180°.

Ho capito di essere un cretino. E l’ho capito ricordando ciò che diceva la donna di servizio dei miei genitori, negli anni ’70, per giustificare il suo voto ai comunisti: “È il partito di noi poveretti”.

Il partito dei poveretti, già, che rappresentava le istanze operaie e proletarie, di quelli che ragionavano con l’istinto e con la pancia, spesso vuota, il partito del popolo con le scarpe grosse e il cervello non sempre fino – anzi, spesso drammaticamente ignorante e come tale manipolabile – contrapposto allo snobismo elitario dei padroni, della borghesia e del clero raggruppati sotto tutte le altre sigle.

Poi i tempi sono cambiati e quel partito si è trasformato assumendo le vesti di un progressismo evoluto che delle vecchie rivolte ha conservato la mera immagine a scapito della sostanza; sposando via via la tutela degli immigrati, degli artisti di strada, dei centri sociali dei graffitari, della pizzica e della taranta, tutta roba pagata dai comuni e dallo Stato, sposando le ragioni dell’Europa e dell’economia di mercato: finchè il proletariato o ciò che ne rimaneva, rimpinguato dai grandi numeri di una ex borghesia proletarizzata e affamata, si è rotto i maroni di vedere il negro e il giocoliere mantenuti con “soldi suoi”; il nemico da combattere, che un tempo si identificava con “il padrone”, è divenuto l’Europa, il Gruppo Bilderberg, i poteri forti, che ha coagulato una resuscitata rabbia, pura, sconclusionata, ignorante, sempre manipolabile.

Ed è con un autentico e paradossale capovolgimento a centoottanta gradi che l’elettorato di quello che fu il più grande partito della sinistra si trovi, ora, a votare due movimenti rappresentativi dell’autoritarismo cieco e ottuso appannaggio della destra più becera e manganellara.

Non lo avevo capito. Ringrazio la mia brava e cara donna di casa. Ma ricordo anche le parole di mio padre, che comprendo appieno solo ora. “I comunisti non cambiano mai”.

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La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Fivestars. 

Scrivo, estemporaneamente, dalla tastiera piccina picciò del cellulare. Cosa mai fatta.

Motivo di cordoglio corrente sui media è che, scomparso Berlusconi, sia venuto meno l’oggetto della satira italiana. Altro luogo comune è che sia scomparsa la destra politica.

Entrambi i postulati non sono veri.

Degno erede di Berlusconi, del berlusconismo e della destra, e degno oggetto di satira, non sono Renzi e il PD ma, a mio parere, il movimento cinquestelle e il suo fondatore Grillo.

A pensarci solo un secondo, i cinquestelle sono i soli ad aver fatto proprio, iperbolizzandolo, il linguaggio boccaccesco e grossolano che caratterizzava il Berlusca e i suoi adepti.

Allo stesso modo, sono i soli a coltivare idee di quella destra ignobile, antiabortista, pseudobenpensante, becera, confusionaria e arruffona, perennemente all’opposizione, anticomunista per antipatia viscerale anziché per differenza di contenuti, ora antivaccini e filoputiniana, che infestava le frange estreme dell’allora quarto partito di Italia dopo DC, PCI e PSI.

Sono altresì i soli ad obbedire compatti a direttive di un Capo, senza poter nemmeno esprimere dissensi interni a pena di esser liquidati.

Perciò, proseguendo, non manca neppure un bersaglio ideale alla satira. Così immediato, così facile, così grosso da essere invisibile: tanto che persino un Travaglio – giornalista politico ma alla satira molto contiguo – allora ossessionato da Berlusconi ha sbagliato mira.

E la chiudo qui, perché digitare mi è faticoso.

Europeidi.

Perché, diciamoci la verità: delle elezioni del Parlamento europeo non è importato mai un cazzo a nessuno. Salvo, da un paio di tornate, accorgersi che essere eletti a Bruxelles e fare i propri porci comodi lontani da occhi indiscreti, e soprattutto lontani dall’aula, era una figata.
Stavolta, poi, tutti attribuiscono un peso decisivo ai risultati secondo il noto principio della farfalla e del tornado, per cui alla scoreggia di uno scoiattolo in Canada devono corrispondere l’immediata crisi di Governo e lo scioglimento delle Camere in Italia.
Le forze impegnate nella disputa – quelle più pittoresche – sono sostanzialmente tre.

