La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

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Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Fivestars. 

Scrivo, estemporaneamente, dalla tastiera piccina picciò del cellulare. Cosa mai fatta.

Motivo di cordoglio corrente sui media è che, scomparso Berlusconi, sia venuto meno l’oggetto della satira italiana. Altro luogo comune è che sia scomparsa la destra politica.

Entrambi i postulati non sono veri.

Degno erede di Berlusconi, del berlusconismo e della destra, e degno oggetto di satira, non sono Renzi e il PD ma, a mio parere, il movimento cinquestelle e il suo fondatore Grillo.

A pensarci solo un secondo, i cinquestelle sono i soli ad aver fatto proprio, iperbolizzandolo, il linguaggio boccaccesco e grossolano che caratterizzava il Berlusca e i suoi adepti.

Allo stesso modo, sono i soli a coltivare idee di quella destra ignobile, antiabortista, pseudobenpensante, becera, confusionaria e arruffona, perennemente all’opposizione, anticomunista per antipatia viscerale anziché per differenza di contenuti, ora antivaccini e filoputiniana, che infestava le frange estreme dell’allora quarto partito di Italia dopo DC, PCI e PSI.

Sono altresì i soli ad obbedire compatti a direttive di un Capo, senza poter nemmeno esprimere dissensi interni a pena di esser liquidati.

Perciò, proseguendo, non manca neppure un bersaglio ideale alla satira. Così immediato, così facile, così grosso da essere invisibile: tanto che persino un Travaglio – giornalista politico ma alla satira molto contiguo – allora ossessionato da Berlusconi ha sbagliato mira.

E la chiudo qui, perché digitare mi è faticoso.

Europeidi.

Perché, diciamoci la verità: delle elezioni del Parlamento europeo non è importato mai un cazzo a nessuno. Salvo, da un paio di tornate, accorgersi che essere eletti a Bruxelles e fare i propri porci comodi lontani da occhi indiscreti, e soprattutto lontani dall’aula, era una figata.
Stavolta, poi, tutti attribuiscono un peso decisivo ai risultati secondo il noto principio della farfalla e del tornado, per cui alla scoreggia di uno scoiattolo in Canada devono corrispondere l’immediata crisi di Governo e lo scioglimento delle Camere in Italia.
Le forze impegnate nella disputa – quelle più pittoresche – sono sostanzialmente tre.

I renziani, riconducibili a un piacione fiorentino, i quali vorrebbero un’Europa più piaciona e il ripristino del potere bancario fiorentino.

I grilliani, che vorrebbero assicurarsi dei seggi in Europa allo scopo di abolire l’Europa e l’Euro e imporre lo Stato di Natura.

I berlusconiani, trascinati da un capopopolo condannato (a puro titolo personale avrei auspicato la sedia elettrica come misura alternativa alla detenzione, così ce lo levavamo dalle scatole una volta per tutte), i quali non vorrebbero null’altro che il capo sia libero di fare quel che gli pare.

Grazie ai grilliani, e nel solco già aperto da Berlusconi, il logos politico si è di recente ulteriormente stilizzato a tutto vantaggio della comprensione: “cazzo dici”; “sta’ zitta, troia”; “coglione”; “fatti inculare”.

Va rilevato a margine, a proposito della nostra immagine in Europa e di come consideriamo noi i nostri partners più avanzati, l’episodio accaduto nel corso della puntata di Omnibus di stamane. Constanze Reuscher, giornalista del “Welt” da parecchio in Italia, diceva desolata di ascoltare da vent’anni chiacchiere sulle riforme elettorali e istituzionali e di non avere assistito a nessun mutamento sostanziale (tutti i giovani disoccupati, nessuna agenda programmatica di “come si vorrà il Paese” nel prossimo futuro, nessuna strategia in politica estera ed economica nel mutato assetto internazionale). I giornalisti presenti, in primis la conduttrice, la guardavano con gli occhioni sgranati commentando “ma … il porcellum … non si può” e scotendo il capo come a dire che, poverina, non poteva comprendere la finezza e la preminenza di siffatto italico dibattito rispetto a ogni altro problemucolo.

Questo lo stato delle cose: e, come sempre, vinca il peggiore.

(p.s.: scusate tutti se scrivo poco; ma sono in tutt’altre faccende affaccendato)

La critica della notte rosa (Kant).

È che a me questo posto piaceva, d’estate – l’inverno è sempre uguale a sé stesso, grigio uniforme di nuvole.

In spiaggia c’erano le altalene a pochi metri dalla riva. Piattaforme più al largo dove prendere il sole o fare i tuffi. Sulla battigia un tappeto di gusci di vongole, telline, lumachine; se eri fortunato, potevi trovare una stella marina o un cavalluccio. Ogni tanto arrivavano le alghe, verde insalata, si avvolgevano alle caviglie e ti rifiutavi di fare il bagno. La sabbia era dorata, frutto del paziente lavorio della risacca sulle conchiglie.

