Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Il referendum costituzionale di sticazzi.

Nella pletora di informazioni erronee e fuorvianti sul tema referendario che ammorba internet, sovviene l’amico Ruzino a fornire di prima mano dati corretti e alla portata di tutti.

Entriamo nel vivo:

Nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il testo di legge costituzionale, approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, recante: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.

Testo alla cui agile lettura (318 pagine) rimandiamo per completezza: ma se vi accontentate lo riassumiamo in pillole.

 *** Senato:

Il numero dei senatori passa da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

*** Il voto di fiducia al Governo:

Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

*** Elezione del presidente della Repubblica:

Non basterà più la metà più uno degli elettori, ma serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti.

*** Approvazione delle leggi:

L’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera.

*** Approvazione dei provvedimenti del Governo (decreti legge e decreti legislativi):

La Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni.

*** Elezione dei senatori:

Non più durante le elezioni politiche, ma durante le elezioni regionali. Ad esempio attraverso un listino apposito o attraverso la nomina dei più votati. Il meccanismo sarà comunque proporzionale ai voti conquistati a livello nazionale, e i senatori dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

*** Poteri del Senato:

Il Senato si occuperà di enti locali italiani e anche di Europa. Avrà poi il ruolo di controllore delle politiche pubbliche e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Potrà infine eleggere due giudici della Corte Costituzionale.

*** Modifica del Titolo V della Costituzione:

Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, rapporti con la chiesa, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.), contrariamente a quanto avviene oggi.

*** Poteri della Corte Costituzionale:

La Corte Costituzionale potrà intervenire, sempre su richiesta, con un giudizio preventivo sulle leggi che elettorali di Camera e Senato. Dovrà pronunciarsi entro un mese, mentre la richiesta va fatta da almeno un terzo dei componenti della Camera. Ciò, onde evitare i recenti problemi di incostituzionalità scoperti a Parlamento già operativo (cfr. “Porcellum”).

§

Ora vai con le osservazioni.

La parola “riforma” mi fa venire la scarlattina. Emana un vago aroma di inculata: e sempre, sempre, dacchè mi ricordi, tutte le volte in cui nella storia repubblicana si è roboato di mirabolanti riforme (scuola, pensioni, lavoro, giustizia – solo per fare degli esempi), al fumo è puntualmente seguito l’arrosto.

Emerge difatti chiarissimamente, dal complesso della riforma, un mega accentramento di poteri in mano alla Camera dei deputati e, consequenzialmente, al Governo.

La Camera verrà eletta con un sistema (c.d. “Italicum”) sostanzialmente proporzionale con premio di maggioranza relativa: la lista che ottiene più del 40% dei voti al primo turno (o, se non l’ottiene, che vince al ballottaggio con la seconda – sicchè si capisce che a ballottare possono essere anche due liste che hanno ottenuto rispettivamente il 23 e il 15 per cento dei voti), si accaparra il 54% dei seggi = 340 seggi, maggioranza assoluta.

La Camera (ossia il partito di maggioranza relativa che ha vinto al primo turno o al ballottaggio, in questo secondo caso rappresentando uno spicchio proporzionalmente esiguo dell’elettorato) eserciterà dunque, sostanzialmente da sola, due prerogative essenziali: una prima, completare l’iter legislativo senza i fenomeni di navetta (passaggio della legge tra le due Camere) che tanto sapevano di democrazia partecipata e discussa ma che ora, nell’impigrirsi del lavoro del parlamentare, vengono additati come fastidiosi lacci e lacciuoli; la seconda, esprimere il Governo e votarne la fiducia.

Il Governo, che è espressione della Camera, ha assunto già da parecchi anni funzioni legislative che, nell’architettura costituzionale originaria, avrebbero dovuto essere sua competenza eccezionale: l’entrata a gamba tesa è ben rappresentata da questo specchietto (dati disponibili su qualsiasi banca dati giuridica):

Anno Leggi Decreti legge Decreti legislativi
1978 156 45 0
1988 174 77 3
1995 151 295 26
2002 118 44 37
2007 59 21 75
2008 73 38 41
2009 87 17 24
2010 72 22 73
2011 71 16 68
2012 101 32 52
2013 42 26 17
2014 71 27 44
2015 89 21 53

 

Insomma, negli anni ruggenti della democrazia, e nonostante il fenomeno della navetta, i parlamentari lavoravano a tutto vapore e producevano un casino di leggi ordinarie.

Il progressivo accaparramento del potere legislativo (Parlamento) da parte dell’esecutivo (Governo) inizia nel 1995 (Berlusca) e prosegue gagliardamente, salvo una leggera inversione di tendenza nell’era Monti – primo Renzi: ma da parecchio tempo le leggi ordinarie sono quasi tutte conversioni di decreti legge e di trattati.

