Il fondo dei fondi.

Quando ho letto le ultime uscite dei nostrani politicanti ho avuto la rappresentazione mentale di uno che si riempia la bocca di merda e poi parli: proprio proprio: sputacchiando schizzetti marroni, la cagarella colante agli angoli dei labbri, le gengive e i denti imbrattati.

Questa la raffigurazione immediata nel sentire che si vuol tradurre in precetto costituzionale il vincolo di pareggio del bilancio, e modificare l’art. 41 Cost. introducendo il principio secondo cui “è libero tutto ciò che non è espressamente vietato dalla Legge”.

Ora, io ammetto serenamente di non capire una cippa di economia (superai macro all’Università ricavando tutte le formule del moltiplicatore keynesiano e i grafici dei neomonetaristi, eccetera, onde ridurre il librone a qualche pagina di appunti, poi ho fatto tabula rasa), ma ho per il diritto quel tanto di pratica e di rispetto per pensare che affermazioni di tal genere siano delle sonore cazzate per abbindolare gli sciocchi.

A parte la assurdità del prevedere che il pareggio di bilancio sia un obiettivo fondante la Costituzione di un Paese e passibile di inserimento come la clausola di un atto costitutivo societario, quid juris se non lo si raggiunge? Sciogliamo lo Stato?

E poi l’idea di far capire bene agli italiani quel che sanno già da soli (e che d’altronde è già contenuto nel dettato dell’art. 41 Cost. secondo il quale l’iniziativa economica privata è libera, ma forse i Nostri vogliono liberalizzare al massimo anche quella pubblica?), ossia che possono inculare il prossimo a sangue finchè non arriva qualcuno che gli mette i ferri ai polsi? Semplicemente demenziale; proviamo a immaginare altre applicazioni analogiche in altre materie: tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero a meno che qualche Legge non dica il contrario; tutti hanno il diritto di trombare liberamente le gnocche che vedono per strada salvo contrarie disposizioni di Legge; vi è libertà di professare qualunque fede religiosa in qualsiasi forma, purchè non vietata dalla Legge.

Della proposta Calderoli di ridurre il numero dei parlamentari a casaccio, diminuire l’età dell’elettorato passivo, consentire l’approvazione delle Leggi a un ramo solo del Parlamento e, dulcis in fundo, chiamare finalmente Premier il nostro beneamato (con poteri di nomina dei Ministri, scioglimento delle Camere eccetera, era ora, eccheccazzo!), parliamo un’altra volta.

Abbiamo toccato il fondo? Finchè le belle pensate di siffatti personaggi passano indisturbate non ne sarei tanto sicuro.

Post frettoloso e grezzo, ma non se ne può più.

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Nobilita l’uomo.

Ho stabilito di recarmi dalla mia città A a B, capoluogo di regione, ove consegnerò agli uomini che lo riceveranno un piccolo mazzo di fogli di carta portanti parole da me scritte.
Per coprire lo spazio tra A e B mi siedo entro un guscio di lamiera munito di un motore a scoppio applicato a ruote traenti e sperimento la abissale irrazionalità del procedere a velocità missile su una superficie bitumata schivando altri gusci che la percorrono pazzamente: io fermo entro il mio guscio, coltivando la precaria illusione, nel limbo temporale che precede lo spegnimento del propulsore e la finale apertura dello sportello, che il guscio stesso sia fermo nell’approssimarsi della destinazione B.
Ho depositato i miei fogli agli uomini pagati per prenderli, i quali li distribuiranno ad altri ed altri ancora li leggeranno.
Ho imbrattato di inchiostro la polpa tritata di alberi, spiaccicato qualche centinaio di insetti, bruciato una trentina di litri di idrocarburi fossili raffinati e gassato campi limitrofi e incauti uccellini: e altrettanto ho dato modo di fare a coloro che decideranno di utilizzare i fogli da me scritti: tutto questo si chiama lavoro, produzione di denaro, incremento del PIL.
Il limbo-spazio da A a B è stato allietato da brani musicali vari raccolti per me dall’amico N.H.M.M., tra i quali ho reiterato l’esecuzione di
Ed il limbo-spazio da B ad A da brani musicali di un medesimo autore, del quale amo la notissima
Buon ascolto.

Ruzinoterapia.

Come capitava al Carugati (personaggio di Terzoli e Vaime, portato amabilmente sulle scene da Gino Bramieri: leggete il libro se lo trovate), mentre negli ultimi mesi ero occupato a fare altro il mondo andava avanti senza di me e, lasciato a sé stesso, con risultati altalenanti tendenti al basso.
Notizie buone e cattive si sono succedute, che vale la pena commentare.
1) Barack Obama presidente U.S.A.
A parte le battute di cattivo gusto sull’abbronzatura e gli eufemismi del caso (si dice nero! nero!), c’è poco da fare: l’è negher!
La qual cosa conferma che gli americani, pur con tutta la loro prosopopea del cazzo e la meritata fama di guerraioli nonché mangiatori del pianeta (burp), quando capiscono finalmente cosa sia sbagliato e cosa più giusto da fare si muovono piuttosto compatti e sono capaci di decisioni sorprendenti e veramente anticonformisticamente americane, come quella, per l’appunto, di eleggere un Presidente negro, uno che mette d’accordo tutti, che ha il fascino di un John Kennedy ma anche di un Denzel Washington, qualche idea alla Lula, qualcuna alla Lincoln, un rigore da Roosevelt (F.D.) o Eisenhower.
Mah, vedremo se manterrà le promesse e le premesse sui grandi temi ambientali e bellici, o se piuttosto non cercherà oltrefrontiera – come i suoi predecessori – un diversivo dalla stretta economica attuale.
Se non impazzisce, o se non gli sparano prima, a vedere l’entourage di cervelloni alternativi di cui si è circondato sembra intenzionato a fare bene.
Noi, d’altra parte, per non essere da meno abbiamo in Parlamento due campioni del calibro di Cota e Salvini: il primo connotato dal rictus gelido e inquietante, il secondo da una unticcia e trasandata malrasata tracotanza, si sono pregiati sostenere in varie tribune televisive l’idea delle classi differenziali per soli immigrati previo, dicevano, test sulla conoscenza della nostra lingua, dei nostri costumi e della nostra religione.
