La critica della notte rosa (Kant).

È che a me questo posto piaceva, d’estate – l’inverno è sempre uguale a sé stesso, grigio uniforme di nuvole.

In spiaggia c’erano le altalene a pochi metri dalla riva. Piattaforme più al largo dove prendere il sole o fare i tuffi. Sulla battigia un tappeto di gusci di vongole, telline, lumachine; se eri fortunato, potevi trovare una stella marina o un cavalluccio. Ogni tanto arrivavano le alghe, verde insalata, si avvolgevano alle caviglie e ti rifiutavi di fare il bagno. La sabbia era dorata, frutto del paziente lavorio della risacca sulle conchiglie.

Le tedesche erano dorate, con l’abbronzatura color patatina, la curva morbida della vita e delle anche e un fascino dolce assoluto.

I turisti credo apprezzassero la veste un po’ alla buona e a buon mercato di una cittadina fondamentalmente marinara, genuina e pacioccona.

Di sera si accendevano le luci dei localini e dei negozietti, avrei voluto visitarli tutti. Localini naif, con nomi naif, reti, fiaschi di vino e aragoste di plastica alle pareti. Potevi mangiare qualcosa al Merendero di Riccione, o a Rimini all’Arizona. Al Caffè Sombrero cabaret ogni sera animato da un mio lontano parente. Un baracchino dipinto di blu con tavoli e panche all’aperto serviva spiedini sotto al faro. Mio padre torna da una pescata col suo battanino, in mano un secchio pieno di tentacoli e pesci strani. Cutter a vela spiaggiavano e portavano al largo i bagnanti: maestose e uniche, l’Asso di Cuori e la Glentor arrivavano fino alla mitica Isola delle Rose, di cui un capannetto sul piazzale del porto vendeva la riproduzione in ferro assieme a altri souvenir, composizioni di conchigliette incollate su carta: che tenerezza.

Dopo le ristrettezze degli anni settanta anche gli italiani iniziano a passarsela meglio e, nel decennio successivo, la città esplode.

Code interminabili di auto sul lungomare, a passo d’uomo da Riccione a Rimini. Passiamo in motorino sui marciapiedi.

La musica è cambiata, in tutti i sensi: chiudono una dopo l’altra antiche balere, il Las Vegas, l’Oriental Club. E i cinema all’aperto. I localini si modernizzano e si omologano perdendo una rustica tipicità. Il pesce è surgelato.

Il seduttore estivo, ignorante e a suo modo romantico, diviene ignorante e pretenzioso, talora violento – la cronaca rosa si fa più nera. Le straniere sono trattate come selvaggina da vitelloni inzanziti. La conquista non è più neanche consumata: è sufficiente la semplice penetrazione per far numero. Sai che goduria. Avete più visto una tedesca, una inglese (merce di minor pregio), una svedese?

Il soldo del turista, però, affluisce copioso e un po’ dà alla testa; i cittadini diventano insofferenti alla invasione estiva, vogliono scrollarsela di dosso, cedono le attività, non fanno più la stagione; noi annusiamo l’aria e cantiamo Fermate Giuseppe.

Alla fine degli anni ’80 l’eroina è al tramonto ma prendono piede il fenomeno house music e le droghine da disco. Estati da sballo. Piazzale Roma a Riccione è una grande fumeria, dopo i cilum rituali si dorme in sacco a pelo. Ci si schianta in macchina al ritorno dal Pascià, dal Peter Pan, dal Lex Club già 99, attraversando la statale alla cieca sperando nel radar dell’estasi. È un turismo confliggente; le famigliole brontolano e cominciano a disertare.

Nell’agosto 1989 la mia tavola a vela fende la schiuma di un cappuccino. La mucillagine è solo una bizza della natura o un segno, una ammonizione divina?

Fatto sta che, da allora, le presenze estive declinano malinconicamente, stagione dopo stagione. Sfrattato il turismo familiare da quello della notte si debella anche questo, immorale e poco propenso a spendere. E il mare non invoglia alle abluzioni.