I renziani, riconducibili a un piacione fiorentino, i quali vorrebbero un’Europa più piaciona e il ripristino del potere bancario fiorentino.

I grilliani, che vorrebbero assicurarsi dei seggi in Europa allo scopo di abolire l’Europa e l’Euro e imporre lo Stato di Natura.

I berlusconiani, trascinati da un capopopolo condannato (a puro titolo personale avrei auspicato la sedia elettrica come misura alternativa alla detenzione, così ce lo levavamo dalle scatole una volta per tutte), i quali non vorrebbero null’altro che il capo sia libero di fare quel che gli pare.

Grazie ai grilliani, e nel solco già aperto da Berlusconi, il logos politico si è di recente ulteriormente stilizzato a tutto vantaggio della comprensione: “cazzo dici”; “sta’ zitta, troia”; “coglione”; “fatti inculare”.

Va rilevato a margine, a proposito della nostra immagine in Europa e di come consideriamo noi i nostri partners più avanzati, l’episodio accaduto nel corso della puntata di Omnibus di stamane. Constanze Reuscher, giornalista del “Welt” da parecchio in Italia, diceva desolata di ascoltare da vent’anni chiacchiere sulle riforme elettorali e istituzionali e di non avere assistito a nessun mutamento sostanziale (tutti i giovani disoccupati, nessuna agenda programmatica di “come si vorrà il Paese” nel prossimo futuro, nessuna strategia in politica estera ed economica nel mutato assetto internazionale). I giornalisti presenti, in primis la conduttrice, la guardavano con gli occhioni sgranati commentando “ma … il porcellum … non si può” e scotendo il capo come a dire che, poverina, non poteva comprendere la finezza e la preminenza di siffatto italico dibattito rispetto a ogni altro problemucolo.

Questo lo stato delle cose: e, come sempre, vinca il peggiore.

(p.s.: scusate tutti se scrivo poco; ma sono in tutt’altre faccende affaccendato)

La critica della notte rosa (Kant).

È che a me questo posto piaceva, d’estate – l’inverno è sempre uguale a sé stesso, grigio uniforme di nuvole.

In spiaggia c’erano le altalene a pochi metri dalla riva. Piattaforme più al largo dove prendere il sole o fare i tuffi. Sulla battigia un tappeto di gusci di vongole, telline, lumachine; se eri fortunato, potevi trovare una stella marina o un cavalluccio. Ogni tanto arrivavano le alghe, verde insalata, si avvolgevano alle caviglie e ti rifiutavi di fare il bagno. La sabbia era dorata, frutto del paziente lavorio della risacca sulle conchiglie.

Le tedesche erano dorate, con l’abbronzatura color patatina, la curva morbida della vita e delle anche e un fascino dolce assoluto.

I turisti credo apprezzassero la veste un po’ alla buona e a buon mercato di una cittadina fondamentalmente marinara, genuina e pacioccona.

Di sera si accendevano le luci dei localini e dei negozietti, avrei voluto visitarli tutti. Localini naif, con nomi naif, reti, fiaschi di vino e aragoste di plastica alle pareti. Potevi mangiare qualcosa al Merendero di Riccione, o a Rimini all’Arizona. Al Caffè Sombrero cabaret ogni sera animato da un mio lontano parente. Un baracchino dipinto di blu con tavoli e panche all’aperto serviva spiedini sotto al faro. Mio padre torna da una pescata col suo battanino, in mano un secchio pieno di tentacoli e pesci strani. Cutter a vela spiaggiavano e portavano al largo i bagnanti: maestose e uniche, l’Asso di Cuori e la Glentor arrivavano fino alla mitica Isola delle Rose, di cui un capannetto sul piazzale del porto vendeva la riproduzione in ferro assieme a altri souvenir, composizioni di conchigliette incollate su carta: che tenerezza.

Dopo le ristrettezze degli anni settanta anche gli italiani iniziano a passarsela meglio e, nel decennio successivo, la città esplode.

Code interminabili di auto sul lungomare, a passo d’uomo da Riccione a Rimini. Passiamo in motorino sui marciapiedi.

