Ruzinojus.

Le recenti sentenze penali che hanno destato scalpore (Cucchi, L’Aquila e, da ultima, Eternit), al di là delle condivisibili ragioni di diritto che le hanno determinate, dimostrano l’inadeguatezza, l’inaffidabilità e la sostanziale inefficacia del sistema di diritto penale italiano nel suo complesso considerato (regole sostanziali, regole procedurali, metodi di indagine) ad affermare una responsabilità di tipo penale, a sanzionare tale responsabilità con una pena quale che essa sia, a risarcire conseguentemente alla affermazione della responsabilità le persone danneggiate dal reato.

Esemplare – da ultima – la sentenza Eternit laddove, alla stregua del capo di imputazione contestato al supponente riccastro (eppertanto in nuce antipatico: vieppiù, e fino al midollo, leggendo le sue esecrabili e vergognose dichiarazioni circa “teoria del complotto”, “processi ingiustificati in violazione dei principi del giusto processo” e aspettative che “ora lo Stato italiano lo protegga da ulteriori e che archivi tutti i procedimenti in corso”), la Cassazione non poteva che pronunciare la prescrizione: la quale, compiendosi nel caso di specie in quindi anni, e cessata la condotta dolosa nel 1985/86 con la chiusura degli stabilimenti, si sarebbe compiuta andando a spannella nel 2001 o 2002: prima della fine del giudizio di primo grado, travolgendo anche la condanna al risarcimento del danno (se matura dopo la sentenza di primo grado, il risarcimento viene confermato).

Questa eventualità credo fosse nota e arcinota a tutti quanti gli addetti ai lavori coinvolti nel processo, in primis ai miei colleghi che ora cadono dalle nuvole.

Posto che la prescrizione significa che il reato è stato accertato e la responsabilità penale affermata (il che costituisce un buon presupposto per risarcimenti epocali in sede civile) è drammaticamente vero che, nella maggior parte dei casi, i giudici penali si siano trasformati in tristi macinatori di prescrizioni, con frustrazione delle persone offese, sgomento e scompiglio nell’opinione pubblica che non capisce la differenza tra proscioglimento e assoluzione, sconcertanti dichiarazioni di imputati e colleghi che parlano di brillanti assoluzioni, e stampa nazionale, tutta quanta (non solo i vari giornali e liberi, per i quali la deformazione della realtà è prassi) salvo rare eccezioni, a fomentare incultura e casino vuoi per totale ignoranza della materia trattata, vuoi per ammiccamenti a un giornalettismo da rotocalco buono per far tirare le vendite vellicando gli aspetti più coreografici della vicenda e gli istinti più bassi della gente: vai con la telenovela, l’occhio della madre, la carrozzella, uamm uamm.

Il problema – di inefficacia del sistema penale e di irresponsabilità dei media – si è tragicamente riproposto nel diverso caso del povero Cucchi: è possibile che non venga individuato nessun colpevole della morte di un ragazzo avvenuta mentre era in custodia? Sì, è possibile, quando probabilmente le indagini sono state confuse e approssimative (e mi fermo qui) e quando la responsabilità è diffusa: e allora i giudici non possono, perché tenuti ad osservare delle regole, pronunciare una condanna penalmente sostenibile.

Dopodichè, la sentenza e le circostanze tutte soggettive e oggettive dell’accaduto sono state tirate per la giacchetta a destra e a manca: leggasi: incapacità dei giudici, giustizia malata, fotografie scioccanti eppertanto probanti, festeggiamenti a dir poco inopportuni e, da ultimo e a coronamento dell’incapacità collettiva a capirci qualcosa come in una allegoria bruegheliana, le insensate dichiarazioni di un ex ministro.

A poco vale ricordare che, nella fattispecie, esiste una responsabilità civile riconosciuta in forza della quale la famiglia ha ricevuto, mi pare, un risarcimento di un milione e passa: quello che viene fomentato è il desiderio – per vero insito nella parte più ancestrale della coscienza umana – di ottenere un colpevole a tutti i costi, da sbudellare in piazza, fare a pezzi, distribuire equamente alla folla per placarne le ansie punitive.

Diverso ancora è il caso della sentenza de L’Aquila; resta difficile il comprendere come potessero essere, dei tecnici, responsabili per non avere esattamente previsto il sisma che si sarebbe verificato di lì a poco: ma anche questo finisce nella grande insalata mediatica dove tutto si rimescola e perde di senso.