La proposta è obiettivamente grottesca (contra, la provincia di Bolzano, con teutonica sobrietà ed efficienza, ha recentemente stabilito – concordi tutti i gruppi politici – di inserire una quota del 30% di stranieri in ciascuna classe) e significativa dell’unico differenziale meritevole di matita rossa: di là, una nazione composta al 99,9% da immigrati e figli di immigrati (il 0,1% è rappresentato dai Pellirosse, i veri nativi) elegge un Presidente negro, di qua il futuro è negli autobus con posti dietro riservati ai bongo bongo, modello Louisiana/Missouri.
2) La Terra muore.
Ho sempre previsto – cfr. “Il paradosso di Ruzino” – l’acqua calda: l’impossibilità di mantenere regimi di vita come quelli spensierati degli anni ’60 nei quali ero nato, fiduciosi in un futuro roseo di cotechini, sciampagni, automobili rombanti e clacsonanti, città turbinose, fumose e scintillanti, nelle meravigliose sorti e progressive che avrebbero comunque emendato e curato ogni nostra stronzata, garantito sempiterna pacchia: fiumi Lambro e atolli di Bikini ovunque ma trote e cernie per tutti, mucche pazze e fiorentine in abbondanza, zero foreste e zero petrolio e un bel suvvone anche ai senzatetto (mi viene in mente un graffito letto su una strada di montagna, verso Livigno: in una curva, una ignota mano che ha disseminato la Valtellina di messaggi ecosociali aveva scritto “aiuta i poveri”; e un ancor più ignoto aveva aggiunto “regala loro un Breitling”).
Insomma, per farla breve con la tiritera – sento gli sbadigli via router – anche i più ignoranti sanno che di pianeti come il nostro ce n’è uno: ma una ricerca svolta dai soliti terroristi ambientalisti del WWF, pubblicata un paio di mesi fa su tutti i quotidiani, mostra che la impronta biologica – cioè quello che occorre per campare in termini di terreno, acqua ed aria – della popolazione mondiale ne richiederebbe un altro entro il 2030.
A fare la parte del leone ci sono, come sempre, gli americanacci, che necessitano di 9,5 ettari pro capite (grosso modo 4,5 pianeti Terra); i cinesi, che per adeguarsi agli standard capitalistici cercano in numero sempre maggiore di barattare il loro pugno di riso quotidiano con cocktail di scampi, li tallonano da vicino pur essendo molti di più; gli italiani copiano il compito dal vicino di banco ma, come sempre, arrivano dietro: solo 4,8 ettari ciascuno, equivalenti a tre Terre.
Questo, l’ennesimo redde rationem che ci pongono il nostro pianetino, le bestioline e le piante che ci fanno compagnia e ci danno una mano, i poveri che sono i primi a subire: scusate la lacrima.
Purtroppo, la reazione dominante si riassume in quella di quel vecchietto, intervistato venti e spicci anni fa durante lo scandalo del vino al metanolo (alcuni ne creparono): “Ma cchè mme frega ammè? Io bevo ‘a bbira!”.
3) Emanuela Englaro vive.
Non entro nel merito.
Però, dopo furibonde battaglie legali (cioè condotte sulla lama di leggi che ci sono) per stabilire un principio, che sarebbe quello di consentire ai genitori – la cui disperazione e nell’affrontare una simile decisione e nell’affrontare un simile calvario giudiziale e sociale per legittimarla, dev’essere umanamente insopportabile – il distacco delle apparecchiature di mentenimento del coma, arriva Sacconi: che con ministeriale imperio e illuminata coscienza della verità e della ragione, scioglie il nodo gordiano affermando che chi esegue ciò che è stato giudizialmente dichiarato legittimo incorrerà nelle sue sanzioni.
Beh, l’affondo a gamba tesa, da dietro, con tacchetti affilati, in piena area di rigore, la dice lunga sul rispetto delle competenze istituzionali (legiferazione, giustizia, amministrazione), sullo stile, sull’esercizio del potere in quanto tale di questo come di altri personaggi della nostrana maggioranza parlamentare.
4) Magistratura far west.
Ecco che le Procure di Salerno e Catanzaro litigano: i primi denunciano i colleghi calabri per avere mobbizzato e sputtanato De Magistris a causa delle sue inchieste coinvolgenti personaggi politici e altolocati, vanno, sequestrano e ispezionano anche corporalmente; i secondi denunciano i denuncianti.
Tutti rimediano una figura da galletti rissosi; vengono bacchettati da un pronto intervento del CSM e di Napolitano in persona; come al solito, la gente non ne capisce più un cazzo e ha l’impressione (in questo caso fondatissima) che in Italia la giustizia non funzioni.
Io, che sono come Tommaso, non credo che un Procuratore capo, che di solito è persona anziana ed assennata, impazzisca improvvisamente: c’è una regia dietro? Chi è il puparo? Chi ha interesse a screditare in una botta sola un bel numero di PM e la credibilità della magistratura inquirente?
La verità, come sempre, emergerà tra un bel po’ di anni.
Per ora contentiamoci di prendere atto delle richieste di riforma della Giustizia che, curiosamente, muovono con rinnovato vigore dopo lo sfigato accaduto.
5) Comunisti latrones!
Dopo avere perso le elezioni politiche, le amministrative (regionali, provinciali, comunali, rionali e anche quelle dei bar), le sezioni (tramutate in lap-dance club) e i festival (“la salsiccia mi torna su”), i comunisti, ossia di tutte l’erbe un mazzo facendo di piddini pricini e sinistrunitini, perdono anche la faccia, la patina di onestà guadagnata in decenni che pochi s’eran fatti beccare con le mani nella marmellata: e quei pochi, condannati e reietti dal partito.
I compagni, cuccati in buon numero in faccende assai lucrose, devono fare qualcosa per risollevarsi: a questo punto è inutile continuare a dire le stesse cose di Berlusconi, “con la differenza che noi siamo onesti e lui no”: dite qualcosa di sinistra, cazzo, che non siano le solite fregnacce trite e ritrite nella speranza che, “coltivando la presenza sul territorio”, qualcuno vi stia a sentire!
