Auruspici.

Mio padre mi ha sempre considerato e trattato come uno scavezzacollo incapace e inconcludente, e senza dubbio ho fatto del mio meglio per non deluderlo. L’altro giorno ricorreva il suo compleanno. Mi si è rotta la lavatrice, mentre facevo la doccia mi sono trovato una zecca canina sulla coscia, ho dovuto portare tonnellate di panni alla vicina lavanderia a gettone, ripulire la tana e trattare il cagnino. Poi mi è venuta una colica renale. Poi oggi, in una giornata ombrosa e di vento ambiguo, mi è sembrato di riconoscere la sua faccia in una nuvola. Sono mere casualità oppure segni, significati, e in tal caso quali? Ho pensato alla mia prossima fine (ma non sarebbe una novità, il che svalora la coincidenza), o anche ad una esortazione a darmi una mossa. Nel mentre la nuvola, beffarda, si dissolveva.

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Nel nome del Game.

The Game è l’ennesimo libro di Alessandro Baricco che parla di Alessandro Baricco. Durante le ottomila pagine (inizialmente sembrano 324, ma la incredibile prolissità dell’autore riesce nell’impresa di dilatare i concetti fino a renderli evanescenti ed espandere anche lo spazio fisico che li contiene) del volume si ripete incessantemente “Io sono Baricco. Io sono Baricco” ed altre cose inutili come il fatto che la rivoluzione informatica, cominciata quando l’uomo di Cro-magnon incise dei ghirigori su una ruota inventando il primo hard disk, sia una figata pazzesca, che quelli che girano col cellulare puntato a mo’ di bacchetta da rabdomante siano i prototipi dell’homo novus e che la post esperienza sia la post esperienza (idea cara a Baricco, che si rifiuta di spiegarci bene in cosa consista la post esperienza per conservare materiale per il prossimo libro, che si intitolerà “Baricco”). Buon Baricco, anzi, buona lettura, a tutti.

The new satira.

(Prologo: la maggioranza parlamentare Cinquestelle – Lega e la formazione del relativo Governo hanno instaurato una nuova lottizzazione delle reti Rai spazzando via le vecchie e consunte cariatidi. Epurato, tra i primi, lo spocchioso Fazio. I telegiornali sono stati rinominati TG Verità. Una nuova generazione di comici si appresta a intrattenere gli italiani negli spettacolini di prima serata.)

Presentatore: “Ed ecco a voi … Marigoldone! Un bell’applauso a Marigoldone!” (clap clap) “Marigoldone ha vinto il sondaggio on line riservato a cabarettisti e battutisti emergenti, ed eccoci qua freschi freschi ad inaugurare la stagione del nuovo! Vai Marigoldone, facci ridere!”

M.: “Chiamatemi Gold. Solo Gold. Mia mamma s’è sbagliata, quando mi ha iscritto all’anagrafe, c’era una pubblicità di guanti da cucina che andava forte e così …”

Presentatore: “Ah ah ah! Sei il migliore, cominci subito a scaldare il pubblico! Vai Gold, vai, facci ridere!” (risatine tra il pubblico)

M.: “Allora … la Merkel è una gran Troika … quella Troika della Merkel!” (risate, applausi, molte risate, qualcuno urla “bravo!”)

M. (sudatissimo, striscia le mani sui pantaloni): “Boldrini … bocchini! Avete presente, no? Bocchini! Bocchini!” (risate fortissime, applausi scroscianti, fischi di approvazione)

M.: “E volete sentire questa su Di Battista e la moglie di Salvini?” (gelo in sala, mormorii)

Presentatore: “Ah ah! Il nostro Gold è un fine burlone! (pacca sulla spalla) Gli piace sorprendere il pubblico, non è vero Gold? Dai, facci ridere, ridere!”

M. (occhi vitrei, paonazzo, alza la voce): “Sì, io scherzo sempre, mi piace scherzare, me lo dicevano sempre i compagni di scuola alle elementari quando scoreggiavo in classe, e poi mi tiravano i cancellini della lavagna, quegli snob del cazzo! La scoreggia è bella, è sana, è naturale, più scoregge e meno vaccini!” (“sii, siii”, risate, applausi, qualcuno si alza in piedi)

M. (rifiata, si carica): “E … e … volete sapere l’ultima, eh, volete? Renzi … Renzi … lo prende in culo dai cani! Anzi … dai Berlus – cani! Berlus – cani! L’avete capita? L’avete capita?” (applausi scroscianti; boati; un anziano signore si sente male, sviene e cade dalla sedia)

Presentatore: “E bravo il nostro Gold! Sei il numero uno! Il pubblico ti ama! Noi ti amiamo! Fate un bell’applauso al nostro Gold!” (pubblico tutto in piedi, applausi, Gold alza le braccia al cielo, poi si inchina ripetutamente, esce di scena acclamato)

Presentatore: “Chiudiamo così, in bellezza, il nostro programma che ci ha fatto tanto ridere, ridere! A rivederci a domani e rimanete sintonizzati per non perdere lo special che segue: “Quella gran puttana dell’Europa”. A domani, a domani!”