Ma l’economia deve comunque girare: da un lato piccole industrie crescono e dall’altro, liberamente interpretando il motto “se l’edilizia si ferma si ferma tutto”, si costruisce. Ovunque, in ogni lotto e fazzoletto di terra. È l’estrema deriva del verbo riminesizzare. Chi può investe i denari accumulati negli anni ’70 e ’80. Il volano dell’edilizia dà da mangiare a molti, a imprese e impresine, che saranno spazzate via dal crack degli ultimi anni; a tecnici, artigiani e fornitori; alla macchina giudiziaria impegnata nelle cause per vizi nei lavori. Dicesi, adesso, edilizia contrattata (ti permetto di costruire se tu ne destinerai una parte a uso pubblico). L’artefice del Piano Regolatore si dissocia dalla piega che ha preso la sua creatura. La gestione del territorio è un potente strumento di controllo e consenso a disposizione di una amministrazione. Per tacito patto sociale è una eredità che non va dilapidata ma tramandata: nella fattispecie, in circa un ventennio si giunge alla spendita totale del territorio e al compimento del sacco della città.

Al contempo le infrastrutture stradali non sostengono più il traffico di migliaia di culi di piombo temprati dai sedili delle auto per spostamenti di poche centinaia di metri, essendo l’uso del mezzo pubblico o della bicicletta considerato un malvezzo.

Sicchè si progetta e si approva la metropolitana di costa, invero un autobussone che corre parallelo alla ferrovia: un’opera che avrebbe ben figurato negli anni ’60 e con un impatto ambientale e finanziario pesantissimo: ma la macchina amministrativa, dopo una lenta messa in moto, procede inesorabile e nessuno avrà più il coraggio di staccare la spina. Neanche per tentare di stornare parte del denaro stanziato – una volta pagate le gravi penali del caso – per sistemare il vetusto impianto fognario, fonte di merda in mare, ludibrio, discredito: altra mazzata.

È una città che si è giocata, via via, tutti i propri assi. Campa ancora, però, soprattutto dei soldini freschi del turismo. Deve rendersi appetibile come può, mostrando quel che resta di buono del suo corpo malandato.

Arriviamo così alle notti rosa, alle molo parade. Beato chi critica: significa che non avrà problemi di reddito in autunno.

Dal cielo, in pieno centro, scendono le grida laceranti e funerarie dei gabbiani a scombussolarmi l’anima.

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Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

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Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Masterstronz.

Il concorrente è visibilmente affannato, rosso in volto. Ha un grembiule bruttato di sangue. Il sangue è anche sugli avambracci, sulle mani, e allarga la macchia di un fazzoletto che strozza un profondo taglio tra il pollice e l’indice.

“Allora, sentiamo cosa ci hai preparato. Come si chiama il tuo piatto?” domanda pacato uno dei tre giudici, uno con la barbaccia.

“Pane e salame.”

“Pane e salame? Tu pretendi che noi stiamo qui a mangiare pane e salame? Per chi ci hai preso?” sbotta, gelido, quello con la barbetta.

“Sì Chef. Scusi Chef. Ma al capocantiere è piaciuto moltissimo. Anche alla donna delle pulizie.”

“Al capocantiere? Al capocantiere?” Quello con gli occhialetti è incredulo. “Noi valutiamo piatti di alta cucina. Per gente importante. Tu vuoi farci perdere tempo e rubarlo ad altri più in gamba e motivati di te. Vergognati.” Strabuzza gli occhi, gli trema la voce.

“Che lavoro fai?” sussurra barbaccia scandagliando il concorrente con occhiate di disgusto.

“Il plastichino. Ma ho sempre cucinato fin da quando ero piccolo, era la mia passione, avrei voluto fare il cuoco invece del plastichino… a sei anni invitavo i miei compagni delle elementari a merenda preparandogli il Saint Honorè”.

Barbaccia ha un moto di riso trattenuto: “Il plastiche? Che coglione. E sei anche uno sbruffone. Altro che Saint Honorè. Vaffanculo tu, il pane e il salame.”

“Scusi ancora Chef. Mi dispiace Chef. Sono mortificato. Ma il salame l’ho fatto io. E anche il pane.”

“Ah, l’hai fatto tu. In un’ora. E dove avresti comprato la carne? E quale taglio avresti scelto, sentiamo?” chiede barbaccia, pignolo.

“No Chef. Ho ucciso il maiale. Un’ora fa. Ho macinato le parti più prelibate, filetto e controfiletto anzitutto. Stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare.”