Qualcosa di sinistra – cioè storicamente scomodo, rivoluzionario – ma al passo coi tempi, cazzo ne so, meno cemento e a prezzo calmierato in ogni parte d’Italia, una casa in centro a Roma costa come una a Altovia (così disincentivi gli abusivismi e incentivi una edilizia popolare vera), sui terreni ricavati dai roghi boschivi non si può mai più edificare, realizzazione di terzo e quarto binario ferroviario per merci e passeggeri (così elimini i TIR dalle autostrade e favorisci trasporti puliti e veloci), censimento di tutti gli immigrati e sanatoria immediata (così legalizzi la forza lavoro e non ti trovi gente che necessariamente vende ombrelli senza documenti e dorme nelle baracche), pari dignità per tutti i lavori (basta con ‘sta pugnetta della laurea a tutti i costi, voglio il maestro del libro Cuore che metteva il figlio del muratore a fianco di quello del finanziere) e possibilmente stabilità; tagli abissali delle spese, degli enti assistenziali parassitari, delle sovvenzioni inutili e sprecone; rilancio dell’agricoltura (che ne è del paesaggio d’Italia, “fatto a mano”, in rovina e decadimento, e fino a quando ci slurperemo un bel culatello, una ventricina ben fatta, un risotto o una pasta di qualità se sempre meno sono quelli che sanno l’arte, se sempre meno sono i terreni buoni e le varietà germinali?); denaro a costo zero come hanno fatto negli USA.
Insomma, il paese dei balocchi: però vedete voi di fare meglio, se no finisce pure che vi si rimpiange.
6) Israele-Gaza 0 a 400.
Vince, nonostante il punteggio, Israele: e guai a farsi sfuggire che giocano sporco, perché poi passi da antisemita: e ho detto tutto.
7) Un mio amico mi ha telefonato e mi ha confidato di essere depresso.
Dopo tutta la merda che ho riassunto sopra il fatto non mi stupirebbe, ma è grave e vi va posto rimedio.
Penso di poter risolvere ogni tuo problema con somma autorevolezza, essendo stato almeno in un paio di periodi della mia esistenza – coincidenti con disavventure amorose di ventenne sommate ad altre cause di stress, e perdurati anche parecchi mesi – gravemente depresso: se per questo si intenda il non avere voglia di fare assolutamente niente, pappa pipì pupù, dormire, vegliare, alzarsi, lavarsi, vestirsi, e il vivere diviene semplice spinta coatta da un attimo di piatto grigiore all’altro, senza picchi, schemi, istanze: e come potrebbero provenire, del resto, da quella massa agglutinata e macerata che è la tua coscienza?
Per quanto mi riguarda, ricordo quotidiane e minuziose pianificazioni della mia autosoppressione, la più efficace delle quali consisteva nel seppellirmi in una fossa scavata in un bosco isolato raggiunto a piedi, senza farmi vedere da alcuno, facendomi scivolare sopra con un lenzuolo – che ne sarebbe stato anch’esso sommerso – la terra ivi sbadilata; quindi, approfittando del sia pur poco agio dei movimenti consentito dalla mollezza del terreno, nell’adoperare a mio danno un revolver o una doppietta da caccia con canne e calcio opportunamente segati: suicidio perfetto e moralmente asettico: nessuno mi avrebbe più trovato, nessuno si sarebbe incolpato.
A parte la difficoltà logistica di tirarsi addosso a braccia un paio di metri cubi di terriccio, facilmente superabile con un Bobcat.
Ricordo, anche, giornate iniziate con sveglie tardive e proseguite surrogando campari al caffè; un porto al pomeriggio; vino ai pasti; in serata grappini e uischìni, ad libitum: e sigarette, sigarette, sigarette, la cui magia riposava soprattutto nella astrazione e sublimazione di gesti altri.
Avevo anche studiato parecchi testi di psicologia et similia, fino al tomo del DSM-III, allora vigente, trattato sistematico delle malattie mentali dell’associazione psichiatrica statunitense; convincendomi, a seguito della lettura del librone, di essere schizofrenico, paranoico, psicopatico, ciclotimico, nevrotico, ossessivo e talora compulsivo; poi mi sono rotto il cazzo.
Sicchè, amico mio, ascolta i miei saccenti e sempliciotti consigli.
– Mens sana in corpore sano.
Siamo tutti latini. Datti una disciplina sportiva.
All’inizio sarà doloroso e urticante. Il tuo corpo non è abituato. Mettiti una o due sveglie e costringiti a alzarti subito. Subito! Corri di primo mattino. Comincia con dieci minuti – un quarto d’ora, se non ce la fai; l’ideale è una mezz’oretta tutti i giorni. È importante la continuità e la costanza, devi durare almeno due o tre mesi di filato, senza mancare un giorno. Un training analogo l’ho visto anni dopo egregiamente praticato da Abatantuono nei confronti di Bentivoglio in “Turnè”. Iscriviti a una palestra. Non fare ginnastica di sera, perché stimola la produzione di endorfine, così non dormi e la mattina dopo sei punto e a capo.
– Abbi cura del tuo aspetto.
Dopo la corsa, fatti la doccia, la barba, vestiti bene anche se non ce n’è bisogno. Comprati un profumo di moda. Leggi un quotidiano, anche se so che lo fai già. Instaura, insomma, una routine positiva. Come il ragioniere capo della Compagnia che, in Cuore di Tenebra di Conrad, dirigeva una stazione nella giungla equatoriale, perfettamente tirato nella sua uniforme lisa: Marlow ricorda: “… nella demoralizzazione generale di quella terra, continuava a curare il proprio aspetto. Quella sì che è spina dorsale”.
– Bevi poco.
Cerca di non bere di sera (mi risponderai: e quando se no?): taglia il sonno: finisce che vai a letto alle due stramazzato e ti svegli alle quattro con la prostata in fiamme e una ridda di pensieri assurdi in testa peggio della Gorgona co’ le serpi. Se proprio devi, limitati a una volta a settimana, oppure aspetta a addormentarti e bevi acqua nel frattempo: so che sono cose che sai ma te le ripeto.
– Pochi psicofarmaci.
Non ne ho mai presi e non credo nella loro utilità, se non come palliativi o placebo, perlomeno se non c’è una vera e propria emergenza psichiatrica; credo piuttosto che si corra il rischio di sostituire a una dipendenza (dalla propria tutto sommato comoda condizione depressa) un’altra.
– Evita gli psicologi.
Fondamentalmente, costoro tendono a farti sentire una merdaccia per poi palesarsi come unica fonte della tua guarigione. Stai attento a non cascarci, ce la puoi fare da solo. Hai mai portato la macchina da un meccanico perchè ha un rumorino, lui la smonta tutta, dice che è un cesso, deve cambiare vari pezzi, ti chiede duemila euro, poi vai via che funziona male sul serio e ci devi tornare? Ecco. Di solito, poi, la tua guarigione coincide con l’ultima rata della Porsche o il ritorno dal collegio in Svizzera del figlio grande.
