Il paradosso di ruzino.

Il paradosso di Ruzino dieci anni dopo.
Postilla: non avrei mai immaginato, da ragazzo, che avrei vissuto un periodo così di merda e regressivo, ammorbato da una politica sgangherata, una società allo sbando, una situazione ambientale catastrofica.

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La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

La quiete durante la tempesta.

Mi sono separato. Mi sto separando. Mi separo. Non è tanto importante descriverne le cause quanto gli effetti e il contesto.

Potrei, per esempio, iniziare parlando delle settimane trascorse a riattare un guscio vuoto. Ho sbagliato la tinta: mai mescolare un pigmento coral a un bidone da ventiquattro litri di bianco, a meno che non andiate matti per una tonalità rosa confetto casa-di-Barbie. Potete correggere con terra scura, ancora terra scura, poi giallo cromo per un risultato consimile a biscotto di terracotta salmonato. Mi sono fatto un culo così per dipingere a rullo pareti e soffitto, e altrettanto per rimuovere gli schizzi dal pavimento con un raschietto di teflon, acqua calda, aceto e detersivo che ha impregnato le fughe delle piastrelle di un retrogusto che ancora ristagna nei locali.

I mobili non sono un problema. Ikea über alles. Ma se non stai attento l’Ikea ikeizza anche te. Trasognati dai jingle ipnotici oberate il carrello di sedie pankett, tavolo kolazion, armadio kontenent e in men che non si dica tramutate casa vostra in un ambiente standardizzato e impersonale. Utili ed economiche le minutaglie e gli accessori. Ho visitato mercatini dell’usato, bric-a-brac e anonimi mercatoni dove ho trovato un ottimo cuscino ergonomico, nonché uno splendido spazzolino del cesso, of course. Altra roba perviene dall’ammasso familiare in disuso. Acquisti sbagliati, restituzioni, ricerche di scontrini smarriti nelle tasche. L’armadio, di ciliegio, usato, via internet e il tipo mi ha dato pure la scarpiera gemella. Barattoli per il caffè, il sale e lo zucchero in una ferramenta. La lavatrice a più di cento chilometri, un affarone. Il frigo è stato faccenda delle sette di un sabato sera, lo avevo già visto da un vecchio rivenditore in cardigan e cravatta: mi ha fatto piacere comprarlo da lui e quando mi sono precipitato a concludere me lo ha subito consegnato col furgoncino, la moglie cicciottella che attendeva nell’abitacolo.

Viaggiavo, viaggiavo sulla mia macchinona borghese declassata a camion; barre portatutto perennemente montate e il cagnino rassegnato e silente accompagnatore. Macinavo chilometri e pensieri percorrendo le scorciatoie di campagna. Giravo video con il telefonino, jazz in sottofondo, di strade, alberi e tramonti, the touch of your lips, oh you crazy moon, e in fin dei conti a ripensarci sarebbe stato tutto così naif e spasmodicamente vitale se non che ne ho solo un ricordo confuso di frenesia, batticuore e solitudine, ogni tanto mi mettevo a piangere mentre guidavo e bestemmiavo, sentite e profonde bestemmie che, in rigurgiti di scaramanzia pagana, temevo avrebbero peggiorato il mio inferno personale, lacrimoni sulle ginocchia, carezze al cagnino.

Arredavo la tana. Ho trapanato muri e la mia mano sinistra gocciolando sino alla farmacia per chiedere una benda.

Oltre a godere dei piaceri dell’attività artigianale dovevo spronare quella mia professionale, inettamente trascurata. Faccio, come penso si sia capito, l’avvocato, e un avvocato non campa solo del lavoro limato nella penombra dello studio ma delle relazioni che ha, dell’humus sociale ed economico nel quale affonda le sue radici, della sua rispettabilità e delle sue cravatte. E di quale appeal professionale poteva fregiarsi uno che si presentava agli aperitivi in scarpe da trekking e maglioni da montagna? La forma è, in questi casi, e nel milieu provinciale dove razzola il cliente generico medio in particolare, sostanza. Occorre che mi sbatta. Homo sine pecunia imago mortis. Se poi vuoi avere una donna, alla mia veneranda età necessariamente più giovane, non puoi più contare su un bel faccino ma devi avere dei soldi. Il denaro non è solo un mezzo di pagamento. È la misura del tuo talento, del tuo successo, della tua affidabilità, del tuo essere uomo e maschio. Il tuo portafoglio è il tuo fallo. Cinico? Amaro?