Sigla.

La setta.

Era prevedibile, prevedibilissimo.

Ha vinto la pancia del Paese, anzi: l’intestino, il colon, il retto, quello che non paga le tasse e vuole un Parlamento garantito dal salvacondotto dell’onestà, della pulizia morale, del “non ha mai fatto politica”; quello che incarna il Bene Nazionale nella piccineria del “fuori dall’Europa e dall’Euro”, nel gretto egiosmo della paura del migrante; quello che crede nelle favole di gruppi di potere malvagi che dispongono della sorte delle masse; quello che odia le élites – cioè tutti coloro che usano correttamente sostantivo e predicato – e definisce sinistramente sé stesso e sodali come “cittadini” (Robespierre, il Terrore, hai visto mai?).

Ha vinto l’aggressività dei dibattisti che in ogni sacrosanta intervista, quando contraddetti, sbraitano battendo i pugni sul tavolo, essendo l’incazzatura ovvio sintomo di ragione; ha vinto la rabbia di quelli che “sbaracchiamo tutto”, e la prepotenza di chi ritiene suo diritto affermare qualsivoglia cagatina perché “siamo in democrazia”.

Comunque hanno vinto: e lo si può dire con la serenità del dì di festa dopo la trepidazione della vigilia, il sorrisetto stentato e maligno del passaggio ad una opposizione satirica vera, l’aspettativa dei primi inciampi del neopotere applicato.

Perché alla fine, superato un trauma analogo a quello che si sarebbe potuto verificare se alle elezioni del 1979 avesse vinto il PCI, di questo si tratta: della timorosa curiosità o dell’incuriosito timore in merito all’esercizio che i neofiti faranno del potere piovuto su di loro dal cielo, ciò implicando deleghe al controllo di Enti, attribuzioni di appalti, distribuzioni di incarichi e soldoni pubblici: prevarrà il merito o prevarranno l’amicizia, la spartizione tra i soli puri di cuore, gli affiliati, i “cittadini” mercè la riedizione di un qualche esotico e misterioso Manuale Cencelli, epurazioni e regolamenti di conti?

Prevedo tempi duri, affascinanti e vivificanti.

La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

Ed è così.

Ed è così che, alla fine della fiera, le cose accadono, non dico indipendentemente dalla nostra volontà ma certo per mutamento fluido della nostra volontà iniziale, oppure per destino, senza che si possa stabilire un confine netto tra quanto la sorte venga influenzata da atti consapevoli o quanto siamo inconsapevolmente agiti da un esterno e lontano battito d’ali.

Fatto sta che, il quattro dicembre, ho votato sì al referendum voltando le spalle ai zagrebelski, ai giuristi assennati, nonostante, o a dispetto di, tutto il mio grave bagaglio di diritto costituzionale in forza del quale avrei fortissimamente dovuto votare no: una rivoluzione, anzi una rivolta dell’animo pian piano germinata nella tentazione di arrischiare ogni tanto una via nuova lasciando la vecchia, e decisamente insorta negli ultimi giorni contro le ignobili motivazioni dell’esercito dei no-ers: ho votato sì sentendomi diverso dal solito ma sentendomi bene, a posto, senza rimpianti: benchè un caro amico, sconfortato dal mio labirintico ragionare, mi abbia benevolmente apostrofato dicendomi “sei il peggiore”.

Poi, siccome le cose accadono, ho visto lei.

Era pomeriggio, tardi, ed era freddo: ma tutto era calmo e caldo come in uno di quei pomeriggi d’estate di grande sole rosso arancione, tempo immobile, molcente fervida quiete ospitale silenziosi abbracci mentali, mutua scoperta, centellinata complicità.

Se potessi, non come Zeus mi trasformerei in cigni, tori o piogge, ma in Gustavo Thöni per portarla a sciare; e sicuramente allora nevicherebbe allietando le Alpi glabre e tristi.