La riforma costituzionale è gabellata come necessaria per sveltire i lavori parlamentari (cioè la produzione delle leggi): balla fotonica, poiché i lavori parlamentari sono sostanzialmente espropriati da anni dal Governo grazie anche, giova ripeterlo, a un drammatico impoverimento della responsabilità degli onorevoli che non assolvono più alle loro funzioni.

In poche parole, ciò che si ricava dalla riforma è un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo a scapito del legislativo, anzi una progressiva identificazione dei due poteri (produce le leggi chi le deve mettere in pratica, evenienza disperatamente osteggiata dai costituenti): il Governo avrà un via libera ai propri provvedimenti, immediatamente approvati da una Camera a lui asservita e la cui maggioranza assoluta è formata, oltretutto, da una maggioranza risicata dell’elettorato grazie al new sistema elettorale.

Per tale motivo i costituzionalisti più anziani e avveduti – ovviamente additati dai brillanti fautori della riforma come insulse e anacronistiche cariatidi – parlano di deriva autoritaria o “oligarchica”: perché il potere sarà più accentrato (rischio di autoritarismo) e nelle mani di pochi (rischio di oligarchia).

Poi, non venitemi a dire che non vi avevo avvisato.

Ruzinojus.

Le recenti sentenze penali che hanno destato scalpore (Cucchi, L’Aquila e, da ultima, Eternit), al di là delle condivisibili ragioni di diritto che le hanno determinate, dimostrano l’inadeguatezza, l’inaffidabilità e la sostanziale inefficacia del sistema di diritto penale italiano nel suo complesso considerato (regole sostanziali, regole procedurali, metodi di indagine) ad affermare una responsabilità di tipo penale, a sanzionare tale responsabilità con una pena quale che essa sia, a risarcire conseguentemente alla affermazione della responsabilità le persone danneggiate dal reato.

Esemplare – da ultima – la sentenza Eternit laddove, alla stregua del capo di imputazione contestato al supponente riccastro (eppertanto in nuce antipatico: vieppiù, e fino al midollo, leggendo le sue esecrabili e vergognose dichiarazioni circa “teoria del complotto”, “processi ingiustificati in violazione dei principi del giusto processo” e aspettative che “ora lo Stato italiano lo protegga da ulteriori e che archivi tutti i procedimenti in corso”), la Cassazione non poteva che pronunciare la prescrizione: la quale, compiendosi nel caso di specie in quindi anni, e cessata la condotta dolosa nel 1985/86 con la chiusura degli stabilimenti, si sarebbe compiuta andando a spannella nel 2001 o 2002: prima della fine del giudizio di primo grado, travolgendo anche la condanna al risarcimento del danno (se matura dopo la sentenza di primo grado, il risarcimento viene confermato).

Questa eventualità credo fosse nota e arcinota a tutti quanti gli addetti ai lavori coinvolti nel processo, in primis ai miei colleghi che ora cadono dalle nuvole.

Posto che la prescrizione significa che il reato è stato accertato e la responsabilità penale affermata (il che costituisce un buon presupposto per risarcimenti epocali in sede civile) è drammaticamente vero che, nella maggior parte dei casi, i giudici penali si siano trasformati in tristi macinatori di prescrizioni, con frustrazione delle persone offese, sgomento e scompiglio nell’opinione pubblica che non capisce la differenza tra proscioglimento e assoluzione, sconcertanti dichiarazioni di imputati e colleghi che parlano di brillanti assoluzioni, e stampa nazionale, tutta quanta (non solo i vari giornali e liberi, per i quali la deformazione della realtà è prassi) salvo rare eccezioni, a fomentare incultura e casino vuoi per totale ignoranza della materia trattata, vuoi per ammiccamenti a un giornalettismo da rotocalco buono per far tirare le vendite vellicando gli aspetti più coreografici della vicenda e gli istinti più bassi della gente: vai con la telenovela, l’occhio della madre, la carrozzella, uamm uamm.

Il problema – di inefficacia del sistema penale e di irresponsabilità dei media – si è tragicamente riproposto nel diverso caso del povero Cucchi: è possibile che non venga individuato nessun colpevole della morte di un ragazzo avvenuta mentre era in custodia? Sì, è possibile, quando probabilmente le indagini sono state confuse e approssimative (e mi fermo qui) e quando la responsabilità è diffusa: e allora i giudici non possono, perché tenuti ad osservare delle regole, pronunciare una condanna penalmente sostenibile.