Stiamo assistendo, da un lato, agli ultimi sussulti di agonia di un sistema penale da tempo incapace di rispondere (e non mi dilungherò a spiegarne le ragioni, in parte insite in regole che potrebbero essere migliorate e in parte puramente pecuniarie) alle normali esigenze di giustizia alle quali dovrebbe essere funzionale, individuando delle responsabilità in tempi ragionevoli e giungendo, in caso affermativo, ad eseguire delle pene adeguate, il che è fondamentale per infondere certezza e quindi rassicurazione nella gente; dall’altro alla de-civilizzazione dell’occidente e del nostro Paese in particolare: e una è contrappeso dell’altra: quanto meno è garantita la certezza del diritto, tanto più si agitano (e possono essere facilmente strumentalizzati) i furori del popolo.

(Il tutto lo avevo scritto quando è stata resa nota la sentenza Eternit).

Aggiungo che, talora, accade che la punizione sia inverata dalla angosciosa pendenza del processo in sè, protratta nel tempo, e dal dissanguamento economico dell’imputato in parcelle esorbitanti: trattasi, tuttavia, di un effetto laterale non previsto dal sistema.

Troppo spesso, però, la prescrizione, pur contemplata dal sistema, è (direi da una ventina d’anni a questa parte) il modo di concludersi “normale” di un processo anche a beneficio di chi se ne è strafregato: e questo è un prodotto degenerativo dell’istituto rispetto alla sua ragion d’essere (sfumare del disvalore del reato nella memoria collettiva, disinteresse dello Stato a perseguirlo).

Il fatto è che la prescrizione, così come la conosciamo oggi, risale agli anni ’30 e per decenni ha rappresentato un evento eccezionale in un mondo dove se dicevi a uno “ti denuncio” questo si cagava addosso e non rispondeva con una pernacchia o una controquerela inventata; dove l’essere sotto processo costituiva il massimo della vergogna; dove c’era maggior senso civico; e dove, riassumendo, i processi penali erano in numero mooolto minore di adesso e si concludevano con una sentenza di condanna o assoluzione nel merito.

Sicchè, il tourbillon mediatico/populista scaturito dalla gran messe di proscioglimenti per prescrizione degli ultimi anni ha dato adito ad opposti estremismi.

C’è chi, come parecchi colleghi, afferma che no, l’istituto non può essere soppresso o modificato perchè se lo Stato non riesce a confezionare una condanna nei tempi previsti contro un imputato (così come un privato cittadino non esercita un suo diritto di rango civilistico nei confronti di un altro), allora cazzi suoi.

C’è chi, come il Presidente del Senato Piero Grasso (e il Presidente del Consiglio che cavalca l’onda emozionale), tuona per l’abolizione della prescrizione tout court.

Entrambe le posizioni sono, ovviamente, sbagliate.

La prima, perchè la prescrizione penale non può essere paragonata a quella civile: la prescrizione penale può essere interrotta solo una volta (artt. 157 e 160 c.p.) da determinati eventi e accrescersi, così, di un quarto in base alla c.d. Legge “ex Cirielli” (es: il furto si prescrive in sei anni; l’interrogatorio o la richiesta di rinvio a giudizio ne interrompono il corso; il termine finale è di 6 + 1 e sei mesi = 7 anni e mezzo dalla data del reato); mentre la prescrizione civile può essere interrotta indefinite volte e decorrere da capo (art. 2945 c.c.).

Errano, inoltre, i colleghi, perchè non tengono conto del fatto che lo Stato siamo tutti noi eppertanto, se lo Stato non riesce per mancanza di mezzi o per regole anzianotte a concludere nei termini un processo penale, se l’istituto produce effetti distorsivi rispetto alla sua ragion d’essere iniziale, se la gran parte dell’opinione pubblica manifesta di essersi rotta i maroni nel vedere i delinquenti sgavagnarsela, ciò significa che qualcosa non funziona e tocca metterci mano.

La seconda posizione è sbagliata perchè non si può pretendere che un indagato o imputato resti sotto processo per tutta la vita in balia delle meline che caratterizzano oggi un processo penale: ha diritto ad essere processato, condannato o assolto in tempi brevi senza doversi consumare in attesa della sentenza: non lo dico io ma l’art. 111 della Costituzione, che occorre rispettare.

Tirando le somme, cosa facciamo?