– Donne.
Fatti tutte le donne che ti capitano a tiro, alte, basse, magre, grasse, belle e brutte: a farsi quelle belle sono buoni tutti, ma anche le brutte (il che è soggettivo) hanno un loro perché. Le donne sono lì apposta, per farti sentire meglio, e tu loro. Sono la più grande radice di vita e di benessere, che non va tagliata. Ognuna ha qualcosa di buono da raccontarti e da darti, e tu altrettanto. Corteggiale, vogli loro bene. Anche se dovesse durare poco, l’importante è che la cosa sia pulita e consapevole per entrambi. Non persistere in una relazione finchè non sarai abbastanza forte da reggerti da solo. Capiranno (anche loro fanno così con noi). Provaci. Se una ti dice di no, provaci ancora oppure con un’altra: fa bene anche ricevere un due di picche, fa sentire vivi. Sii gentile. Scopale in tutti i modi possibili e umanamente gradevolmente praticabili.
– Cambiamenti.
Sicuro che non ci sia qualcosa che non ti piace nell’arredamento di casa tua? Buttalo via e compra qualcosa di nuovo. Oppure sposta i mobili. Rivernicia (tu, senza chiamare l’imbianchino) le stanze, magari una di viola o di verde, che tanto giova. Fatti una parete di pannelli di sughero incollato, su cui appendere con le puntine fotografie, poster, appunti. Mappe. Progetta un viaggio, casomai con una delle donne di cui sopra. Tagliati i baffi, fai crescere una barba curata o i capelli, raditi a zero. Va’ in tournee con un gruppo rock.
– Brevi sociali.
Non propalare la tua condizione agli altri. I più volenterosi inizieranno a trattarti come se, e ben presto ti ritrovi coartato, dalla impronta che loro danno alla relazione, a comportarti come se. I meno bravi, poi, ti schiveranno e li segnerai, giustamente, sul libro nero. Vedi gente solo quando ne hai veramente voglia. Invita qualche amico a cena, comprati l’Artusi e fa’ da mangiare. Stupiscili. Scansa anche come la peste la c.d. “situazione allegra”, cioè quella in cui gli amici volenterosi provano a trascinarti: balli latini (e tu intento a tracannare rum e cola fino al cedimento dello sgabello) o incontri per singles (abbrutito dai prosecchi scoppi in lacrime, guardato con disprezzo dalla tua vicina in guepiere) possono rappresentare esperienze struggenti di obblighi insoddisfacibili. E piuttosto che ascoltare la c.d. “musica allegra”, della quale non si comprende il senso, meglio allora una bella compilation sul malinconico andante (De Andrè, Lolli d’antan, un Chet Baker), così piangi come un vitello ma realisticamente, ti sfoghi, e il mondo poi sembra migliore.
Se infine sopravvivi all’infarto per le corse mattutine, alla caduta dal trabattello mentre imbianchi la casa, alla vergogna per il rimpallo di tutte le donne del paese (inclusa Marì ‘a pelusa, della quale il tuo conoscente camionista ti aveva narrato meraviglie), all’isolamento da tutti i tuoi ex amici schifati dalla tua pessima cucina e dal tuo aspetto bizzarro, alla crisi d’astinenza da vino e prozac, e putacaso ti senti meglio, chiamami: e dimmi come hai fatto.

Il paradosso di ruzino.

Avvertenze:
Credo che questo pezzo contravvenga a per lo meno un paio di regole della prosa in generale e del blog in particolare: è lungo, non lieve e abusa della pagina scritta per farne pulpito; se proprio proprio volete farvi del male, consiglio un copia e incolla su word così da leggerlo a piccole dosi.
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All’inizio pensavo di scrivere di mega temi ambientali, quelli che più mi premono fin da quando ero bambino e – primi anni ’70 – impedivo ai miei amici di ammazzare e torturare le lucertole, giravo con la spillina dell’Ente Protezione Animali a cui ero iscritto, giocavo con “Ecologia” (analizzavi aria e acqua con apposite macchinette e reagenti e trovavi gli inquinanti), leggevo libri tipo “Sos per il pianeta Terra” e guardavo alla tele tonnellate di documentari.
Tra i quali, oltre ai vari comandanti Cousteau, Folco Quilici, “Avventura”, Cesare Maestri (il ragno delle Dolomiti!) sul Cerro Torre e Bonatti sul K2, “Un milione di anni fa” che parlava dei dinosauri, e un altro con la prefazione recitata dalla voce di Riccardo Cucciolla (“brilla, brilla, piccola stella …”), di cui non ricordo il titolo ma che ovv. parlava di astronomia: ebbene, seguivo volentieri una serie bellissima con la sigla composta da trilli, cri cri ecc. di vari animali, dove la parte narrativa fuori campo era rappresentata dalle domande curiose di un bimbo e dalle spiegazioni del papà, e la musica di sottofondo, se non mi sbaglio con un’altra serie, era la Gnossienne n. 3 di SATIE!, di ERIK SATIE! Poi si lamentano se uno viene su bene.
La scelta documentaria era grosso modo coatta, perché la tele dei ragazzi cominciava alle 5 del pom., finiva dopo un’ora e i cartoni animati si vedevano solo la domenica mattina (“Mister Magoo”) o, con un po’ di culo, incappando in qualche cartoon slavo o ceco (koniec = the end) in bianco e nero veramente tetrerrimo (ad es. “Inspektor Maska”) tra i quali il più allegro era forse il bieco Gustavo (ricordate il motivetto? laa – sol mi re – mi re mi sol – mi sol la): però, insomma, faziosamente parlando, credo sia stato grazie anche a questo fortuito/nato baccggroundd che poi a me e comunque a parecchi della mia generazione i cartoni giapponesi avrebbero fatto cagare, e a nessuno sarebbe passato per la mente di trascorrere una domenica in un centro commerciale piuttosto che una zingarata in campagna in bici o motorino a costo quasi zero se non, all’occasione, quello di uno, due, tre e così via bicchieri di vino in una bella osteriazza giocando a tre e trentuno e sparando stronzate, magari senza rizgos de acabar el dia con una bella confisca della vuatùr come oggidì può accadere (a meno che non si sparigli: io guido la tua, Lele la mia, tu quella di Lele. Le donne con chi montano?).