Le tedesche erano dorate, con l’abbronzatura color patatina, la curva morbida della vita e delle anche e un fascino dolce assoluto.

I turisti credo apprezzassero la veste un po’ alla buona e a buon mercato di una cittadina fondamentalmente marinara, genuina e pacioccona.

Di sera si accendevano le luci dei localini e dei negozietti, avrei voluto visitarli tutti. Localini naif, con nomi naif, reti, fiaschi di vino e aragoste di plastica alle pareti. Potevi mangiare qualcosa al Merendero di Riccione, o a Rimini all’Arizona. Al Caffè Sombrero cabaret ogni sera animato da un mio lontano parente. Un baracchino dipinto di blu con tavoli e panche all’aperto serviva spiedini sotto al faro. Mio padre torna da una pescata col suo battanino, in mano un secchio pieno di tentacoli e pesci strani. Cutter a vela spiaggiavano e portavano al largo i bagnanti: maestose e uniche, l’Asso di Cuori e la Glentor arrivavano fino alla mitica Isola delle Rose, di cui un capannetto sul piazzale del porto vendeva la riproduzione in ferro assieme a altri souvenir, composizioni di conchigliette incollate su carta: che tenerezza.

Dopo le ristrettezze degli anni settanta anche gli italiani iniziano a passarsela meglio e, nel decennio successivo, la città esplode.

Code interminabili di auto sul lungomare, a passo d’uomo da Riccione a Rimini. Passiamo in motorino sui marciapiedi.

La musica è cambiata, in tutti i sensi: chiudono una dopo l’altra antiche balere, il Las Vegas, l’Oriental Club. E i cinema all’aperto. I localini si modernizzano e si omologano perdendo una rustica tipicità. Il pesce è surgelato.

Il seduttore estivo, ignorante e a suo modo romantico, diviene ignorante e pretenzioso, talora violento – la cronaca rosa si fa più nera. Le straniere sono trattate come selvaggina da vitelloni inzanziti. La conquista non è più neanche consumata: è sufficiente la semplice penetrazione per far numero. Sai che goduria. Avete più visto una tedesca, una inglese (merce di minor pregio), una svedese?

Il soldo del turista, però, affluisce copioso e un po’ dà alla testa; i cittadini diventano insofferenti alla invasione estiva, vogliono scrollarsela di dosso, cedono le attività, non fanno più la stagione; noi annusiamo l’aria e cantiamo Fermate Giuseppe.

Alla fine degli anni ’80 l’eroina è al tramonto ma prendono piede il fenomeno house music e le droghine da disco. Estati da sballo. Piazzale Roma a Riccione è una grande fumeria, dopo i cilum rituali si dorme in sacco a pelo. Ci si schianta in macchina al ritorno dal Pascià, dal Peter Pan, dal Lex Club già 99, attraversando la statale alla cieca sperando nel radar dell’estasi. È un turismo confliggente; le famigliole brontolano e cominciano a disertare.

Nell’agosto 1989 la mia tavola a vela fende la schiuma di un cappuccino. La mucillagine è solo una bizza della natura o un segno, una ammonizione divina?

Fatto sta che, da allora, le presenze estive declinano malinconicamente, stagione dopo stagione. Sfrattato il turismo familiare da quello della notte si debella anche questo, immorale e poco propenso a spendere. E il mare non invoglia alle abluzioni.

Ma l’economia deve comunque girare: da un lato piccole industrie crescono e dall’altro, liberamente interpretando il motto “se l’edilizia si ferma si ferma tutto”, si costruisce. Ovunque, in ogni lotto e fazzoletto di terra. È l’estrema deriva del verbo riminesizzare. Chi può investe i denari accumulati negli anni ’70 e ’80. Il volano dell’edilizia dà da mangiare a molti, a imprese e impresine, che saranno spazzate via dal crack degli ultimi anni; a tecnici, artigiani e fornitori; alla macchina giudiziaria impegnata nelle cause per vizi nei lavori. Dicesi, adesso, edilizia contrattata (ti permetto di costruire se tu ne destinerai una parte a uso pubblico). L’artefice del Piano Regolatore si dissocia dalla piega che ha preso la sua creatura. La gestione del territorio è un potente strumento di controllo e consenso a disposizione di una amministrazione. Per tacito patto sociale è una eredità che non va dilapidata ma tramandata: nella fattispecie, in circa un ventennio si giunge alla spendita totale del territorio e al compimento del sacco della città.

Al contempo le infrastrutture stradali non sostengono più il traffico di migliaia di culi di piombo temprati dai sedili delle auto per spostamenti di poche centinaia di metri, essendo l’uso del mezzo pubblico o della bicicletta considerato un malvezzo.