La soluzione irreale sarebbe quella di pompare un casino di soldi – che non ci sono – nel sistema per incrementare l’organico di uomini (giudici, funzionari eccetera) e mezzi (computer, software, ma anche banalmente stampanti, fotocopiatrici, auto) cosicchè un giudice non abbia, come ora, un carico quotidiano di cinquanta procedimenti riuscendo a definirne tre e mandando al macero gli altri.

La soluzione meno irreale sarebbe quella di aumentare un pelino i termini di prescrizione e del suo rinnovo in caso di interruzione, e di modificare le regole in tema di notificazioni e correlative nullità (spesso il processo retrocede per capziose nullità nella notifica).

La soluzione forse più reale sarebbe un mix di queste due.

Il tutto, tenendo ben presente che il processo penale non può essere, così come si vuole pretendere che sia, la panacea di tutti i mali.

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Marò.

Due eroi. Vanno liberati a ogni costo. I marò. Quei buoni a nulla del ministro degli esteri, dei vertici delle forze armate, facciano qualcosa. Dal febbraio 2012, quando due fucilieri del Battaglione San Marco imbarcati a protezione della petroliera Enrica Lexie spararono a due pescatori indiani, ad oggi, è passata molta acqua sotto le chiglie: tanto da far dimenticare l’episodio e ammantarli di un alone eroico e romantico: i marò, come congiuntamente sono appellati dalle frange più facinorose di stampa e web, i poveri marò, i nostri poveri ragazzi. Vengono così completamente obliterati nella memoria collettiva il fatto genetico e le sue conseguenze giuridiche: i nostri militari hanno effettivamente ucciso due persone e sono detenuti in custodia cautelare presso uno Stato straniero: dati trascurabili da chi implicitamente o esplicitamente considera l’India un Paese di straccioni dotato di un sistema giudiziario rozzo e brutale (e che a buon diritto dovrebbe immediatamente comprendere la nostra superiore civiltà e rilasciarli). Cioè grosso modo la considerazione riservata a noi da altre nazioni del mondo occidentale, Stati Uniti in testa che in occasione dell’episodio del Cermis come in altri non hanno mancato di trattarci come il parco giochi di casa tutelando vergognosamente le proprie malefatte. I cantori della liberazione dei nostri marinai, poi, guarda caso sono anche quelli che sostengono le più acerrime pene nei confronti degli extracomunitari che si azzardino a mettere piede sullo Stivale o commettervi dei reati; situazioni evidentemente a parer loro diverse da quella di un duplice omicidio commesso all’estero da due nostri connazionali (quando, non anche, di un atto di guerra). E si dimentica infine di analizzare quel che in termini di diritto probablimente conta di più, ossia se il fatto sia stato commesso in acque internazionali o meno così da spostare, giustamente e correttamente, la giurisdizione. Insomma, la frittata è stata fatta e tocca sorbirsi ritmi, rischi e imprevisti di un sistema giudiziario a noi incomprensibile opponendo tutte le ragioni del diritto; di sicuro non giova né alla diplomazia, né a sostenere queste ragioni lo strepito che si leva, e che di sicuro viene percepito nella giungla nera, popolata di thugs strangolatori.

Nuove dal telegiornale.

Avviata la riforma della Giustizia nello spirito dei costumi italici: introduzione del Codice Incivile e, per i più facinorosi, del Codice di Procedura Anale.

Entrano nel computo del PIL prostituzione e droga. Moody’s: no PIL, no party. Manderemo osservatori.

Polemiche sulla ricorrenza Togliatti – De Gasperi. A breve risolto anche l’annoso dualismo Scipione – Quinto Fabio Massimo.

Sogni.

I sogni non sono materia di conversazione mondana, lo affermava Monsignor Della Casa nel Galateo e, mi pare, anche Donna Letizia nel suo Saper Vivere: dunque non dovrebbero neanche costituire materia di racconto. Tuttavia, data la attuale e sempre più merdosa situazione sociale, economica e politica che regna nel Paesello, niente di meglio che parlare d’altro.

E che cazzo vorresti dire, d’altronde, a uno come Brunetta che narra di “sentenza politica” che calpesta i principi di “legalità e democrazia”: quando il principio di legalità – “nulla poena sine lege” – comporta semplicemente la pignola applicazione di leggi tassative (fatte dal Parlamento, mica dalla Magistratura) da parte del Giudice, e che il concetto di democrazia involve la partecipazione popolare nelle scelte politiche: ma forse Brunetta intende che il Giudice debba tener conto dei pareri che a destra e a manca gli pervengono e che sia conseguentemente obbligato all’applicazione elastica della legge a favore di chi la pretende con maggior violenza, doveri nel caso di specie irragionevolmente trascurati.

