La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Ruzinojus.

Le recenti sentenze penali che hanno destato scalpore (Cucchi, L’Aquila e, da ultima, Eternit), al di là delle condivisibili ragioni di diritto che le hanno determinate, dimostrano l’inadeguatezza, l’inaffidabilità e la sostanziale inefficacia del sistema di diritto penale italiano nel suo complesso considerato (regole sostanziali, regole procedurali, metodi di indagine) ad affermare una responsabilità di tipo penale, a sanzionare tale responsabilità con una pena quale che essa sia, a risarcire conseguentemente alla affermazione della responsabilità le persone danneggiate dal reato.

Esemplare – da ultima – la sentenza Eternit laddove, alla stregua del capo di imputazione contestato al supponente riccastro (eppertanto in nuce antipatico: vieppiù, e fino al midollo, leggendo le sue esecrabili e vergognose dichiarazioni circa “teoria del complotto”, “processi ingiustificati in violazione dei principi del giusto processo” e aspettative che “ora lo Stato italiano lo protegga da ulteriori e che archivi tutti i procedimenti in corso”), la Cassazione non poteva che pronunciare la prescrizione: la quale, compiendosi nel caso di specie in quindi anni, e cessata la condotta dolosa nel 1985/86 con la chiusura degli stabilimenti, si sarebbe compiuta andando a spannella nel 2001 o 2002: prima della fine del giudizio di primo grado, travolgendo anche la condanna al risarcimento del danno (se matura dopo la sentenza di primo grado, il risarcimento viene confermato).

Questa eventualità credo fosse nota e arcinota a tutti quanti gli addetti ai lavori coinvolti nel processo, in primis ai miei colleghi che ora cadono dalle nuvole.

Posto che la prescrizione significa che il reato è stato accertato e la responsabilità penale affermata (il che costituisce un buon presupposto per risarcimenti epocali in sede civile) è drammaticamente vero che, nella maggior parte dei casi, i giudici penali si siano trasformati in tristi macinatori di prescrizioni, con frustrazione delle persone offese, sgomento e scompiglio nell’opinione pubblica che non capisce la differenza tra proscioglimento e assoluzione, sconcertanti dichiarazioni di imputati e colleghi che parlano di brillanti assoluzioni, e stampa nazionale, tutta quanta (non solo i vari giornali e liberi, per i quali la deformazione della realtà è prassi) salvo rare eccezioni, a fomentare incultura e casino vuoi per totale ignoranza della materia trattata, vuoi per ammiccamenti a un giornalettismo da rotocalco buono per far tirare le vendite vellicando gli aspetti più coreografici della vicenda e gli istinti più bassi della gente: vai con la telenovela, l’occhio della madre, la carrozzella, uamm uamm.

Il problema – di inefficacia del sistema penale e di irresponsabilità dei media – si è tragicamente riproposto nel diverso caso del povero Cucchi: è possibile che non venga individuato nessun colpevole della morte di un ragazzo avvenuta mentre era in custodia? Sì, è possibile, quando probabilmente le indagini sono state confuse e approssimative (e mi fermo qui) e quando la responsabilità è diffusa: e allora i giudici non possono, perché tenuti ad osservare delle regole, pronunciare una condanna penalmente sostenibile.

Dopodichè, la sentenza e le circostanze tutte soggettive e oggettive dell’accaduto sono state tirate per la giacchetta a destra e a manca: leggasi: incapacità dei giudici, giustizia malata, fotografie scioccanti eppertanto probanti, festeggiamenti a dir poco inopportuni e, da ultimo e a coronamento dell’incapacità collettiva a capirci qualcosa come in una allegoria bruegheliana, le insensate dichiarazioni di un ex ministro.

A poco vale ricordare che, nella fattispecie, esiste una responsabilità civile riconosciuta in forza della quale la famiglia ha ricevuto, mi pare, un risarcimento di un milione e passa: quello che viene fomentato è il desiderio – per vero insito nella parte più ancestrale della coscienza umana – di ottenere un colpevole a tutti i costi, da sbudellare in piazza, fare a pezzi, distribuire equamente alla folla per placarne le ansie punitive.

Diverso ancora è il caso della sentenza de L’Aquila; resta difficile il comprendere come potessero essere, dei tecnici, responsabili per non avere esattamente previsto il sisma che si sarebbe verificato di lì a poco: ma anche questo finisce nella grande insalata mediatica dove tutto si rimescola e perde di senso.