Per esempio, sarà per quella cultura borderline (un po’ techno, un po’ rustica, Pazienza e Bilal, l’Omino Bufo, Guccini, i Genesis e i D.A.F., Drakkar, Libro Cuore e Porci con le ali, il Male, Pioneer o Thorens, Space Invaders, boy scouts e assemblee di istituto, il Parco Robinson, Jack London e J.O. Curwood, il Risiko) propria di noi figli degli anni ’60, o per l’abitudine di recepire ciò che mi circondava senza la mediazione di uno schermo (che avrebbe fatto prepotentemente irruzione nelle abitudini mie come dei miei coetanei solo in anni ampiamente successivi), che ho notato, tra gli altri, il cambiamento cromatico e nel bilanciamento dei bianchi del film della mia vita, dagli anni sessanta a oggi?
Se guardate una fotografia estiva di spiaggia, o uno spezzone di video, degli anni ’60 – ’70, vedrete immagini quasi sovraesposte tanta era la luce, ma calda e dorata e avvolgente così come erano dorate la sabbia e l’abbronzatura delle tedesche: non si tratta di un appassimento della stampa o della pellicola, ma era realmente così e ne ho il preciso ricordo.
Se fate attenzione, in una giornata di sole di adesso la luce non ha altre gradazioni oltre al bianco; al tempo stesso il cielo è sempre leggermente caliginoso lungo l’orizzonte; il sole è diverso, il caldo è diverso: non la carezza del tepore sulla pelle o l’estenuante e grave coperta dell’afa, ma la percussione di una vampa feroce e implacabile.
Anyway: tornando di frasca in palo, armato di quella mia soggettiva sensibilità nei primi anni ’90 avevo effettivamente scritto di temi ambientali, un raccontone (uh! oh! ah! Ma che bello! Ma che sorpresa!) e vari raccontini, nonché un tot di lettere da vecchio bilioso a Direttori di vari quotidiani regolarmente non pubblicate, sfruttando un effetto-Ballard che forse mi apparteneva innatamente o forse avevo inconsapevolmente maturato dagli innumerevoli Urania letti nell’adolescenza, normalmente acquistati in qualche remainder’s back, con le pagine vessate da orecchie d’asino e ingrommate di patacche (reliquati della negligenza dei lettori che mi avevano preceduto: una ditata di panino alla mortadella, uno schizzo di sugo; si potevano con sicurezza, dato il genere letterario e la tipologia degli appassionati, escludere liquidi organici).
Come per il mio diletto J.G., la tecnica consisteva nel proiettare la realtà presente in un futuro più o meno prossimo e a condizioni determinate dalla mia ermeneutica: personale, quindi certo opinabile (scusate: ma la figata dello scrivere fantastico risiede non nel dover garantire la verità scientifica dello sviluppo storico dei dati a disposizione, quanto nel far obbedire il sistema narrato a proprie regole interne), tuttavia al tempo stesso il più possibile nutrita e sostenuta dall’assimilazione vorace e onnivora di qualsiasi informazione, veicolata da qualsiasi mezzo (ivi compresa la mera osservazione del quotidiano), prontamente metabolizzata e combinata in ⁿ varianti.
Dunque, una interpretazione del divenire per quanto possibile – secondo un criterio probabilistico – corretta.
A un certo punto, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, ho avuto la netta e brutta percezione che la velocità di crociera del presente – per il che, al di là di considerazioni filosofiche sul concetto di tempo, extensio animi (cfr. Sant’Agostino) e via discorrendo, si intenda la successione di avvenimenti nella quale siamo quotidianamente immersi, il nostro vissuto – avesse subito una violenta accelerazione.
La sensazione mi derivava dal fatto che (1) a cadenza sempre più ravvicinata come nel paradosso di Achille e la tartaruga (o della freccia e il bersaglio), giungevano (2) notizie di scenari che si avvicinavano a quelli da me preconizzati o comunque via via collimavano con un tipo di avvenire fosco piuttosto comune in fantascienza.
Beccatevi qualche flash dei più eclatanti, in scala macroscopica, su ambiente, politica, economia.
Ambiente:
1 – Si rende nota l’esistenza di un sesto continente (c.d. “Pacific Trash Vortex”) che galleggia in mezzo all’Oceano Pacifico, formato dai rifiuti di plastica finiti in mare dagli anni ’50 ad oggi e colà radunati grazie al gioco delle correnti, per un’estensione pari (se non vado errando) al doppio degli Stati Uniti.
‘Sta monnezza, per uno spessore di 30 metri, galleggia a pelo d’acqua ostacolando il passaggio della luce solare e l’osmosi superficiale, rilascia polimeri velenosi, si sbriciola venendo mangiata dai pesci e incastrandosi nelle loro vie respiratorie: insomma fa il possibile per annientare l’ecosistema marino in un’area che copre buona parte dell’Oceano Pacifico (!!!); deinde, provoca qualche incidente ai vari navigatori solitari e, ripetutamente, viene spiaggiata alle Hawaii ricoprendone i lidi, per il che si è scoperto l’altarino.
Bene: nessuno ha fatto una piega a qualsiasi livello istituzionale mondiale e il notizione, dopo un paio di passaggi su stampa e tele, è stato collocato nel dimenticatoio onde sgomberare il campo per le varie scoregge verbali de’ politicanti nostrani o le chiacchiere pelose aborto sì/aborto no manco fossimo ancora nel ‘300, e basta che mi viene una gran tristezza.
Ma santalamadonna, è mai possibile che l’ONU o la UE o il cazzo che ti ammazza di una qualche organizzazione sovranazionale non si sia presa la briga di gettare l’argomento sul tavolo e dire: scusate tanto, c’è un po’ di rusco da ramazzare via, mettiamo due pescherecci a cranio e ci spartiamo il raccolto da smaltire?
2 – La news fa il paio con quella, accertata da una ricerca americana (quindi aprioristicamente attendibile), secondo la quale ci siamo mangiati il 90% (!!!!!) dei grandi predatori marini, mica pugnette: specie pensando che, per grandi predatori, non si parla di orche ma di qualsiasi pesce più lungo di 40 cm. che ne divora altri, e cioè di tonni e tonnetti, merluzzi, salmoni e via cucinando, praticamente ci rientrano tutti.