Sicchè si progetta e si approva la metropolitana di costa, invero un autobussone che corre parallelo alla ferrovia: un’opera che avrebbe ben figurato negli anni ’60 e con un impatto ambientale e finanziario pesantissimo: ma la macchina amministrativa, dopo una lenta messa in moto, procede inesorabile e nessuno avrà più il coraggio di staccare la spina. Neanche per tentare di stornare parte del denaro stanziato – una volta pagate le gravi penali del caso – per sistemare il vetusto impianto fognario, fonte di merda in mare, ludibrio, discredito: altra mazzata.

È una città che si è giocata, via via, tutti i propri assi. Campa ancora, però, soprattutto dei soldini freschi del turismo. Deve rendersi appetibile come può, mostrando quel che resta di buono del suo corpo malandato.

Arriviamo così alle notti rosa, alle molo parade. Beato chi critica: significa che non avrà problemi di reddito in autunno.

Dal cielo, in pieno centro, scendono le grida laceranti e funerarie dei gabbiani a scombussolarmi l’anima.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Il paradosso di ruzino.

Avvertenze:
Credo che questo pezzo contravvenga a per lo meno un paio di regole della prosa in generale e del blog in particolare: è lungo, non lieve e abusa della pagina scritta per farne pulpito; se proprio proprio volete farvi del male, consiglio un copia e incolla su word così da leggerlo a piccole dosi.
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All’inizio pensavo di scrivere di mega temi ambientali, quelli che più mi premono fin da quando ero bambino e – primi anni ’70 – impedivo ai miei amici di ammazzare e torturare le lucertole, giravo con la spillina dell’Ente Protezione Animali a cui ero iscritto, giocavo con “Ecologia” (analizzavi aria e acqua con apposite macchinette e reagenti e trovavi gli inquinanti), leggevo libri tipo “Sos per il pianeta Terra” e guardavo alla tele tonnellate di documentari.
Tra i quali, oltre ai vari comandanti Cousteau, Folco Quilici, “Avventura”, Cesare Maestri (il ragno delle Dolomiti!) sul Cerro Torre e Bonatti sul K2, “Un milione di anni fa” che parlava dei dinosauri, e un altro con la prefazione recitata dalla voce di Riccardo Cucciolla (“brilla, brilla, piccola stella …”), di cui non ricordo il titolo ma che ovv. parlava di astronomia: ebbene, seguivo volentieri una serie bellissima con la sigla composta da trilli, cri cri ecc. di vari animali, dove la parte narrativa fuori campo era rappresentata dalle domande curiose di un bimbo e dalle spiegazioni del papà, e la musica di sottofondo, se non mi sbaglio con un’altra serie, era la Gnossienne n. 3 di SATIE!, di ERIK SATIE! Poi si lamentano se uno viene su bene.
La scelta documentaria era grosso modo coatta, perché la tele dei ragazzi cominciava alle 5 del pom., finiva dopo un’ora e i cartoni animati si vedevano solo la domenica mattina (“Mister Magoo”) o, con un po’ di culo, incappando in qualche cartoon slavo o ceco (koniec = the end) in bianco e nero veramente tetrerrimo (ad es. “Inspektor Maska”) tra i quali il più allegro era forse il bieco Gustavo (ricordate il motivetto? laa – sol mi re – mi re mi sol – mi sol la): però, insomma, faziosamente parlando, credo sia stato grazie anche a questo fortuito/nato baccggroundd che poi a me e comunque a parecchi della mia generazione i cartoni giapponesi avrebbero fatto cagare, e a nessuno sarebbe passato per la mente di trascorrere una domenica in un centro commerciale piuttosto che una zingarata in campagna in bici o motorino a costo quasi zero se non, all’occasione, quello di uno, due, tre e così via bicchieri di vino in una bella osteriazza giocando a tre e trentuno e sparando stronzate, magari senza rizgos de acabar el dia con una bella confisca della vuatùr come oggidì può accadere (a meno che non si sparigli: io guido la tua, Lele la mia, tu quella di Lele. Le donne con chi montano?).
Per esempio, sarà per quella cultura borderline (un po’ techno, un po’ rustica, Pazienza e Bilal, l’Omino Bufo, Guccini, i Genesis e i D.A.F., Drakkar, Libro Cuore e Porci con le ali, il Male, Pioneer o Thorens, Space Invaders, boy scouts e assemblee di istituto, il Parco Robinson, Jack London e J.O. Curwood, il Risiko) propria di noi figli degli anni ’60, o per l’abitudine di recepire ciò che mi circondava senza la mediazione di uno schermo (che avrebbe fatto prepotentemente irruzione nelle abitudini mie come dei miei coetanei solo in anni ampiamente successivi), che ho notato, tra gli altri, il cambiamento cromatico e nel bilanciamento dei bianchi del film della mia vita, dagli anni sessanta a oggi?