Stiamo assistendo, da un lato, agli ultimi sussulti di agonia di un sistema penale da tempo incapace di rispondere (e non mi dilungherò a spiegarne le ragioni, in parte insite in regole che potrebbero essere migliorate e in parte puramente pecuniarie) alle normali esigenze di giustizia alle quali dovrebbe essere funzionale, individuando delle responsabilità in tempi ragionevoli e giungendo, in caso affermativo, ad eseguire delle pene adeguate, il che è fondamentale per infondere certezza e quindi rassicurazione nella gente; dall’altro alla de-civilizzazione dell’occidente e del nostro Paese in particolare: e una è contrappeso dell’altra: quanto meno è garantita la certezza del diritto, tanto più si agitano (e possono essere facilmente strumentalizzati) i furori del popolo.

(Il tutto lo avevo scritto quando è stata resa nota la sentenza Eternit).

Aggiungo che, talora, accade che la punizione sia inverata dalla angosciosa pendenza del processo in sè, protratta nel tempo, e dal dissanguamento economico dell’imputato in parcelle esorbitanti: trattasi, tuttavia, di un effetto laterale non previsto dal sistema.

Troppo spesso, però, la prescrizione, pur contemplata dal sistema, è (direi da una ventina d’anni a questa parte) il modo di concludersi “normale” di un processo anche a beneficio di chi se ne è strafregato: e questo è un prodotto degenerativo dell’istituto rispetto alla sua ragion d’essere (sfumare del disvalore del reato nella memoria collettiva, disinteresse dello Stato a perseguirlo).

Il fatto è che la prescrizione, così come la conosciamo oggi, risale agli anni ’30 e per decenni ha rappresentato un evento eccezionale in un mondo dove se dicevi a uno “ti denuncio” questo si cagava addosso e non rispondeva con una pernacchia o una controquerela inventata; dove l’essere sotto processo costituiva il massimo della vergogna; dove c’era maggior senso civico; e dove, riassumendo, i processi penali erano in numero mooolto minore di adesso e si concludevano con una sentenza di condanna o assoluzione nel merito.

Sicchè, il tourbillon mediatico/populista scaturito dalla gran messe di proscioglimenti per prescrizione degli ultimi anni ha dato adito ad opposti estremismi.

C’è chi, come parecchi colleghi, afferma che no, l’istituto non può essere soppresso o modificato perchè se lo Stato non riesce a confezionare una condanna nei tempi previsti contro un imputato (così come un privato cittadino non esercita un suo diritto di rango civilistico nei confronti di un altro), allora cazzi suoi.

C’è chi, come il Presidente del Senato Piero Grasso (e il Presidente del Consiglio che cavalca l’onda emozionale), tuona per l’abolizione della prescrizione tout court.

Entrambe le posizioni sono, ovviamente, sbagliate.

La prima, perchè la prescrizione penale non può essere paragonata a quella civile: la prescrizione penale può essere interrotta solo una volta (artt. 157 e 160 c.p.) da determinati eventi e accrescersi, così, di un quarto in base alla c.d. Legge “ex Cirielli” (es: il furto si prescrive in sei anni; l’interrogatorio o la richiesta di rinvio a giudizio ne interrompono il corso; il termine finale è di 6 + 1 e sei mesi = 7 anni e mezzo dalla data del reato); mentre la prescrizione civile può essere interrotta indefinite volte e decorrere da capo (art. 2945 c.c.).

Errano, inoltre, i colleghi, perchè non tengono conto del fatto che lo Stato siamo tutti noi eppertanto, se lo Stato non riesce per mancanza di mezzi o per regole anzianotte a concludere nei termini un processo penale, se l’istituto produce effetti distorsivi rispetto alla sua ragion d’essere iniziale, se la gran parte dell’opinione pubblica manifesta di essersi rotta i maroni nel vedere i delinquenti sgavagnarsela, ciò significa che qualcosa non funziona e tocca metterci mano.

La seconda posizione è sbagliata perchè non si può pretendere che un indagato o imputato resti sotto processo per tutta la vita in balia delle meline che caratterizzano oggi un processo penale: ha diritto ad essere processato, condannato o assolto in tempi brevi senza doversi consumare in attesa della sentenza: non lo dico io ma l’art. 111 della Costituzione, che occorre rispettare.

Tirando le somme, cosa facciamo?

La soluzione irreale sarebbe quella di pompare un casino di soldi – che non ci sono – nel sistema per incrementare l’organico di uomini (giudici, funzionari eccetera) e mezzi (computer, software, ma anche banalmente stampanti, fotocopiatrici, auto) cosicchè un giudice non abbia, come ora, un carico quotidiano di cinquanta procedimenti riuscendo a definirne tre e mandando al macero gli altri.

La soluzione meno irreale sarebbe quella di aumentare un pelino i termini di prescrizione e del suo rinnovo in caso di interruzione, e di modificare le regole in tema di notificazioni e correlative nullità (spesso il processo retrocede per capziose nullità nella notifica).