La musica è cambiata, in tutti i sensi: chiudono una dopo l’altra antiche balere, il Las Vegas, l’Oriental Club. E i cinema all’aperto. I localini si modernizzano e si omologano perdendo una rustica tipicità. Il pesce è surgelato.

Il seduttore estivo, ignorante e a suo modo romantico, diviene ignorante e pretenzioso, talora violento – la cronaca rosa si fa più nera. Le straniere sono trattate come selvaggina da vitelloni inzanziti. La conquista non è più neanche consumata: è sufficiente la semplice penetrazione per far numero. Sai che goduria. Avete più visto una tedesca, una inglese (merce di minor pregio), una svedese?

Il soldo del turista, però, affluisce copioso e un po’ dà alla testa; i cittadini diventano insofferenti alla invasione estiva, vogliono scrollarsela di dosso, cedono le attività, non fanno più la stagione; noi annusiamo l’aria e cantiamo Fermate Giuseppe.

Alla fine degli anni ’80 l’eroina è al tramonto ma prendono piede il fenomeno house music e le droghine da disco. Estati da sballo. Piazzale Roma a Riccione è una grande fumeria, dopo i cilum rituali si dorme in sacco a pelo. Ci si schianta in macchina al ritorno dal Pascià, dal Peter Pan, dal Lex Club già 99, attraversando la statale alla cieca sperando nel radar dell’estasi. È un turismo confliggente; le famigliole brontolano e cominciano a disertare.

Nell’agosto 1989 la mia tavola a vela fende la schiuma di un cappuccino. La mucillagine è solo una bizza della natura o un segno, una ammonizione divina?

Fatto sta che, da allora, le presenze estive declinano malinconicamente, stagione dopo stagione. Sfrattato il turismo familiare da quello della notte si debella anche questo, immorale e poco propenso a spendere. E il mare non invoglia alle abluzioni.

Ma l’economia deve comunque girare: da un lato piccole industrie crescono e dall’altro, liberamente interpretando il motto “se l’edilizia si ferma si ferma tutto”, si costruisce. Ovunque, in ogni lotto e fazzoletto di terra. È l’estrema deriva del verbo riminesizzare. Chi può investe i denari accumulati negli anni ’70 e ’80. Il volano dell’edilizia dà da mangiare a molti, a imprese e impresine, che saranno spazzate via dal crack degli ultimi anni; a tecnici, artigiani e fornitori; alla macchina giudiziaria impegnata nelle cause per vizi nei lavori. Dicesi, adesso, edilizia contrattata (ti permetto di costruire se tu ne destinerai una parte a uso pubblico). L’artefice del Piano Regolatore si dissocia dalla piega che ha preso la sua creatura. La gestione del territorio è un potente strumento di controllo e consenso a disposizione di una amministrazione. Per tacito patto sociale è una eredità che non va dilapidata ma tramandata: nella fattispecie, in circa un ventennio si giunge alla spendita totale del territorio e al compimento del sacco della città.

Al contempo le infrastrutture stradali non sostengono più il traffico di migliaia di culi di piombo temprati dai sedili delle auto per spostamenti di poche centinaia di metri, essendo l’uso del mezzo pubblico o della bicicletta considerato un malvezzo.

Sicchè si progetta e si approva la metropolitana di costa, invero un autobussone che corre parallelo alla ferrovia: un’opera che avrebbe ben figurato negli anni ’60 e con un impatto ambientale e finanziario pesantissimo: ma la macchina amministrativa, dopo una lenta messa in moto, procede inesorabile e nessuno avrà più il coraggio di staccare la spina. Neanche per tentare di stornare parte del denaro stanziato – una volta pagate le gravi penali del caso – per sistemare il vetusto impianto fognario, fonte di merda in mare, ludibrio, discredito: altra mazzata.

È una città che si è giocata, via via, tutti i propri assi. Campa ancora, però, soprattutto dei soldini freschi del turismo. Deve rendersi appetibile come può, mostrando quel che resta di buono del suo corpo malandato.

Arriviamo così alle notti rosa, alle molo parade. Beato chi critica: significa che non avrà problemi di reddito in autunno.

Dal cielo, in pieno centro, scendono le grida laceranti e funerarie dei gabbiani a scombussolarmi l’anima.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.