“Tu ci prendi per il culo. Per la stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare basta mezz’ora. E nel resto del tempo cosa hai combinato oltre a farti le seghe?” sibila barbetta. “Tu forse dimentichi che quello al quale ti sei rivolto prima ha appena vinto il Gran Mestolone con il suo barracuda brasato in etere al profumo di pappataci e scorza di betulla.”

“No Chef. Scusi. Ho perso un quarto d’ora perché il maiale non voleva farsi macellare. Mi ha aiutato un cameraman. Mi ha anche dato cinque punti alla mano perché mentre sgozzavo il maiale mi ero ferito.”

“Il cameraman. Il sangue. E di che razza era il maiale?” interroga quello con gli occhialetti.

“Bionda di Velletri. Pochi grassi. Allevata a mele della val Venosta, mais, frutti di bosco, erba dei Prati di Tivo. L’esemplare è stato sottoposto a massaggi shiatzu ogni mattina e sera”.

“Mhhhh… saprai che la Bionda di Velletri va scannata con un coltello d’avorio. Tu che coltello hai usato?” indaga barbaccia.

“Quello del cameraman. Era un Opinel calibro 12. Il coltello d’avorio si è … rotto mentre inseguivo il maiale” scoppia in singhiozzi il concorrente. “Ma il salame è buono! È buono! Lo dice anche il capocantiere! È l’occasione della mia vita! Vi prego, assaggiatelo!” È un ometto grassoccio, suda moltissimo. Si strofina la faccia con le mani spalmandosela di sangue.

Barbetta è inflessibile. “Mi sa che non ci siamo. Anche la scelta dei tagli. La Bionda di Velletri è eccessivamente magra per usare solo il filetto e il controfiletto. Occorreva aggiungere il musetto, il grasso dei piedini disossati.”

“Però ha fatto il pane. E su, dimmi, il pane. Ha un profumo gradevole. Mi ricorda quello della Gina. Aaah, la Gina.” Occhialetti ha un trasalimento, il volto gli si distende, le palpebre socchiuse.

“Ho macinato il grano nella mola ad acqua. Grano Gran Visconte Straboni. Impastato con i gomiti insieme ad acqua delle cascate del Fiumelatte, lievito ozonizzato, sale delle isole Andamane, olio di olive Petullà” sorride, ora. “È buonissimo, Chef, lo dice anche il capo …”.

“Fa schifo.” Barbaccia interviene secco, spietato. “Lo sapevo che avevi adoperato l’oliva Petullà. Tutti uguali. Pensate di far colpo. Sento l’odore fin qui. Il fondo aromatico della Petullà guasta il pane. Ci vuole maggiore acidità. Per questo era più indicato, quantomeno, l’olio Pignatelli.”

“Oppure lo strutto di Carbonia” interloquisce occhialetti. “E poi non sono pienamente d’accordo sul sale delle Andamane. Troppo poco salato. L’abbinamento pane e salame in questo modo risulta stucchevole. La Gina, la Gina… aaah.” Rovescia indietro la testa, in pieno deliquio.

“Tu non vorrai che noi assaggiamo questa merda, vero?” gli fa eco barbetta lapidario. “Perché questa è una merda. E tu sei uno stronzo. Tu e il capocantiere. Per me è no.”

Il concorrente ciondola, farfuglia frasi inudibili.

Prende la parola barbaccia. Scandisce una sentenza. “Signor plasticoso, mi dispiace. Togliti il grembiule. Ti sei impegnato per le tue possibilità, invero limitate. Torna pure al tuo cantiere. E adesso stop.”

Si spengono i riflettori, le telecamere.

Barbaccia continua, solenne, nel silenzio.

“Noi proponiamo cibi immaginari. Cuciniamo pesci che non esistono più, verdure incontaminate, animali estinti. Il nostro scopo è nutrire fantasie, non corpi, riempire desideri, non stomaci. Pochi portafogli possono pagare i nostri menu ma tutti possono sognare di assaggiarli. È l’unione perfetta del panem con i circenses.” Arriccia le labbra in un ghigno benevolo. “Per questo il tuo piatto non andava bene. Non è suggestivo, non evoca, non irretisce. Anche se in un prossimo futuro … chissà.”

I giudici a latere assentono.

“Portatelo via.”

Il concorrente, inebetito e sottomesso, venne fatto sfilare da una quinta laterale. E di lui, classicamente, non si seppe più nulla.

Il perchè della Grecia.

