamente il godibilissimo “Mammifero italiano”.

Il film, invece, è “La talpa”, trasposizione dell’omonimo romanzo di Le Carrè (che fregherò, per opportuna rilettura, a casa dei miei): visto senza avvisare l’amico Ghino la Ganga e sollevandone, pertanto, le giuste rimostranze.

Si avverte, noi che c’eravamo, l’idea di ricreare, quanto a estetica e tempi cinematografici, un film degli anni ’70 ma patinato per l’attualità: da un lato, il sapore leggermente dimesso degli abiti e delle acconciature dell’epoca viene reso glamorous e appetibile (le Clarks, i vestitucci aderenti e di colori improbabili, i basettoni); dall’altro i silenzi e gli scricchiolii di scena, tipici degli sceneggiati, enfatizzano una tensione trasognata e intimista, lontana dall’andamento da videoclip al quale siamo noiosamente abituati, che vi fa trascorrere due orette in poltrona lisce lisce.

Un ottimo Gary Oldman è spia anziana, esperta, silenziosa ed efficace, accompagnata da una colonna sonora jazz riveduta e corretta all’oggi.