La soluzione forse più reale sarebbe un mix di queste due.

Il tutto, tenendo ben presente che il processo penale non può essere, così come si vuole pretendere che sia, la panacea di tutti i mali.

Nuove dal telegiornale.

Avviata la riforma della Giustizia nello spirito dei costumi italici: introduzione del Codice Incivile e, per i più facinorosi, del Codice di Procedura Anale.

Entrano nel computo del PIL prostituzione e droga. Moody’s: no PIL, no party. Manderemo osservatori.

Polemiche sulla ricorrenza Togliatti – De Gasperi. A breve risolto anche l’annoso dualismo Scipione – Quinto Fabio Massimo.

Ricapitolando.

Più che l’estate potè l’autunno, o la primavera, o comunque una stagione sinistramente piovosa aizzata da un Giove tonitruante e brutale.
Guerra, guerra. In Ucraina, squassata da mire neozariste. In Terrasanta, tra il meraviglioso avamposto della civiltà occidentale e un manipolo di straccioni infedeli. In Iraq, in Libia, in Afghanistan, dove dilagano ottusità e ignoranza gabellate per precetti religiosi.
Epidemia di Ebola in Africa.
Massimo tasso di disoccupazione in Italia; collasso dell’economia produttiva; disgregazione sociale; frammentazione politica in monadi tutte autoreferenzialmente detentrici della migliore panacea eppertanto titolate alla conquista del potere.
Spendiamo gli ultimi soldi dei nonni in aperitivi.

Holidays in Italy.

È passata quasi una settimana dalla strage, dai lacrimoni pelosi ufficiali e dalle immonde speculazioni in salsa razzista variamente reperibili sul web: sicchè, supposto per avviato il processo di interiorizzazione, se ne può parlare: ma per accennare ad altro.

Un annetto dopo che avevo iniziato a lavorare mi capitò un cliente, marocchino. Aveva problemi con il rinnovo del permesso di soggiorno, rilasciato in base all’allora vigente L. 39/90, cosiddetta Legge Martelli.

Me la studiai a fondo, comprendendo che il meccanismo di rinnovo era analogo a quello – circolare – del Comma 22 di Joseph Heller (“chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di guerra; ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di guerra non è pazzo”): ossia, per ottenere il rilascio occorreva dimostrare un reddito, in chiaro, pari a quello della pensione sociale (all’epoca, mi pare, sui sei milioni e spiccioli): ma per avere un reddito trasparente occorreva essere assunti in regola, e per essere assunti in regola occorreva avere il permesso di soggiorno: tutti requisiti che, ovviamente, difettavano in capo al 99% degli stranieri, che svolgevano lavoretti in nero, e così anche in capo al mio assistito, che vendeva tappeti e asciugamani, occasionalmente qualche stecca di sigarette, e che difatti mi pagò con un telo da spiaggia.

Capii immediatamente che non sarei mai diventato ricco: e capii anche che l’alternativa offerta dalla Martelli, quella di fare ritorno al paese di origine aspettando di essere richiamati da un’azienda italiana con una lettera di assunzione, era pura fantascienza, tanto che gli interessati preferivano di gran lunga restare in Italia sperando di farla franca.

Il tempo gli dava poi ragione: perché in Italia, invece di fare le cose ponderatamente e poi farle rispettare (nella fattispecie, una legge sulla immigrazione più elastica salvo espulsione immediata per gli immeritevoli), si è da sempre preferita l’adozione di leggi di bandiera rigorosissime negli intenti ma largamente disapplicate nella prassi e infine sbrindellate da sanatorie e condoni: così è stato per l’evasione fiscale, così per gli abusi edilizi (fatto grave, furto dello spazio comune, declassato a rango di reato contravvenzionale soggetto al risibile termine prescrizionale di cinque anni = 99% di proscioglimenti) e così fu per gli immigrati irregolari, salvati a scaglioni da una successione di sanatorie.

Il D.Lgs. 286/98, emanato sull’onda della massiccia immigrazione dall’Est Europa post guerra jugoslava e poi modificato dalla L. 189/02, cosiddetta Legge Bossi – Fini, riproponeva il medesimo clichè della Martelli ed introduceva, inoltre, un laborioso meccanismo di espulsioni in caso di immigrazione clandestina nonchè l’odioso reato di “ingresso illegale nel territorio nazionale”: un contentino di pura creazione legislativa e nessuna deterrenza che ha ottenuto l’unico effetto di gravare sul già sovraccarico sistema giudiziario.