Forte di questa nouvelle vague giuridica, la prossima volta che mi capiterà di discutere un processo mi recherò con l’imputato e un codazzo di amici a conversare amabilmente e democraticamente con il Giudice, due bicchieri di rosso, due pacche sulle spalle, quattro urlacci se non capisce: poi, se non dovesse ascoltare le nostre legittime e democraticamente espresse ragioni, vado di articoli a mezzo stampa a mangiargli la faccia.

Allora è meglio sognare che mi trovi in una casa. È vecchia e pericolante, rurale, impolverata. Le ragnatele hanno intessuto spessi drappeggi agli angoli dei soffitti. Con cautela saggio i gradini della scala fino al primo piano, dove sono due porte, ne apro una. Vi allevo galline. Il pavimento è pulitissimo, un parquet tirato a lucido, mentre le galline dormono appollaiate sugli stipiti delle finestre e su un letto a castello. Nell’altra stanza, il mio gatto ronfa insieme alle galline: lo avevo visto pochi attimi prima al pianterreno, mi domando come abbia fatto a giungere lì a mia insaputa, attraverso la porta chiusa.

Mi sveglio ridendo.

Vado in Tribunale. Il tipo di fianco a me, in fila dinanzi a una Cancelleria, ha una palla di cerume nell’orecchio.

Esecuzione.

Procedura penale è stato il mio incubo per un anno di università. Mi faceva schifo. Consiste in una serie di elenchi e liste da imparare a memoria. Così l’ho dovuto ripetere tre volte e ha mandato a picco la mia media annuale di esami. Alla fine lo sapevo benissimo, in modo supermetabolizzato e, da qualsiasi parte avessero cominciato a interrogarmi, avrei potuto sciorinare tutto il codice.

Piccolo dettaglio: le ultime venti pagine del mio libro – fitto di freccine, sottolineature, rimandi, glosse tanto da avere raddoppiato lo spessore – erano liscie e bianche. Trattavano della Magistratura di Sorveglianza e io mi ero convinto che la Magistratura di Sorveglianza fosse un organo inutile; così mi ero rifiutato a priori di studiarle.

All’esame, dopo una interrogazione brillante il professore mi fa: “Adesso mi parli della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di parecchi minuti. “Mi dica le funzioni della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di diversi secoli. Occhi negli occhi. Nessuno fiatava in aula. Non dico che voto presi, ma credo che se avessi studiato la Magistratura di Sorveglianza avrei sbancato.

Anni dopo dovetti imparare a cosa serve la Magistratura di Sorveglianza e, in soldoni, capii che serve a badare tutto ciò che accade dopo una sentenza di condanna penale.

Così, a Berlusconi, condannato con sentenza irrevocabile (cioè non più suscettibile di essere impugnata) a un anno di reclusione, è stato notificato un ordine di esecuzione della pena ex art. 656 c.p.p. Come tutti i suoi pari, cioè i condannati a pena detentiva inferiore a tre anni, gode di una sospensione dell’esecuzione di un mese (anzi, trenta giorni), entro il quale può presentare alla Magistratura di Sorveglianza competente per territorio istanza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dagli artt. 47 (affidamento in prova al servizio sociale), 47 ter (detenzione domiciliare) o 50 comma 1 (semilibertà) della L. 354/75: cioè non una legge approvata adesso a suo uso e consumo ma esistente da tempi non sospetti.

L’affidamento in prova si concede, di prammatica, a uno che dispone di una stabile residenza e di un regolare lavoro e si pensa che facendo il bravo fuori dalla galera si possa reinserire positivamente nella società. Berlusca, che di residenze ne ha a bizzeffe e non ha problemi di reperire un lavoro (basta si faccia assumere in una delle sue società), dovrebbe farcela. Poi, non è che l’affidamento in prova consista nel lavorare in un ospizio a pulire il culo ai vecchi o stronzate simili che dicono i giornali. Uno continua a fare il suo lavoro, viene seguito dai servizi sociali e, se fa il bravo per tutta la durata della pena, questa viene estinta.

La detenzione domiciliare si concede a chi ha superato i settant’anni e che cos’è lo dice la parola stessa. Non va confusa con gli arresti domiciliari (art. 284 c.p.p.) che sono una misura cautelare, applicabile (in presenza dei presupposti di cui all’art. 274 c.p.p.) prima del processo.

La semilibertà si concede per pene detentive da eseguirsi non superiori a sei mesi e consiste nel trascorrere parte del giorno fuori dalla galera per partecipare ad attività utili al reinserimento.