Dopodichè, la sentenza e le circostanze tutte soggettive e oggettive dell’accaduto sono state tirate per la giacchetta a destra e a manca: leggasi: incapacità dei giudici, giustizia malata, fotografie scioccanti eppertanto probanti, festeggiamenti a dir poco inopportuni e, da ultimo e a coronamento dell’incapacità collettiva a capirci qualcosa come in una allegoria bruegheliana, le insensate dichiarazioni di un ex ministro.

A poco vale ricordare che, nella fattispecie, esiste una responsabilità civile riconosciuta in forza della quale la famiglia ha ricevuto, mi pare, un risarcimento di un milione e passa: quello che viene fomentato è il desiderio – per vero insito nella parte più ancestrale della coscienza umana – di ottenere un colpevole a tutti i costi, da sbudellare in piazza, fare a pezzi, distribuire equamente alla folla per placarne le ansie punitive.

Diverso ancora è il caso della sentenza de L’Aquila; resta difficile il comprendere come potessero essere, dei tecnici, responsabili per non avere esattamente previsto il sisma che si sarebbe verificato di lì a poco: ma anche questo finisce nella grande insalata mediatica dove tutto si rimescola e perde di senso.

Stiamo assistendo, da un lato, agli ultimi sussulti di agonia di un sistema penale da tempo incapace di rispondere (e non mi dilungherò a spiegarne le ragioni, in parte insite in regole che potrebbero essere migliorate e in parte puramente pecuniarie) alle normali esigenze di giustizia alle quali dovrebbe essere funzionale, individuando delle responsabilità in tempi ragionevoli e giungendo, in caso affermativo, ad eseguire delle pene adeguate, il che è fondamentale per infondere certezza e quindi rassicurazione nella gente; dall’altro alla de-civilizzazione dell’occidente e del nostro Paese in particolare: e una è contrappeso dell’altra: quanto meno è garantita la certezza del diritto, tanto più si agitano (e possono essere facilmente strumentalizzati) i furori del popolo.

(Il tutto lo avevo scritto quando è stata resa nota la sentenza Eternit).

Aggiungo che, talora, accade che la punizione sia inverata dalla angosciosa pendenza del processo in sè, protratta nel tempo, e dal dissanguamento economico dell’imputato in parcelle esorbitanti: trattasi, tuttavia, di un effetto laterale non previsto dal sistema.

Troppo spesso, però, la prescrizione, pur contemplata dal sistema, è (direi da una ventina d’anni a questa parte) il modo di concludersi “normale” di un processo anche a beneficio di chi se ne è strafregato: e questo è un prodotto degenerativo dell’istituto rispetto alla sua ragion d’essere (sfumare del disvalore del reato nella memoria collettiva, disinteresse dello Stato a perseguirlo).

Il fatto è che la prescrizione, così come la conosciamo oggi, risale agli anni ’30 e per decenni ha rappresentato un evento eccezionale in un mondo dove se dicevi a uno “ti denuncio” questo si cagava addosso e non rispondeva con una pernacchia o una controquerela inventata; dove l’essere sotto processo costituiva il massimo della vergogna; dove c’era maggior senso civico; e dove, riassumendo, i processi penali erano in numero mooolto minore di adesso e si concludevano con una sentenza di condanna o assoluzione nel merito.

Sicchè, il tourbillon mediatico/populista scaturito dalla gran messe di proscioglimenti per prescrizione degli ultimi anni ha dato adito ad opposti estremismi.

C’è chi, come parecchi colleghi, afferma che no, l’istituto non può essere soppresso o modificato perchè se lo Stato non riesce a confezionare una condanna nei tempi previsti contro un imputato (così come un privato cittadino non esercita un suo diritto di rango civilistico nei confronti di un altro), allora cazzi suoi.

C’è chi, come il Presidente del Senato Piero Grasso (e il Presidente del Consiglio che cavalca l’onda emozionale), tuona per l’abolizione della prescrizione tout court.

Entrambe le posizioni sono, ovviamente, sbagliate.

La prima, perchè la prescrizione penale non può essere paragonata a quella civile: la prescrizione penale può essere interrotta solo una volta (artt. 157 e 160 c.p.) da determinati eventi e accrescersi, così, di un quarto in base alla c.d. Legge “ex Cirielli” (es: il furto si prescrive in sei anni; l’interrogatorio o la richiesta di rinvio a giudizio ne interrompono il corso; il termine finale è di 6 + 1 e sei mesi = 7 anni e mezzo dalla data del reato); mentre la prescrizione civile può essere interrotta indefinite volte e decorrere da capo (art. 2945 c.c.).