La gran parte della gente non si potrà spiegare le ragioni per cui i politici greci, che tra le loro fila annoverano campioni del calibro di Alexis Tsipras che nulla ha da invidiare a gente come Matteo Salvini, siano dediti a ignobili levantini traccheggiamenti per la conservazione e la spartizione del proprio potere più che al tentativo di rispettare le indicazioni della UE che tanti bei soldoni ha sganciato.

Neppure io ne so dare una spiegazione logica, o politica; posso solo dire che in Grecia andai svariati anni or sono, in motocicletta, rimanendo amareggiato per motivi essenzialmente legati alla trasandatezza ambientale (loro) e alla incompatibilità gastronomica (mia).

Ricordo una economica dieta iniziale a base di pita gyros, o pita suvlaki, ossia piadina imbevuta nell’olio e abbrustolita ripiena di carne speziata e pepata, talora anche patatine, condita con salsine all’aglio e cetriolo.

Il sentore di spezie mi rimaneva in bocca e addosso perseguitandomi per tutta la giornata, associato ai rigurgiti della salsa indigeribile che cercavo di ricacciare al suo posto con lente bevute di caffè frappè (frullato di nescafè – o caffè greco che lasciava la polverina tra le gengive – e ghiaccio).

Nonostante si vivesse in un mare di isole il pesce in tavola era raro e costoso, a riprova di una secolare e terragna tradizione di pastorizia e piatti a base di anziane pecore, oppure perché alcuni lo pescavano con esplosivi come mi aveva confidato il giovane proprietario di un campeggio: era, questi, un simpaticone che al mio sfoggio di greco antico aveva risposto “veni, vidi, vici” e aveva ribattezzato ridacchiando la mia moto “buzuki”, come la danza, lo strumento musicale e, per analogia a quest’ultimo, qualcosa tipo “pompino”; e che, allorquando gli avevo detto che forse l’impianto di dissalazione non funzionava bene data la totale assenza di schiuma durante lo sciampo, mi aveva guardato come un pazzo chiedendomi “quale impianto di dissalazione?” (poiché l’acqua dei servizi proveniva proprio dal vicino mare, dove allegramente scaricavano).

Tornando al pesce, erano stati alla portata delle nostre tasche un fritto di psarias, i pesciolini che sguazzavano nelle acque basse del porticciolo di Naussa, e uno squisito sarago da me personalmente scelto nella vetrina di un minuscolo ristorantino alle falde della città vecchia di Santorini.

Spesso ordinavo taramasalata, che a differenza dello spumino roseo della taramà francese della quale ero ingordo era appesantita da un eccesso di patate e aveva la consistenza e il colore della malta da costruzioni.

Ero rimasto stupefatto dalla collocazione, alle porte del capoluogo di Ios (Chora, tanto per cambiare), della centrale termoelettrica alimentata, credo, a gasolio che fumava e rumoreggiava notte e dì: non abbastanza da coprire lo schiamazzo delle orde di sedicenni nordeuropei ubriachissimi e vomitanti, tirati a viva forza nei pub dai buttadentro con la promessa di uno shot e una birra a poche dracme.

Dall’altra parte dell’isola, irraggiungibili se non in moto per una stradina sterrata, v’erano una spiaggia selvatica, una baia rettangolare e azzurra, una casina abitata da due vecchietti intenti a preparare dolmades.

In compenso, a Paros avevo dovuto subire la visita alla valle delle farfalle, località Kolympithres, ulteriore orrore ecologico; sebbene all’ingresso campeggiassero cartelli che proibivano tassativamente di scattare fotografie, i numerosi turisti avvicinavano ben bene il flash ai poveri insetti, che giacevano ovunque selvaggiamente calpestati.

Sopravvissuto al minuscolo ferry pericolante che mi portava a Naxos in un mare in burrasca (e che sarebbe affondato l’anno dopo), ai litri di mojito inutilmente trangugiati in una locanda gestita da una splendida mora, al bagnetto in una cala chiazzata da macchie oleose, mi ero dato, infine, a cibarmi di moskari (o moschari) stifado, che avevo scoperto meno speziato di altre pietanze e più gradito al mio stomaco degli abbinamenti feta/peperone o feta/cetriolo che mi tornavano su di buon mattino.