Se guardate una fotografia estiva di spiaggia, o uno spezzone di video, degli anni ’60 – ’70, vedrete immagini quasi sovraesposte tanta era la luce, ma calda e dorata e avvolgente così come erano dorate la sabbia e l’abbronzatura delle tedesche: non si tratta di un appassimento della stampa o della pellicola, ma era realmente così e ne ho il preciso ricordo.
Se fate attenzione, in una giornata di sole di adesso la luce non ha altre gradazioni oltre al bianco; al tempo stesso il cielo è sempre leggermente caliginoso lungo l’orizzonte; il sole è diverso, il caldo è diverso: non la carezza del tepore sulla pelle o l’estenuante e grave coperta dell’afa, ma la percussione di una vampa feroce e implacabile.
Anyway: tornando di frasca in palo, armato di quella mia soggettiva sensibilità nei primi anni ’90 avevo effettivamente scritto di temi ambientali, un raccontone (uh! oh! ah! Ma che bello! Ma che sorpresa!) e vari raccontini, nonché un tot di lettere da vecchio bilioso a Direttori di vari quotidiani regolarmente non pubblicate, sfruttando un effetto-Ballard che forse mi apparteneva innatamente o forse avevo inconsapevolmente maturato dagli innumerevoli Urania letti nell’adolescenza, normalmente acquistati in qualche remainder’s back, con le pagine vessate da orecchie d’asino e ingrommate di patacche (reliquati della negligenza dei lettori che mi avevano preceduto: una ditata di panino alla mortadella, uno schizzo di sugo; si potevano con sicurezza, dato il genere letterario e la tipologia degli appassionati, escludere liquidi organici).
Come per il mio diletto J.G., la tecnica consisteva nel proiettare la realtà presente in un futuro più o meno prossimo e a condizioni determinate dalla mia ermeneutica: personale, quindi certo opinabile (scusate: ma la figata dello scrivere fantastico risiede non nel dover garantire la verità scientifica dello sviluppo storico dei dati a disposizione, quanto nel far obbedire il sistema narrato a proprie regole interne), tuttavia al tempo stesso il più possibile nutrita e sostenuta dall’assimilazione vorace e onnivora di qualsiasi informazione, veicolata da qualsiasi mezzo (ivi compresa la mera osservazione del quotidiano), prontamente metabolizzata e combinata in ⁿ varianti.
Dunque, una interpretazione del divenire per quanto possibile – secondo un criterio probabilistico – corretta.
A un certo punto, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, ho avuto la netta e brutta percezione che la velocità di crociera del presente – per il che, al di là di considerazioni filosofiche sul concetto di tempo, extensio animi (cfr. Sant’Agostino) e via discorrendo, si intenda la successione di avvenimenti nella quale siamo quotidianamente immersi, il nostro vissuto – avesse subito una violenta accelerazione.
La sensazione mi derivava dal fatto che (1) a cadenza sempre più ravvicinata come nel paradosso di Achille e la tartaruga (o della freccia e il bersaglio), giungevano (2) notizie di scenari che si avvicinavano a quelli da me preconizzati o comunque via via collimavano con un tipo di avvenire fosco piuttosto comune in fantascienza.
Beccatevi qualche flash dei più eclatanti, in scala macroscopica, su ambiente, politica, economia.
Ambiente:
1 – Si rende nota l’esistenza di un sesto continente (c.d. “Pacific Trash Vortex”) che galleggia in mezzo all’Oceano Pacifico, formato dai rifiuti di plastica finiti in mare dagli anni ’50 ad oggi e colà radunati grazie al gioco delle correnti, per un’estensione pari (se non vado errando) al doppio degli Stati Uniti.
‘Sta monnezza, per uno spessore di 30 metri, galleggia a pelo d’acqua ostacolando il passaggio della luce solare e l’osmosi superficiale, rilascia polimeri velenosi, si sbriciola venendo mangiata dai pesci e incastrandosi nelle loro vie respiratorie: insomma fa il possibile per annientare l’ecosistema marino in un’area che copre buona parte dell’Oceano Pacifico (!!!); deinde, provoca qualche incidente ai vari navigatori solitari e, ripetutamente, viene spiaggiata alle Hawaii ricoprendone i lidi, per il che si è scoperto l’altarino.
Bene: nessuno ha fatto una piega a qualsiasi livello istituzionale mondiale e il notizione, dopo un paio di passaggi su stampa e tele, è stato collocato nel dimenticatoio onde sgomberare il campo per le varie scoregge verbali de’ politicanti nostrani o le chiacchiere pelose aborto sì/aborto no manco fossimo ancora nel ‘300, e basta che mi viene una gran tristezza.
Ma santalamadonna, è mai possibile che l’ONU o la UE o il cazzo che ti ammazza di una qualche organizzazione sovranazionale non si sia presa la briga di gettare l’argomento sul tavolo e dire: scusate tanto, c’è un po’ di rusco da ramazzare via, mettiamo due pescherecci a cranio e ci spartiamo il raccolto da smaltire?