Aggiungiamo che quattro/cinque anni fa La Stampa titolava “tra dieci anni non ci saranno più sardine nel Tirreno” e in questi giorni Repubblica rilanciava “acciughe prossime all’estinzione”: lo credo bene, dato che per decenni abbiamo pescato milioni di tonnellate di povere sardine più di quante ne mangiassimo noi per macinarle e farne mangimi animali e persino economici fertilizzanti (me lo avevano detto da bambino e se, come me quella volta, restate basiti, cfr. http://www.cedifop.it/biologia/Engraulidi.htm).
Al tempo stesso, mandati definitivamente affanculo i pallosi Cousteau, trasmissioni televisive come Pianeta Mare, Vita di Mare o altre ci propinano una istruttiva visione ittica dal taglio puramente alimentare e buongustaio: la ricetta del pulpetiello del celebre cuoco di Ischchia, il potere nutritivo dell’orata, il prezzo delle ultime triglie dell’Adriatico al mercato di Fano: mangiate più pesce, che è ricco di Omega 3 e fa un gran bene!
3 – Sulla terraferma le cose non vanno meglio: proviamo a pensare allo scioglimento dei ghiacciai; al venir meno dell’acqua potabile e non; alla distruzione della biodiversità animale e vegetale; alla distruzione delle foreste pluviali per la produzione di legname (vi siete mai chiesti che relazione intercorre tra il fallimento dell’artigiano di Cantù che faceva quei begli armadi di noce nazionale e la comparsa di mobili di teak indonesiano a prezzi stracciati in ogni mercatone che si rispetti?), la coltivazione di colza per olio combustibile, la realizzazione di strade e insediamenti umani, la ricerca e lo sfruttamento di filoni di minerale e di giacimenti di gas e petrolio; alla legittimazione di qualsiasi cazzo di megaprogetto che stravolge l’ambiente in nome del progresso, in facto funzionale a beneficare le tasche della cricca più o meno in doppiopetto che lo impone e con sempiterno danno per tutto il resto della collettività sul cui groppone va a gravare (i discorsi ipocriti sulla necessità delle megaopere per sconfiggere la fame e la povertà e bla bla, e del motore edile come traino dell’economia, mi sanno tanto di stronzata): dalla diga delle Tre Gole ai supergrattacieli alti un chilometro costruiti a fianco delle suburre o, per rimanere in piazzetta Italia, al ponte sullo stretto di Messina e all’alta velocità (volete mettere, andare da Roma a Milano in due ore anziché in due ore e mezzo come adesso con l’Eurostar, però con un treno che fa i trecento e ha un raggio di curva di venti chilometri, sicchè si è dovuta creare una linea tutta nuova su percorso altrettanto nuovo, con annesso sperpero di territorio e di money per gli espropri, alè: faceva schifo l’idea di risistemare l’esistente rete in modo da ottimizzarne la resa, magari con l’aggiunta di un terzo binario “dedicato”?).
Da ultimo: quando finisce sto cazzo di petrolio, che sono trent’anni che ripetono la tiritera, non se ne può più e nel frattempo moriamo asfissiati?
Anche se andare in macchina è divenuto un piccolo lusso a causa dei rincari della benza, rileviamo – in una sorta di contraddittoria cupio dissolvi – l’aumento della cilindrata media, dei consumi e delle dimensioni delle auto, la normalità della loro frequente sostituzione e del loro uso anche per spostamenti ridicoli: imbottigliata sulle tangenziali, ovviamente a motore acceso, una umanità povera e disperata sconta nei suoi loculi argentei o neri (ora va tanto il bianco) il grottesco contrappasso con le pubblicità in cui il modello prescelto appariva solingo e temerario, incastonato in una natura incontaminata.
Altra contraddizione con il caro petrolio e l’inquinamento, quella riguardante la possibilità di far viaggiare in aereo tutti, ma proprio tutti, a prezzi infimi e con un aumento esponenziale del numero dei voli: se poi ci metti che il flyer generico medio il più delle volte ignora la posizione sul mappamondo del posto che si reca a visitare e pretende una riproduzione in loco del proprio habitat (cfr. spaghetti con la cernia in “Pulp 2”), beh, allora piove sul bagnato: al danno da inquinamento ad alta quota sommiamo quello da ignoranza esportata a livello del mare (non ditemi che sono snob).
Aspettando di essere salvati da quella buffonata nota come protocollo di Kyoto, cogliamone uno degli aspetti più assurdi: la facoltà, per le nazioni “cattive”, iperproduttrici di gas serra, di rientrare nei parametri pagando un tot di soldi a una nazione “virtuosa” che è a credito di emissioni: come dire: coabito con un poveraccio e, dopo avere mangiato e bevuto a crepapancia, cosa che lui non può permettersi, attacco a ruttare e petare fino a saturazione gassosa dei locali, mi scopo pure sua moglie (non è funzionale all’esempio, ma tant’è), poi gli allungo cinquanta euro per il disturbo; l’eventualità che il mio coinquilino non gradisca che io ammorbi la sua stessa atmosfera non è presa in considerazione.
4 – Mettiamoci, last but not least, un incremento demografico fuori controllo su una popolazione di 6/7 miliardi e abbiamo condito il tutto; l’unica speranza per una salutare denatalità che riporti il numero ad equilibrio (un paio di miliardi, max. tre) è, come dicevano al telegiornale qualche giorno fa, che a noi maschi si secchino i maroni (non era proprio così: una ricerca ha riscontrato mediamente una minor produzione di spermatozoi e con meno motilità), perché da qualsiasi parte uno si giri l’inno costante è alla chiavata a scopo riproduttivo per generare più italiani, più europei, più operai, più musulmani, più cristiani, più teste di cazzo ubicumque: riassumendo, come disse vari anni fa l’allora nostro Ministro degli Esteri Susanna Agnelli in viaggio in Cina durante un discorso ufficiale: “Povere donne cinesi, costrette a limitare le nascite, che pena mi fate.”
Ecco, appunto, mi pare giusto (oltrechè una vera finezza diplomatica).
Politica:
Gli anni trascorsi sono stati brutalmente caratterizzati dallo spadroneggiare, sullo scacchiere mondiale, di due personaggi pericolosissimi e rappresentativi del più puro distillato dei tempi: G.W. Bush da una parte e V. Putin dall’altra.