Errano, inoltre, i colleghi, perchè non tengono conto del fatto che lo Stato siamo tutti noi eppertanto, se lo Stato non riesce per mancanza di mezzi o per regole anzianotte a concludere nei termini un processo penale, se l’istituto produce effetti distorsivi rispetto alla sua ragion d’essere iniziale, se la gran parte dell’opinione pubblica manifesta di essersi rotta i maroni nel vedere i delinquenti sgavagnarsela, ciò significa che qualcosa non funziona e tocca metterci mano.

La seconda posizione è sbagliata perchè non si può pretendere che un indagato o imputato resti sotto processo per tutta la vita in balia delle meline che caratterizzano oggi un processo penale: ha diritto ad essere processato, condannato o assolto in tempi brevi senza doversi consumare in attesa della sentenza: non lo dico io ma l’art. 111 della Costituzione, che occorre rispettare.

Tirando le somme, cosa facciamo?

La soluzione irreale sarebbe quella di pompare un casino di soldi – che non ci sono – nel sistema per incrementare l’organico di uomini (giudici, funzionari eccetera) e mezzi (computer, software, ma anche banalmente stampanti, fotocopiatrici, auto) cosicchè un giudice non abbia, come ora, un carico quotidiano di cinquanta procedimenti riuscendo a definirne tre e mandando al macero gli altri.

La soluzione meno irreale sarebbe quella di aumentare un pelino i termini di prescrizione e del suo rinnovo in caso di interruzione, e di modificare le regole in tema di notificazioni e correlative nullità (spesso il processo retrocede per capziose nullità nella notifica).

La soluzione forse più reale sarebbe un mix di queste due.

Il tutto, tenendo ben presente che il processo penale non può essere, così come si vuole pretendere che sia, la panacea di tutti i mali.

Sette anni.

Non è che Berlusconi sia cattivo. Gli manca forse la percezione del disvalore – se non altro, in senso ampiamente etico (cioè come scostamento da condotte socialmente reputate convenienti) – dei fatti: poiché pare sia un fatto incontestato che, una notte del 2010, telefonò alla Questura di Milano chiedendo (i motivi sono insignificanti, mero contorno) il rilascio di una ragazza ivi trattenuta perché sospettata di avere rubato del denaro, e spedì a prelevarla un Consigliere regionale del proprio partito.

Berlusconi non se ne capacita; sbarra gli occhioni, come Schillaci ammonito, come un bimbo che chiede “cosa ho fatto?”.

Questo fatto è alla base della massima parte della commisurazione della pena: che è operazione puramente matematica, non frutto di arbitrio dei giudici: sicchè non ha senso parlare di “condanna esagerata”.

Come pure non ha senso parlare di sentenza “eversiva”, o di sentenza “politica” – e chi intende le cose in questo modo rende un pessimo servizio al sistema democratico e dovrebbe ripetere l’esame di diritto costituzionale per farsi una ragione della esistenza dei poteri statuali e della loro separazione.

È inevitabile che una sentenza, quale che sia, abbia anche riflessi “politici”, in quanto destinata a imprimere effetti su assetti sociali, e tantopiù se si tratti di una sentenza penale che investe un esponente della classe politica; ma è del tutto improprio, inaccettabile, qualificarne la natura o la finalità come intrinsecamente “politiche”.

È del pari improprio – e leggermente ipocrita – affermare che le sentenze si “rispettano” (traducendo in italiano: “ragazzi, chiudete la porta se no si sentono i botti dello champagne”).

Puoi rispettare o non rispettare qualcosa se così facendo te ne puoi sottrarre, o puoi modificare: ma una sentenza “è”, ineluttabilmente, e non le importa nulla del tuo rispetto o non rispetto; oppure, se si è parti in causa, può essere eseguita spontaneamente o coattivamente o può essere impugnata nei modi di Legge.

Su un piano diverso, umanamente comprensibile, si pone il commento da bar dei cinquanta milioni di giuristi nostrani: “godo come una bestia”, “diobono”, “una mazzata ingiusta” e via sentenziando.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Confesso: ho votato Grillo, non me ne vergogno ma ho fatto una cagata!