2 – La news fa il paio con quella, accertata da una ricerca americana (quindi aprioristicamente attendibile), secondo la quale ci siamo mangiati il 90% (!!!!!) dei grandi predatori marini, mica pugnette: specie pensando che, per grandi predatori, non si parla di orche ma di qualsiasi pesce più lungo di 40 cm. che ne divora altri, e cioè di tonni e tonnetti, merluzzi, salmoni e via cucinando, praticamente ci rientrano tutti.
Aggiungiamo che quattro/cinque anni fa La Stampa titolava “tra dieci anni non ci saranno più sardine nel Tirreno” e in questi giorni Repubblica rilanciava “acciughe prossime all’estinzione”: lo credo bene, dato che per decenni abbiamo pescato milioni di tonnellate di povere sardine più di quante ne mangiassimo noi per macinarle e farne mangimi animali e persino economici fertilizzanti (me lo avevano detto da bambino e se, come me quella volta, restate basiti, cfr. http://www.cedifop.it/biologia/Engraulidi.htm).
Al tempo stesso, mandati definitivamente affanculo i pallosi Cousteau, trasmissioni televisive come Pianeta Mare, Vita di Mare o altre ci propinano una istruttiva visione ittica dal taglio puramente alimentare e buongustaio: la ricetta del pulpetiello del celebre cuoco di Ischchia, il potere nutritivo dell’orata, il prezzo delle ultime triglie dell’Adriatico al mercato di Fano: mangiate più pesce, che è ricco di Omega 3 e fa un gran bene!
3 – Sulla terraferma le cose non vanno meglio: proviamo a pensare allo scioglimento dei ghiacciai; al venir meno dell’acqua potabile e non; alla distruzione della biodiversità animale e vegetale; alla distruzione delle foreste pluviali per la produzione di legname (vi siete mai chiesti che relazione intercorre tra il fallimento dell’artigiano di Cantù che faceva quei begli armadi di noce nazionale e la comparsa di mobili di teak indonesiano a prezzi stracciati in ogni mercatone che si rispetti?), la coltivazione di colza per olio combustibile, la realizzazione di strade e insediamenti umani, la ricerca e lo sfruttamento di filoni di minerale e di giacimenti di gas e petrolio; alla legittimazione di qualsiasi cazzo di megaprogetto che stravolge l’ambiente in nome del progresso, in facto funzionale a beneficare le tasche della cricca più o meno in doppiopetto che lo impone e con sempiterno danno per tutto il resto della collettività sul cui groppone va a gravare (i discorsi ipocriti sulla necessità delle megaopere per sconfiggere la fame e la povertà e bla bla, e del motore edile come traino dell’economia, mi sanno tanto di stronzata): dalla diga delle Tre Gole ai supergrattacieli alti un chilometro costruiti a fianco delle suburre o, per rimanere in piazzetta Italia, al ponte sullo stretto di Messina e all’alta velocità (volete mettere, andare da Roma a Milano in due ore anziché in due ore e mezzo come adesso con l’Eurostar, però con un treno che fa i trecento e ha un raggio di curva di venti chilometri, sicchè si è dovuta creare una linea tutta nuova su percorso altrettanto nuovo, con annesso sperpero di territorio e di money per gli espropri, alè: faceva schifo l’idea di risistemare l’esistente rete in modo da ottimizzarne la resa, magari con l’aggiunta di un terzo binario “dedicato”?).
Da ultimo: quando finisce sto cazzo di petrolio, che sono trent’anni che ripetono la tiritera, non se ne può più e nel frattempo moriamo asfissiati?
Anche se andare in macchina è divenuto un piccolo lusso a causa dei rincari della benza, rileviamo – in una sorta di contraddittoria cupio dissolvi – l’aumento della cilindrata media, dei consumi e delle dimensioni delle auto, la normalità della loro frequente sostituzione e del loro uso anche per spostamenti ridicoli: imbottigliata sulle tangenziali, ovviamente a motore acceso, una umanità povera e disperata sconta nei suoi loculi argentei o neri (ora va tanto il bianco) il grottesco contrappasso con le pubblicità in cui il modello prescelto appariva solingo e temerario, incastonato in una natura incontaminata.
Altra contraddizione con il caro petrolio e l’inquinamento, quella riguardante la possibilità di far viaggiare in aereo tutti, ma proprio tutti, a prezzi infimi e con un aumento esponenziale del numero dei voli: se poi ci metti che il flyer generico medio il più delle volte ignora la posizione sul mappamondo del posto che si reca a visitare e pretende una riproduzione in loco del proprio habitat (cfr. spaghetti con la cernia in “Pulp 2”), beh, allora piove sul bagnato: al danno da inquinamento ad alta quota sommiamo quello da ignoranza esportata a livello del mare (non ditemi che sono snob).