In entrambi i casi l’impressione, mai provata nel corso della mia vita, è che le regole condivise della democrazia elettiva (perlomeno, come le conoscevamo noi in occidente, URSS a parte), pur con tutte le loro imperfezioni e deviazioni, siano state a tutti gli effetti sostituite da un atto predatorio: entrambi conquistano il potere grazie alle consorterie che li sostengono, che solo ingenuamente possono definirsi lobbies e che vengono da essi abbondantemente ripagate: l’americano zigzaga tra scandaletti e scandaloni (Enron über alles) che falcidiano parecchi dei suoi sodali; il russo, molto più serafico, fa sbattere a marcire in galera gli oligarchi rivali.
Bush, dopo l’11 settembre 2001, scatena l’apparato militare USA in una fantomatica caccia al terrorista: dapprima invade l’Afghanistan perché Bin Laden e i suoi si nascondono lì (analogamente, vorrei suggerire ai nostri governanti di bombardare a tappeto Campania e Sicilia per estirparvi la cancrena mafiosa), poi inscena la colossale bufala delle armi di distruzione di massa come pretesto per dare addosso all’Iraq: nulla di nuovo sotto il sole: do you remember il finto incidente di frontiera allestito dalle SS tedesche (Naujocks) che, in uniforme polacca, attaccarono il 31.08.1939 la stazione radio di Gleiwitz dando a Hitler la giustificazione per aggredire la Polonia?
Putin procede con lo stile ben collaudato nelle riuscite tournèe DDR 1953, Ungheria 1956 e Cecoslovacchia 1968: se ne infischia di giustificazioni di sorta e – già ci aveva provato Eltsin nel 1991, questa volta, però, seri (come nella barzelletta del Führer) – nel 1999 entra direttamente con i carri armati in Cecenia; la Georgia è roba recente, ad opera del suo replicante e Quisling Medvedev.
Gli altri paesotti circostanti che c’entrano qualcosa con il petrolio si cagano addosso e pregano di essere dimenticati; hai un bel dire, come Sarkozy, che “i tempi di Yalta sono finiti”.
Nel clima di tensione instaurato da questi due veri titani del male si inserisce, vaso di coccio ad ca’ nostra, Silvio Berlusconi: che, al confronto, fa un po’ la figura del diavolicchio in scala HO, del vorrei ma non posso, della spalla – sarebbe inesatto dire comparsa – nel teatro dei cattivi della storia come già un’altra mezza figura partorita in passato dalla madrepatria.
Tuttavia, i tre soggetti hanno caratteristiche comuni e cioè – ciascuno per le sue possibilità – lo svilimento del lessico e dell’agire diplomatico e politico in favore dell’adozione di un linguaggio grossolano, spesso grammaticalmente e sintatticamente scorretto, contraddistinto da assolutismi e da enfasi militaresca (diceva bene Nanni Moretti in Palombella Rossa: “trend negativo! trend negativo! chi parla male pensa anche male”); lo spregio per le sorti della salute della Terra, incarnato da Bush (ad es.) nel rifiuto di sottostare al protocollo di Kyoto (e chi cazzo siamo noi per consumare di meno? Andatelo a dire agli abitanti del Burkina Faso, va’), da Putin nella totale ignoranza dell’esistenza del protocollo di Kyoto (come i suoi predecessori, se ne sbatte se qualche cittadino della Grande Madre Russia diventa verde per l’ennesima fuga di radiazioni), da Berlusconi (ad es.) nel confondere il protocollo di Kyoto con un foglio di quaderno di carta di riso, nella legiferazione di un condono edilizio a mandato, nella riduzione delle zone di rispetto dei parchi nazionali e, in genere, nel non tenere in minimo conto nei propri programmi la questione ambientale.
Termino rilevando, per quanto concerne l’Italietta, che la gente è oramai tanto adusa a essere inculata mentalmente e materialmente dai propri politicanti e potenti vari da reputarlo uno stato (passivo) normale: prova ne sia la completa mancanza di effetti concreti della trimurti di libri (La casta, La scomparsa dei fatti, Gomorra) che nel 2007 ha spopolato e che, in altre epoche, avrebbe scatenato rivolte di piazza e dato una vigorosa spallata al più coriaceo dei regimi disonesti: è stata assorbita dal regime stesso e dai conniventi cittadini come un effimero successo letterario, digerita e defecata senza conseguenze né apparenti ricordi.
Economia:
L’ultima decina d’anni ha segnato l’affermazione incondizionata delle teorie di “libero mercato/liberismo economico” nei programmi di qualsiasi credo politico: a parte, forse, gli ultimi aborigeni e indios, Cuba, e staterelli autarchici minori governati da tiranni pazzoidi, destra e sinistra di tutti gli angoli dell’orbe terracqueo si sono appiattite sulla medesima posizione: molto rozzamente parlando, consistente nella convinzione che, in un sistema economico lasciato il più possibile libero di autoregolamentarsi, i consumatori/utilizzatori di beni e servizi premino gli imprenditori (definirò così in genere gli offerenti di beni e/o servizi, siano essi idraulici, liberi professionisti o altro) risultati più bravi in un regime di concorrenza paritaria, cosicchè alla fine il sistema trovi da solo il punto di equilibrio tra massimo profitto degli imprenditori e massima convenienza per i consumatori.
A me, come al mai abbastanza ricordato Ugo Fantozzi nell’episodio della Corazzata Potyomkin, questa storia sembra una stronzata pazzesca, posto: che per rispondere in modo flessibile e risparmioso alle sollecitazioni della domanda, l’imprenditore chiede il massimo svincolo da responsabilità nei confronti (ad es.) della manovalanza e dell’ambiente; che il porre la soddisfazione dei desiderata del consumatore (collettivamente e impersonalmente paragonabile a un bambino di otto anni viziato, egoista, volubile, scemo e pure stronzo) alla base di scelte esiziali per la salute del pianeta non mi pare una buona idea; che, almeno in Italia, i bugs del sistema (tangenti, bustarelle, intrallazzo, biscotto, pastetta, inciucio, raccomandazione, e chi più ne ha più ne metta) fanno sì che non sempre l’imprenditore che emerge sia quello più bravo; e che, insomma, questo tipo di sistema sia quanto di più vicino all’homo homini lupus.