La durata del permesso di soggiorno per lavoro a tempo indeterminato è, come sempre, biennale rinnovabile: con il paradosso di costringere persone residenti in Italia anche da vent’anni e completamente integrate (un ragazzo extracom mi diceva, in dialetto stretto, che non voleva più “fare la coda con tutti quei negri!”) a periodiche forche caudine dinanzi ai rispettivi consolati e alle Questure: per tacere dell’ignobile resistenza a concedere la cittadinanza italiana per nascita sul territorio nazionale.

Tuttavia, un popolo di navigatori, santi e poeti sa come mitigare questo strazio se non altro sul piano lessicale; a un certo punto non si parla più di rifugiati, profughi, fuggiaschi o fuggitivi, clandestini, immigrati ma, più aulicamente, di “migranti”, quali rondinelle nel cielo: e se vogliono migrare è una libera scelta frutto di autodeterminazione, mica li costringe nessuno, possono pure tornare a casa loro dove stanno meglio.

Perché poi il problema è che questi vengono qui a rubarci lavoro, donne e case: difatti, è arcinoto che barconi e doppifondi dei camion ospitino frotte di ingegneri, medici, imprenditori, geometri, commercianti, avvocati, e stilisti pronti ad aprire negozi in via Montenapoleone e studi professionali, fondare industrie e abitare in lussuose case statali; come pure è arcinoto che gli italiani facciano a botte per andare a raccogliere pomodori nelle piane pugliesi o campane a 3 Euro a cassone, arance in Calabria, e condividere baracche con vista campo.

Niente paura: adesso ne sono morti due o trecento. Un nonnulla rispetto al conteggio complessivo, pignolescamente tenuto da uno dei soliti siti, che si aggira sui ventimila esclusi i dispersi.

Per chi volesse seguire i naufragi in diretta, è scaricabile la comoda app.

Padania again.

E così siamo di nuovo in autostrada. Negli ultimi anni lo stile di guida si è evoluto e risponde al meglio ai requisiti dell’italiano medio: chi fa i centoventi si piazza sulla corsia di sinistra et ivi resiste, incurante delle sfanalate dei sopraggiungenti che poi lo superano da destra bestemmiando; il sorpasso da destra è, peraltro, la norma nel norditalia; mentre nel sorpasso normale è vietato mettere la freccia, specie se si conduce un TIR.

Transitando per la Lombardia sintonizzo Radio Padania Libera, più divertente del Bagaglino, Zelig e Crozza messi assieme.

La top of the pops la offrono, come sempre, le telefonate degli ascoltatori.

C’è la vecchietta che lamenta “A cosa serve l’Europa se i prezzi sono diversi? Tutto dovrebbe costare uguale, la farina, il riso, lo zucchero, tutto uguale”. Uno chiama e dice “Sono cinque anni che sono disoccupato, mi sono registrato come buttafuori come quando avevo diciassette anni. Lavoro saltuariamente. Ho un’arma e so come usarla, ero in un’organizzazione terroristica, Gladio, e quando me ne andrò ne porterò parecchi con me”. Una tipa sbraita che “Gli insegnanti comunisti si sono messi d’accordo per abbassare i voti di mia figlia e dare i voti più alti agli extracomunitari”. E poi il fedelissimo, “Ascolto tutti i giorni Radio Padania che dà le informazioni giuste ma c’è la cricca di potere degli editori che ne ostacola la diffusione, non so perché”. Interlocutori e conduttore si salutano con “Buona Padania”, quest’ultimo non fa una piega neanche dinanzi agli sproloqui più strampalati.

Lo spaccato che ne esce è desolante e inquietante, di ignoranza crassa, inconsapevole e compiaciuta; paranoica e micragnosa.

Poi arriva il cantautore o il gruppo che ha fiutato il business, suona canzonacce dialettali o nordic-strappacore; uno, pugliese convertito, rimeggia “all star per sentirsi una star”.

A proposito di cantautori, durante un programma (presente Borghezio e altri notabili) gli ascoltatori telefonano per proporre i componenti del pantheon leghista, pescando tra personaggi di fantasia, del fumetto, storici eccetera; chi dice Blek Macigno, chi Rambo, chi Carlo Magno (ma anche, con insospettabili guizzi culturali, la Signora Carlomagno di Jacovitti); una signora scivola su Giulio Cesare (romanaccio, viene cazziata in diretta) e uno su Bud Spencer (napoletano!). Poi chiama Povia, quello dei bambini che fanno oh, e racconta che è in tour e si diverte un casino, porta avanti un discorso dove c’entra anche la Modern Money Theory, vuole tornare alla lira e ragiona in lira – tutto fa brodo per vendere due dischi.

Cazzo, a un certo punto telefona Alberto Camerini. Si sente male. Entro in galleria.