Sicchè, da un punto di vista puramente tecnico, sto aspettando le altre sentenze per vedere cosa combineranno i suoi legali, in fase esecutiva delle pene e davanti alla Magistratura di Sorveglianza, per parare il culo all’illustre condannato.

Sette anni.

Non è che Berlusconi sia cattivo. Gli manca forse la percezione del disvalore – se non altro, in senso ampiamente etico (cioè come scostamento da condotte socialmente reputate convenienti) – dei fatti: poiché pare sia un fatto incontestato che, una notte del 2010, telefonò alla Questura di Milano chiedendo (i motivi sono insignificanti, mero contorno) il rilascio di una ragazza ivi trattenuta perché sospettata di avere rubato del denaro, e spedì a prelevarla un Consigliere regionale del proprio partito.

Berlusconi non se ne capacita; sbarra gli occhioni, come Schillaci ammonito, come un bimbo che chiede “cosa ho fatto?”.

Questo fatto è alla base della massima parte della commisurazione della pena: che è operazione puramente matematica, non frutto di arbitrio dei giudici: sicchè non ha senso parlare di “condanna esagerata”.

Come pure non ha senso parlare di sentenza “eversiva”, o di sentenza “politica” – e chi intende le cose in questo modo rende un pessimo servizio al sistema democratico e dovrebbe ripetere l’esame di diritto costituzionale per farsi una ragione della esistenza dei poteri statuali e della loro separazione.

È inevitabile che una sentenza, quale che sia, abbia anche riflessi “politici”, in quanto destinata a imprimere effetti su assetti sociali, e tantopiù se si tratti di una sentenza penale che investe un esponente della classe politica; ma è del tutto improprio, inaccettabile, qualificarne la natura o la finalità come intrinsecamente “politiche”.

È del pari improprio – e leggermente ipocrita – affermare che le sentenze si “rispettano” (traducendo in italiano: “ragazzi, chiudete la porta se no si sentono i botti dello champagne”).

Puoi rispettare o non rispettare qualcosa se così facendo te ne puoi sottrarre, o puoi modificare: ma una sentenza “è”, ineluttabilmente, e non le importa nulla del tuo rispetto o non rispetto; oppure, se si è parti in causa, può essere eseguita spontaneamente o coattivamente o può essere impugnata nei modi di Legge.

Su un piano diverso, umanamente comprensibile, si pone il commento da bar dei cinquanta milioni di giuristi nostrani: “godo come una bestia”, “diobono”, “una mazzata ingiusta” e via sentenziando.

Il braccio, violento, della Legge.

Ier sera a tarda ora, scanalando come sempre la tele a scopo caminetto, mi è capitato di vedere un pezzo di Ingroia dall’Annunziata.

Il suo obiettivo politico, dichiarato, è: voglio dare più potere alla magistratura perchè possa fare quello che deve, e voglio fare luce sulla trattativa Stato – mafia dei primi anni ’90, cosa che mi è stata impedita dalla Corte Costituzionale.

Una giornalista – di cronaca giudiziaria – gli chiedeva come potesse porsi in quel modo, lui magistrato, nei confronti della Corte Costituzionale, venendo così stoppata da uno sbraitato: “Ma stia zitta, lei non sa niente! La Corte Costituzionale è di nomina politica!”.

Ora, dopo Berlusconi che chiede più potere per il Governo per poter decidere quello che gli pare, dopo il Parlamento che questo potere se lo attribuisce da solo (ad esempio, negando l’autorizzazione a procedere nei confronti di Cosentino et alii), ci mancava uno che invocasse la briglia sciolta per la magistratura mandando a puttane secoli di evoluzione del diritto.

Sorprendono, perciò, sia gli obiettivi, tanto nobili quanto minimali (potremmo anche fare luce sui moventi della strage di Portella della Ginestra, o sulle connivenze dello Stato in quelle dell’Italicus e di Piazza della Loggia) di un ex pubblico ministero che vorrebbe continuare, in altra veste, le proprie indagini; sia i modi, che ricordano tanto quelli del suo contraltare Berlusconi: l’autoritarismo, l’arroganza verso chi è in disaccordo, la disinformazione: perchè i componenti della Corte Costituzionale sono nominati in parte dalle alte magistrature, in parte dal Presidente della Repubblica e in parte dal Parlamento e a sentire quel che diceva Ingroia, e come lo diceva, a me è venuta paura.