Se io ho una conceria in Italia, devo installare depuratori da tutte le parti e tenere in regola i dipendenti: rischio perciò di andare fuori mercato perché il mio prodotto finale costa mille volte di più di quello del vicino Biekistan, dove i fanghi della concia delle pelli alimentano una stazione termale (vedi spot “Skrogh swonzje palakka!” = “Sarà buono l’alito di Vostra moglie!”) e i dipendenti percepiscono una “indennità di frusta” di 10 Wrogh lordi l’ora (1 Wgh = 0,0000000000,99 €; nota: il contratto di lavoro “Agrangha bulje”, che è l’unico per tutti, prevede una condizione normale di “licenziamento a tempo indeterminato” nell’arco della quale si inseriscono, a sorpresa, ore di lavoro coatto): delocalizzo dunque la mia attività in Biekistan divenendo competitivo.
L’esempio non lo cancello, anche se mi sono accorto che sto decisamente virando sul delirante e che, a posteriori (non era questa l’intenzione), fa un po’ “Molvania” (cfr. http://www.molvania.com, guide Jetlag).
Però è anche vero che in Cina l’economia viaggia a rotta di collo: perché è ricca di materiale umano a perdere a costo zero e territori intonsi da devastare: ci stanno dando dentro bene, e mi aspetto solo che inizino a produrre il Soylent Verde (cfr. “2022: i sopravvissuti”): ma con i vivi.
L’aspetto della questione che negli ultimi anni balza più all’occhio (in quanto negativo) è che la considerazione delle necessità ambientali, pur visibilmente divenuta della massima urgenza, è invece totalmente negletta nelle istanze dell’economia: e in una prospettiva dicotomica – per non dire schizoide – i santoni che lamentano (ad es.) la mancata crescita di una nazione trascurano di valutare che un indicatore (balordo) come il PIL descrive anche un equivalente uso del pianeta (combustibili bruciati, materie prime consumate, scorie da smaltire ecc.), omettono di spiegare che la cosiddetta crescita implica un maggiore impatto e costo ambientale e infine non si preoccupano delle inevitabili ricadute (le risorse si stanno riducendo, mentre loro fanno finta che siano sempre nuove di pacca e disponibili come agli albori dell’umanità: non è affar loro: qualcuno ci penserà).
È curioso come sull’argomento alcune delle riflessioni più fresche e corrette siano venute da un vecchiardo come Giovanni Sartori che, sempre più lucido in una sorta di senilità a rebours, da qualche tempo sforna a ripetizione articoli visionari in tema di economia, ambiente e demografia (cfr. diversi editoriali sul Corrierone, ricordo quelli 7 novembre 2007, 28 marzo, 6 maggio, 16 giugno, 15 agosto 2008): ho letto, in Internet, qualche critica al Sartori-pensiero (“uh uh uh! … si vede che non è un economista … la variabile di Bamberg incrociata con la curva di Schwartz dimostra che non succede niente anche se siamo dieci miliardi che mangiano solo gamberetti e girano tutti in Porsche Cayenne! … ah ah ah!”): ebbene, dopo ponderata riflessione, mi sento di affermare che costoro siano – con tutta la gravità e il peso di questa nobile e desueta invettiva – dei cretini, gente che, empiricamente parlando, ha dovuto studiare su un manuale come farsi le pugnette se no da sola non ci arrivava, e ciononostante non riesce ancora a trovarsi il cazzo.
Ed è curioso come le inquietanti tesi di Sartori combacino fortemente con quelle dell’ultimo, pessimistico Gadamer (“… La minaccia maggiore per il mondo, comunque, in questo momento è un’altra: quella della catastrofe ecologica. Qui davvero non sappiamo che fare. Sarebbe necessaria una cooperazione internazionale che non si dà a causa degli egoismi nazionali e industriali, e che l’attuale crisi petrolifera allontana ulteriormente. Ho molti amici scienziati, e tutti dicono che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno. Anzi, economicamente questa soglia forse è stata già varcata…”; “La Repubblica” — 06 settembre 1990, pag. 32).
Uffa!
Per riprendere il filo al termine di questo excursus, dirò che mi sentivo, e mi sento, come se il mio presente abbia raggiunto quegli scenari futuri che avevo immaginato; e di non avere più gli strumenti per calcolare le coordinate di altri, avendo, tutto il bagaglio di informazioni/nozioni/esperienze da me accumulato, troppo in fretta esaurito il suo compito.
Ciò è orrido, poichè equivale a dichiarare, se non la propria morte, certo la propria vecchiaia fisica ancor prima che narrativa: il che, per uno di quaranta e spicci, non è proprio il massimo.
Oltretutto, diversamente dal famoso paradosso di Zenone, nel quale lo spazio/tempo è suscettibile di essere infinitamente frazionato per cui Achille non avrebbe mai raggiunto la tartaruga, sappiamo bene che nella nostra realtà fisicamente finita il progressivo abbreviarsi degli intervalli tende a zero, e cioè al punto in cui la tartaruga viene acchiappata o la freccia (altra celebre aporia) centra il bersaglio: così la accresciuta frequenza della successione di eventi “notevoli” mi fa pensare che si sia in procinto di raggiungere un traguardo: crea l’immagine di una compressione a fisarmonica del presente contro un muro (oltre il quale non riesco a vedere ulteriori sviluppi), di una puntina che, alla fine di un LP (disco di vinile) posato su un piatto senza pick up automatico, giri all’infinito nell’ultimo solco.
…………………………..|…………….|……..|….|..|.| ?
Estremizzando ancora la mia fantasiosa ipotesi, quello che non capisco è se il muro contro il quale il presente si schiaccia e oltre il quale non riesco a vedere rappresenti la c.d. “fine del mondo” (ma vurìa mai che questo scritto sia etichettato come l’equivalente allegorico del tizio che gira appeso a un cartello berciando slogan catastrofisti), oppure un eterno loop del presente (der ewige loop des Gleiches? il povero Nietzsche si rivolterà nella tomba) in assenza di qualsivoglia ulteriore progresso umano; oppure ancora se la mia cecità non sia da attribuire alla inadeguatezza delle mie attrezzature.
Non so se, adesso che sono stato travolto dalla progressione del tempo, riuscirò ancora a scrivere di mega temi ambientali in chiave fantascientifica per la sensibilizzazione della gente, per la salvezza del mondo; non so se tutto questo abbia ancora un senso (e difatti, altro sintomo, notate la pressochè totale scomparsa di questo genere narrativo) e una voce, nel tambureggiare di eventi tanto catastrofici quanto sconsolatamente uguali a sé stessi e nell’inscalfibile mefreghismo di una collettività mitridatizzata al peggio.
Era tutto uno scherzo. No, non è vero.