All’attracco del traghetto del rientro mi fiondai fuori dal portellone con un accenno di impennata e una gran voglia di panino prosciutto – mozzarella – pomodoro e di una bella vacanza in Italia o Spagna.

Che dire perciò del collasso della Grecia?

Da ciò che avevo avvertito allora e mi è rimasto dentro, e in via del tutto emozionale, qualcosa circa la mancanza di un sentimento del bene comune e della sua cura: chissa, forse determinata dal consumo eccessivo di cibi speziati e indigesti produttivo di perenne incazzatura col mondo.

Nulla, comunque, di irrimediabile; ad esempio, mediante lo scambio integrale degli abitanti con quelli della Finlandia (che peraltro propone un politicante di rango quale Timo Soini) e l’introduzione coatta della cucina italiana.

Train, in vane.*

Ci sono gli uomini del fare e quelli del non fare. Io appartengo alla seconda categoria.

Gli Uomini Del Fare hanno la capacità, l’attitudine, la caratteristica di tradurre immediatamente in atto i loro pensieri; chiamasi volontà, piglio decisionale, sano pragmatismo: ad esempio: mi scappa da cagare = cago (Freud ha tratto felici deduzioni sul superamento della fase anale), voglio divorziare = sgancio per te e i mocciosi, scopro di desiderare di essere femmina = mi strappo l’uccello a mani nude, il posto migliore dove far passare la TAV è la Val Susa = sono cazzi vostri.

L’Uomo Del Fare non perde tempo. Organizza le proprie giornate secondo piani quinquennali. Si divide tra un lavoro massacrante, apicale e ben remunerato (con mansioni di top job area consulting manager, hardly workerfucker, senior frequent sneaker), sport molto sportivi ed estremi (parapendio senza paracadute, sci alpinismo a piedi nudi, diving nella Fossa delle Marianne, trekking nel deserto del Queensland nutrendosi solo di carogne di aborigeni, offshore – inteso come creazione di società matrioska all’estero, ciascuno indossando l’appropriato e costosissimo cronografo), sbattimento della dolce metà.

L’Uomo Del Fare rientra al focolare domestico con il proprio pesante fardello. Niente di meglio, per scaricarlo, che impastare un po’ le tette e fottere la donna del fare.

[Excursus: la donna è, per propria intima natura, “del fare”. A una storia d’amore di qualità elevatissima e irripetibile per sentimento e passione preferisce il “fare”, solido, tangibile, affidabile. Se così non fosse, sarebbe una cattiva donna, una cattiva madre, e non vi pianterebbe su due piedi per un Uomo Del Fare. D’altronde un cazzo, comunque lo giri, è un cazzo. Quod non est in actis non est in mundo: perché sprecare insulse paroline d’amore quando è molto più semplice comunicarlo con un anellone o un resort per due alle Andamane? La routine quotidiana la manda in sollucchero, sfrigola come il gateau appena infornato per cena. Accetta di buon grado di fungere con regolare cadenza da strumento svuotapalle dell’Uomo Del Fare. Sa che un siffatto individuo, maschio alfa alfa superdominante, è garanzia di pagnotta, proprietà immobiliari, assegni di mantenimento per lei e la futura prole. Come tutte, cercherà di cambiare l’Uomo Del Fare in qualcos’altro. Poi si farà scopare dall’antennista.]

Insomma, l’Uomo Del Fare potrebbe anche essere in fondo in fondo un gran bravo ragazzo, a parte un grave difetto: oltre a decidere per sé decide anche per gli altri.

In tutto ciò ha buon gioco, dal momento che la sua capacità lo pone in contatto con altri Uomini Del Fare insieme ai quali giunge a manovrare le leve di controllo economiche e politiche. Se si potessero contaminare le risolute, e spesso grossolane, decisioni degli Uomini Del Fare con i filosofemi degli uomini del non fare, il mondo sarebbe di gran lunga migliore.

Ma gli uomini del non fare sono di solito occupati in attività tanto più profonde quanto più marginali e vane, tipo scoprire che un pezzo di Marilyn Manson suonato a rovescio nasconde “Munastero ‘e Santa Chiara” di Peppino di Capri, oppure riflettere sull’inutilità di far passare la TAV in Val Susa; oppure trasmettere tutto il proprio amore quando fanno l’amore, e iscriversi a un corso di antennista.

* Il titolo parafrasa quello di un notissimo brano dei Clash, "Train in vein".