Aspettando di essere salvati da quella buffonata nota come protocollo di Kyoto, cogliamone uno degli aspetti più assurdi: la facoltà, per le nazioni “cattive”, iperproduttrici di gas serra, di rientrare nei parametri pagando un tot di soldi a una nazione “virtuosa” che è a credito di emissioni: come dire: coabito con un poveraccio e, dopo avere mangiato e bevuto a crepapancia, cosa che lui non può permettersi, attacco a ruttare e petare fino a saturazione gassosa dei locali, mi scopo pure sua moglie (non è funzionale all’esempio, ma tant’è), poi gli allungo cinquanta euro per il disturbo; l’eventualità che il mio coinquilino non gradisca che io ammorbi la sua stessa atmosfera non è presa in considerazione.
4 – Mettiamoci, last but not least, un incremento demografico fuori controllo su una popolazione di 6/7 miliardi e abbiamo condito il tutto; l’unica speranza per una salutare denatalità che riporti il numero ad equilibrio (un paio di miliardi, max. tre) è, come dicevano al telegiornale qualche giorno fa, che a noi maschi si secchino i maroni (non era proprio così: una ricerca ha riscontrato mediamente una minor produzione di spermatozoi e con meno motilità), perché da qualsiasi parte uno si giri l’inno costante è alla chiavata a scopo riproduttivo per generare più italiani, più europei, più operai, più musulmani, più cristiani, più teste di cazzo ubicumque: riassumendo, come disse vari anni fa l’allora nostro Ministro degli Esteri Susanna Agnelli in viaggio in Cina durante un discorso ufficiale: “Povere donne cinesi, costrette a limitare le nascite, che pena mi fate.”
Ecco, appunto, mi pare giusto (oltrechè una vera finezza diplomatica).
Politica:
Gli anni trascorsi sono stati brutalmente caratterizzati dallo spadroneggiare, sullo scacchiere mondiale, di due personaggi pericolosissimi e rappresentativi del più puro distillato dei tempi: G.W. Bush da una parte e V. Putin dall’altra.
In entrambi i casi l’impressione, mai provata nel corso della mia vita, è che le regole condivise della democrazia elettiva (perlomeno, come le conoscevamo noi in occidente, URSS a parte), pur con tutte le loro imperfezioni e deviazioni, siano state a tutti gli effetti sostituite da un atto predatorio: entrambi conquistano il potere grazie alle consorterie che li sostengono, che solo ingenuamente possono definirsi lobbies e che vengono da essi abbondantemente ripagate: l’americano zigzaga tra scandaletti e scandaloni (Enron über alles) che falcidiano parecchi dei suoi sodali; il russo, molto più serafico, fa sbattere a marcire in galera gli oligarchi rivali.
Bush, dopo l’11 settembre 2001, scatena l’apparato militare USA in una fantomatica caccia al terrorista: dapprima invade l’Afghanistan perché Bin Laden e i suoi si nascondono lì (analogamente, vorrei suggerire ai nostri governanti di bombardare a tappeto Campania e Sicilia per estirparvi la cancrena mafiosa), poi inscena la colossale bufala delle armi di distruzione di massa come pretesto per dare addosso all’Iraq: nulla di nuovo sotto il sole: do you remember il finto incidente di frontiera allestito dalle SS tedesche (Naujocks) che, in uniforme polacca, attaccarono il 31.08.1939 la stazione radio di Gleiwitz dando a Hitler la giustificazione per aggredire la Polonia?
Putin procede con lo stile ben collaudato nelle riuscite tournèe DDR 1953, Ungheria 1956 e Cecoslovacchia 1968: se ne infischia di giustificazioni di sorta e – già ci aveva provato Eltsin nel 1991, questa volta, però, seri (come nella barzelletta del Führer) – nel 1999 entra direttamente con i carri armati in Cecenia; la Georgia è roba recente, ad opera del suo replicante e Quisling Medvedev.
Gli altri paesotti circostanti che c’entrano qualcosa con il petrolio si cagano addosso e pregano di essere dimenticati; hai un bel dire, come Sarkozy, che “i tempi di Yalta sono finiti”.
Nel clima di tensione instaurato da questi due veri titani del male si inserisce, vaso di coccio ad ca’ nostra, Silvio Berlusconi: che, al confronto, fa un po’ la figura del diavolicchio in scala HO, del vorrei ma non posso, della spalla – sarebbe inesatto dire comparsa – nel teatro dei cattivi della storia come già un’altra mezza figura partorita in passato dalla madrepatria.
Tuttavia, i tre soggetti hanno caratteristiche comuni e cioè – ciascuno per le sue possibilità – lo svilimento del lessico e dell’agire diplomatico e politico in favore dell’adozione di un linguaggio grossolano, spesso grammaticalmente e sintatticamente scorretto, contraddistinto da assolutismi e da enfasi militaresca (diceva bene Nanni Moretti in Palombella Rossa: “trend negativo! trend negativo! chi parla male pensa anche male”); lo spregio per le sorti della salute della Terra, incarnato da Bush (ad es.) nel rifiuto di sottostare al protocollo di Kyoto (e chi cazzo siamo noi per consumare di meno? Andatelo a dire agli abitanti del Burkina Faso, va’), da Putin nella totale ignoranza dell’esistenza del protocollo di Kyoto (come i suoi predecessori, se ne sbatte se qualche cittadino della Grande Madre Russia diventa verde per l’ennesima fuga di radiazioni), da Berlusconi (ad es.) nel confondere il protocollo di Kyoto con un foglio di quaderno di carta di riso, nella legiferazione di un condono edilizio a mandato, nella riduzione delle zone di rispetto dei parchi nazionali e, in genere, nel non tenere in minimo conto nei propri programmi la questione ambientale.