Ebbene sì. La domenica delle elezioni mi sono recato – come si dice in puro stile carabinierese – alla mia sezione, perchè io non sono uno di quelli che non votano o votano scheda bianca o la annullano volontariamente. Ero indeciso da giorni sul da farsi. Berlusconi neanche per idea (a meno che non mi sganciasse un centomila non olezzante sull’unghia). Bersani & co. mi causano produzione di latte alle ginocchia. Monti si era comportato egregiamente da battitore libero ma si è dimostrato inadatto a sopravvivere nella giungla politica, circondandosi di personaggi inquietanti o perlomeno discussi (solo per mero esempio: Mario Sechi, già cane da guardia di Berlusconi in tutti i talk show pre caduta del sullodato; Lorenzo “Mr. Who?” Cesa, più noto per le vicissitudini giudiziarie che per l’azione politica; Gianfranco Fini, poveraccio, stimato da una parte per avere affrancato la destra dai retaggi del fascismo ed essersi affrancato da Berlusconi e massacrato dall’altra per avere tradito i nobili ideali del fascismo e avere tradito Berlusconi). Ingroia, rozzo e violento. Giannino non pervenuto. I radicali mi hanno sempre avuto dalla loro parte ma sono divenuti da anni gli zombi di sè stessi in balia del dispotismo del sempre più farneticante Pannella.

Ho espresso un voto di c.d. protesta. Il cinquestelle, pensavo, non è antipolitica. E’, da qualsiasi angolatura la si voglia vedere, politica. Meglio che mettere la fetta di salame nella scheda. Tanto, pensavo, non succede niente. Un voto in più o uno in meno. Poi si scopre che sono diversi milioni che l’hanno pensata come me. E adesso il comico mattocchio spinge sul tasto della fuoriuscita dall’Euro, dell’inadempimento dei debiti come qualsiasi italiano lestofante. Tiene il Parlamento per i coglioni. Rimbrotta o censura i poco fedeli alla linea. I pittoreschi rappresentanti del cinquestelle terranno duro in questa condotta demenziale o saranno corrotti in breve, come a suo tempo la Lega, dai vizi e dalle trame di Palazzo, che poi trame non sono più di tanto ma le normali – e democratiche – procedure di abboccamento funzionali alla formazione di una maggioranza parlamentare coesa e di un Governo stabile?

Vedremo. Per il momento confesso: mi sa tanto, ma proprio tanto di avere fatto una cagata.

§

P.S.: Ho assistito a uno spettacolo teatrale (Discorso Grigio) di un gruppo che si chiama Fanny & Alexander. Ero positivamente prevenuto nei loro confronti da “West”, visto l’anno scorso. Tensione in scena fino alla totale esplosione nell’assurdo. Mi è piaciuto un casino. A Ghino ha fatto schifo. Quando gli ho detto di Grillo non mi ha neppure guardato troppo male.

Cosenrendum.

Con singolare coincidenza, giovedì dodici gennaio da un lato veniva dichiarata, da parte della Corte Costituzionale, l’illegittimità dei referendum abrogativi della legge elettorale, dall’altro veniva negato, da parte del Parlamento, l’arresto del deputato Nicola Cosentino, sospettato di pesanti collusioni con la camorra.

E tutti giù a cercare nessi tra le due cose, esibite come prova della totale inattendibilità di entrambi gli organi.

In realtà mi pare che la Corte Costituzionale non abbia fatto niente di più del suo dovere: il ragionamento giuridico è impeccabile (in breve, non si poteva abrogare tout court la legge elettorale vigente senza creare una lacuna nell’ordinamento, e la sola abrogazione del premio di maggioranza era impossibile dato che questo non presentava profili di incostituzionalità).

Si potrebbe anzi pensare che il rigetto dei referendum consegua alla originaria formulazione dei quesiti ad opera di Di Pietro: “guagliò, vulimm’ o no abrogà ‘o purcello?”, ritenuta dal medesimo troppo tecnica.

Viceversa, mi pare che il mancato accoglimento della richiesta di arresto del Cosentino possa avallare una vox populi oramai corrente tra gli italiani, e cioè che siamo in balia di un Parlamento di mafiosi.

“Non possiamo essere certi che da parte della magistratura non vi sia una volontà politica di persecuzione dell’Onorevole Cosentino” ha dichiarato il deputato leghista Paolini, con ciò ribaltando il principio del fumus persecutionis: non è più necessario avere un fondamento di certezza della volontà persecutoria, è sufficiente non essere certi (non è dato capire come) che volontà persecutoria non vi sia.

E poichè in tutte le richieste di arresto di qualsiasi comune mortale è insita la volontà di perseguire (non, di perseguitare) il probabile responsabile di un reato, la sparuta pattuglia dei radicali – del tutto scollata dalle passate, gloriose e giuste battaglie – dimostra di avere completamente travisato i presupposti di diritto della richiesta e si accoda al voto negativo.

Beh, se un nesso tra i due eventi si può trarre mi pare questo: non poteva, la Corte Costituzionale, già che c’era, dichiarare incostituzionale il Parlamento?