L’intellettuale.

Come si può star franchi che un panino imburrato cada a terra dal lato del burro, così è sicuro che l’intellettuale, prima o poi, sbrocchi.

Caso nel quale l’abuso di frotteurismo neuronale e l’ipereccitazione delle sinapsi portano l’intellettuale a passare oltre lo steccato non solo del buon senso, ma delle opinioni da lui sempre coltivate fino a farsi alfiere della fazione opposta.

Chiamatela controtendenza, controrivoluzione (nel senso: voi pensate di essere avanti? Mo’ velafacciovedereio chi è veramente avanti!) o pippo, o come volete.

Con sinistra e sconcertante scelta di tempo, dal disastro accaduto in Giappone plurimi pensatori nostrani traggono argomenti favorevoli alla costruzione di centrali nucleari: perché siamo tanti, consumiamo un casino e, insomma, è illogico impegnarsi nell’investire in energie alternative.

Giorni fa, su un foglio locale, uno (che avevo sempre assimilato alle “barbe” di Fantozzi, quelle che commentavano i film del megadirettore galattico con fonemi puri, “uamm … uamm …”) in vena di pacificazione tra schieramenti politici ammansiva la sua parte ammonendo “come vi sentireste voi se foste perseguitati, innocenti, per vent’anni, da venti processi penali?”.

E adesso che finalmente entriamo in una guerra che sa tanticchia di coloniale, con un Larussa in vena di cantare Faccetta nera in fez e orbace a ogni uscita, cosa pensate che dicano gli intellettuali, ma quelli veri?

O.K., ci siamo capiti.

Aspettiamo solo che Ferrara cominci a spezzare una lancia a favore del piddì, o che uno sufficientemente emancipato discetti del culo degli schiavetti di Marziale alla prossima retata di pedofili, o tutt’e due le cose.

Gnam.

Devo cambiare per un attimo discorso, perché il solo pensare alle imprese del Berlusca mannaro e a tutta la girandola di cazzate che i suoi pari sputano per metterci una toppa mi provoca orticaria, beri beri, sindrome di Korsakoff e altre somatizzazioni.

Però si tratta di qualcosa che comunque discende dallo spirito del ventennio berlusconiano (n.d.r.: piccole escrescenze rossastre spuntano sulle dita dei piedi e delle mani), fatto di incitazione al consumismo e al raggiungimento di pseudoobbiettivi di realizzazione personale e sociale (la macchinina fighina, il viaggetto esotichino, il lavorino patinato), a sua volta figlio – mi verrebbe da dire – di quell’edonismo reaganiano che – Roberto D’Agostino dixit – imperversò negli anni ’80.

Non so se avete notato: la saturazione dei programmi televisivi, dei giornali e delle riviste con articoli di argomento enogastronomico.

Vediamo e ascoltiamo chef professionisti o amatori all’opera; enologi e sommelier che consigliano abbinamenti; allevatori, pescatori, casari, agricoltori biologici e non, cacciatori, nutrizionisti, dietologi; e leggiamo recensioni di ristoranti stellati o ignote trattorie.

Insomma, chiunque è messo nella condizione di scegliere la migliore materia prima, preparare piatti succulenti, abboffarsi di cibi e vini con cognizione di causa; il tutto, in stridente contrasto sia con la cinghia sempre più stretta del cittadino medio, sia con il drammatico depauperamento delle risorse naturali.

Ma dove cazzo lo producono tutto ‘sto biologico in Italia se ogni anno viene meno un pezzo di terra grande come l’Alto Adige?

Per tacere della diminuzione delle scorte di grano (mica di papaya!), dell’inquinamento delle acque, delle morìe di pesci e uccelli, delle carestie africane, della fame e della sete in paesi remoti o vicini e del conseguente esodo verso luoghi più prosperi.

Quando ero piccolo, nei trasognati anni ’70, si parlava spesso e volentieri di ecologia, della Terra malata, di animalini in pericolo; c’erano libri e documentari; avevo persino un gioco che si chiamava “Ecologia”, con provette e alambicchi per misurare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria; ed eravamo iscritti al WWF e all’Ente Protezione Animali, e impedivamo ai bambini cattivi di seviziare le lucertole.

Quando ero piccolo ci insegnavano ad amare la natura.

Adesso, ci spiegano come cucinarla.