Termino rilevando, per quanto concerne l’Italietta, che la gente è oramai tanto adusa a essere inculata mentalmente e materialmente dai propri politicanti e potenti vari da reputarlo uno stato (passivo) normale: prova ne sia la completa mancanza di effetti concreti della trimurti di libri (La casta, La scomparsa dei fatti, Gomorra) che nel 2007 ha spopolato e che, in altre epoche, avrebbe scatenato rivolte di piazza e dato una vigorosa spallata al più coriaceo dei regimi disonesti: è stata assorbita dal regime stesso e dai conniventi cittadini come un effimero successo letterario, digerita e defecata senza conseguenze né apparenti ricordi.
Economia:
L’ultima decina d’anni ha segnato l’affermazione incondizionata delle teorie di “libero mercato/liberismo economico” nei programmi di qualsiasi credo politico: a parte, forse, gli ultimi aborigeni e indios, Cuba, e staterelli autarchici minori governati da tiranni pazzoidi, destra e sinistra di tutti gli angoli dell’orbe terracqueo si sono appiattite sulla medesima posizione: molto rozzamente parlando, consistente nella convinzione che, in un sistema economico lasciato il più possibile libero di autoregolamentarsi, i consumatori/utilizzatori di beni e servizi premino gli imprenditori (definirò così in genere gli offerenti di beni e/o servizi, siano essi idraulici, liberi professionisti o altro) risultati più bravi in un regime di concorrenza paritaria, cosicchè alla fine il sistema trovi da solo il punto di equilibrio tra massimo profitto degli imprenditori e massima convenienza per i consumatori.
A me, come al mai abbastanza ricordato Ugo Fantozzi nell’episodio della Corazzata Potyomkin, questa storia sembra una stronzata pazzesca, posto: che per rispondere in modo flessibile e risparmioso alle sollecitazioni della domanda, l’imprenditore chiede il massimo svincolo da responsabilità nei confronti (ad es.) della manovalanza e dell’ambiente; che il porre la soddisfazione dei desiderata del consumatore (collettivamente e impersonalmente paragonabile a un bambino di otto anni viziato, egoista, volubile, scemo e pure stronzo) alla base di scelte esiziali per la salute del pianeta non mi pare una buona idea; che, almeno in Italia, i bugs del sistema (tangenti, bustarelle, intrallazzo, biscotto, pastetta, inciucio, raccomandazione, e chi più ne ha più ne metta) fanno sì che non sempre l’imprenditore che emerge sia quello più bravo; e che, insomma, questo tipo di sistema sia quanto di più vicino all’homo homini lupus.
Se io ho una conceria in Italia, devo installare depuratori da tutte le parti e tenere in regola i dipendenti: rischio perciò di andare fuori mercato perché il mio prodotto finale costa mille volte di più di quello del vicino Biekistan, dove i fanghi della concia delle pelli alimentano una stazione termale (vedi spot “Skrogh swonzje palakka!” = “Sarà buono l’alito di Vostra moglie!”) e i dipendenti percepiscono una “indennità di frusta” di 10 Wrogh lordi l’ora (1 Wgh = 0,0000000000,99 €; nota: il contratto di lavoro “Agrangha bulje”, che è l’unico per tutti, prevede una condizione normale di “licenziamento a tempo indeterminato” nell’arco della quale si inseriscono, a sorpresa, ore di lavoro coatto): delocalizzo dunque la mia attività in Biekistan divenendo competitivo.
L’esempio non lo cancello, anche se mi sono accorto che sto decisamente virando sul delirante e che, a posteriori (non era questa l’intenzione), fa un po’ “Molvania” (cfr. http://www.molvania.com, guide Jetlag).
Però è anche vero che in Cina l’economia viaggia a rotta di collo: perché è ricca di materiale umano a perdere a costo zero e territori intonsi da devastare: ci stanno dando dentro bene, e mi aspetto solo che inizino a produrre il Soylent Verde (cfr. “2022: i sopravvissuti”): ma con i vivi.
L’aspetto della questione che negli ultimi anni balza più all’occhio (in quanto negativo) è che la considerazione delle necessità ambientali, pur visibilmente divenuta della massima urgenza, è invece totalmente negletta nelle istanze dell’economia: e in una prospettiva dicotomica – per non dire schizoide – i santoni che lamentano (ad es.) la mancata crescita di una nazione trascurano di valutare che un indicatore (balordo) come il PIL descrive anche un equivalente uso del pianeta (combustibili bruciati, materie prime consumate, scorie da smaltire ecc.), omettono di spiegare che la cosiddetta crescita implica un maggiore impatto e costo ambientale e infine non si preoccupano delle inevitabili ricadute (le risorse si stanno riducendo, mentre loro fanno finta che siano sempre nuove di pacca e disponibili come agli albori dell’umanità: non è affar loro: qualcuno ci penserà).
È curioso come sull’argomento alcune delle riflessioni più fresche e corrette siano venute da un vecchiardo come Giovanni Sartori che, sempre più lucido in una sorta di senilità a rebours, da qualche tempo sforna a ripetizione articoli visionari in tema di economia, ambiente e demografia (cfr. diversi editoriali sul Corrierone, ricordo quelli 7 novembre 2007, 28 marzo, 6 maggio, 16 giugno, 15 agosto 2008): ho letto, in Internet, qualche critica al Sartori-pensiero (“uh uh uh! … si vede che non è un economista … la variabile di Bamberg incrociata con la curva di Schwartz dimostra che non succede niente anche se siamo dieci miliardi che mangiano solo gamberetti e girano tutti in Porsche Cayenne! … ah ah ah!”): ebbene, dopo ponderata riflessione, mi sento di affermare che costoro siano – con tutta la gravità e il peso di questa nobile e desueta invettiva – dei cretini, gente che, empiricamente parlando, ha dovuto studiare su un manuale come farsi le pugnette se no da sola non ci arrivava, e ciononostante non riesce ancora a trovarsi il cazzo.
Ed è curioso come le inquietanti tesi di Sartori combacino fortemente con quelle dell’ultimo, pessimistico Gadamer (“… La minaccia maggiore per il mondo, comunque, in questo momento è un’altra: quella della catastrofe ecologica. Qui davvero non sappiamo che fare. Sarebbe necessaria una cooperazione internazionale che non si dà a causa degli egoismi nazionali e industriali, e che l’attuale crisi petrolifera allontana ulteriormente. Ho molti amici scienziati, e tutti dicono che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno. Anzi, economicamente questa soglia forse è stata già varcata…”; “La Repubblica” — 06 settembre 1990, pag. 32).
Uffa!
Per riprendere il filo al termine di questo excursus, dirò che mi sentivo, e mi sento, come se il mio presente abbia raggiunto quegli scenari futuri che avevo immaginato; e di non avere più gli strumenti per calcolare le coordinate di altri, avendo, tutto il bagaglio di informazioni/nozioni/esperienze da me accumulato, troppo in fretta esaurito il suo compito.
Ciò è orrido, poichè equivale a dichiarare, se non la propria morte, certo la propria vecchiaia fisica ancor prima che narrativa: il che, per uno di quaranta e spicci, non è proprio il massimo.
Oltretutto, diversamente dal famoso paradosso di Zenone, nel quale lo spazio/tempo è suscettibile di essere infinitamente frazionato per cui Achille non avrebbe mai raggiunto la tartaruga, sappiamo bene che nella nostra realtà fisicamente finita il progressivo abbreviarsi degli intervalli tende a zero, e cioè al punto in cui la tartaruga viene acchiappata o la freccia (altra celebre aporia) centra il bersaglio: così la accresciuta frequenza della successione di eventi “notevoli” mi fa pensare che si sia in procinto di raggiungere un traguardo: crea l’immagine di una compressione a fisarmonica del presente contro un muro (oltre il quale non riesco a vedere ulteriori sviluppi), di una puntina che, alla fine di un LP (disco di vinile) posato su un piatto senza pick up automatico, giri all’infinito nell’ultimo solco.
…………………………..|…………….|……..|….|..|.| ?
Estremizzando ancora la mia fantasiosa ipotesi, quello che non capisco è se il muro contro il quale il presente si schiaccia e oltre il quale non riesco a vedere rappresenti la c.d. “fine del mondo” (ma vurìa mai che questo scritto sia etichettato come l’equivalente allegorico del tizio che gira appeso a un cartello berciando slogan catastrofisti), oppure un eterno loop del presente (der ewige loop des Gleiches? il povero Nietzsche si rivolterà nella tomba) in assenza di qualsivoglia ulteriore progresso umano; oppure ancora se la mia cecità non sia da attribuire alla inadeguatezza delle mie attrezzature.
Non so se, adesso che sono stato travolto dalla progressione del tempo, riuscirò ancora a scrivere di mega temi ambientali in chiave fantascientifica per la sensibilizzazione della gente, per la salvezza del mondo; non so se tutto questo abbia ancora un senso (e difatti, altro sintomo, notate la pressochè totale scomparsa di questo genere narrativo) e una voce, nel tambureggiare di eventi tanto catastrofici quanto sconsolatamente uguali a sé stessi e nell’inscalfibile mefreghismo di una collettività mitridatizzata al peggio.
Era tutto uno scherzo. No, non è vero.