Parliamo, anche, di un mestiere ampiamente sputtanato, iperburocratizzato da adempimenti assurdi, colonizzato da una ventina d’anni a questa parte da orde di giovani di belle speranze e scarsissimo substrato culturale attirati da una prospettiva di ricco guadagno confidando in una buona dose di faccia da culo, improvvisazione e entrature amicali/parentali/politiche/sindacali/imprenditoriali, per i quali il logico cursus honorum è: Geometra? Giurisprudenza. Istituto alberghiero? Giurisprudenza. Istituto tecnico? Giurisprudenza. Perito agrario? Giurisprudenza. E lo snobismo posso permettermelo da quando un mio praticante domandò se “ex art.” significava che l’articolo di legge era defunto, divenendo di lì a poco il mio ex. Consequenziale al fenomeno è la polverizzazione del lavoro, in parte accentrato dal mega studione dove il capoccia tratta con il mega clientone (banca, società, ente pubblico o partecipato, facoltoso nobil homo) e i ragazzi di bottega sfacchinano per lui a stipendio fisso oltre a ramazzare le briciole che cadono e portare del loro, in parte dissipato nei mille rivoli della casualità che porta il cliente a imbattersi nell’avvocato di quartiere, del bar, del pianerottolo.

Aggiungasi la Grande Crisi e capiremo subito che un avvocato, vischio parassita dell’albero della economia produttiva, soffre e talora muore con la pianta che lo ospita: nella migliore delle ipotesi fatica ad arrivare alla fine del mese perché se un tratto di grandeur della professione è rimasto è quello legato ai costi di mantenimento della attività. Come ha detto un mio collega, uomo della sinistra, figlio del popolo: “Se uno non ha i soldi non deve andare dall’avvocato”. Vaffanculo, ho pensato, e lo penso tuttora.

Già, la crisi. L’Italia è un Paese di merda, allo sfascio, allo sbando. Preda di una classe politica e dirigenziale più che mai corrotta e corruttrice, completamente scollata dal gregge degli elettori e al tempo stesso perfettamente rispecchiante i desiderata del gregge medesimo, le cui ambizioni di prosperità e fortuna coincidono, mercè un’esperienza di ciò che accade mai delusa, con l’aspirazione di agganciarsi a qualche carriaggio del pubblico potere. Mascalzoni, manigoldi, lazzaroni, delinquenti. Lo diceva mio padre una quarantina di anni fa e non capivo. Ora lo so. Quando gli chiesi “Cos’è la politica?” mi rispose: “La politica è una cosa sporca”. Aspetto curioso dell’entropia del Paese è dato dal referendum svizzero che intenderebbe ostacolare l’ingresso agli italiani, sbarrare loro la frontiera in una sorta di feedback africano: chissà se manderanno motovedette sulle Alpi a cannoneggiarci come tuonano i tromboni nostrani a proposito dei barconi di negri. C’è sempre qualcuno più a sud, o più a nord, di te.

Il mondo sta deragliando. Il mio mondo sta deragliando. Cosa ci posso fare? Intanto, ginnastica. Mens sana in corpore sano. Corro. Sollevo pesi. Whup. Whup. Whup. Bisogna essere forti. Schiocchi dei dischi che si aggiungono. Whup. Whup. Whup. Bisogna essere forti. Bisogna essere forti quando il mondo deraglia.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Masterstronz.

Il concorrente è visibilmente affannato, rosso in volto. Ha un grembiule bruttato di sangue. Il sangue è anche sugli avambracci, sulle mani, e allarga la macchia di un fazzoletto che strozza un profondo taglio tra il pollice e l’indice.

“Allora, sentiamo cosa ci hai preparato. Come si chiama il tuo piatto?” domanda pacato uno dei tre giudici, uno con la barbaccia.

“Pane e salame.”

“Pane e salame? Tu pretendi che noi stiamo qui a mangiare pane e salame? Per chi ci hai preso?” sbotta, gelido, quello con la barbetta.

“Sì Chef. Scusi Chef. Ma al capocantiere è piaciuto moltissimo. Anche alla donna delle pulizie.”

“Al capocantiere? Al capocantiere?” Quello con gli occhialetti è incredulo. “Noi valutiamo piatti di alta cucina. Per gente importante. Tu vuoi farci perdere tempo e rubarlo ad altri più in gamba e motivati di te. Vergognati.” Strabuzza gli occhi, gli trema la voce.

“Che lavoro fai?” sussurra barbaccia scandagliando il concorrente con occhiate di disgusto.

“Il plastichino. Ma ho sempre cucinato fin da quando ero piccolo, era la mia passione, avrei voluto fare il cuoco invece del plastichino… a sei anni invitavo i miei compagni delle elementari a merenda preparandogli il Saint Honorè”.

Barbaccia ha un moto di riso trattenuto: “Il plastiche? Che coglione. E sei anche uno sbruffone. Altro che Saint Honorè. Vaffanculo tu, il pane e il salame.”

“Scusi ancora Chef. Mi dispiace Chef. Sono mortificato. Ma il salame l’ho fatto io. E anche il pane.”

“Ah, l’hai fatto tu. In un’ora. E dove avresti comprato la carne? E quale taglio avresti scelto, sentiamo?” chiede barbaccia, pignolo.

“No Chef. Ho ucciso il maiale. Un’ora fa. Ho macinato le parti più prelibate, filetto e controfiletto anzitutto. Stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare.”

“Tu ci prendi per il culo. Per la stagionatura rapida nell’abbattitore molecolare basta mezz’ora. E nel resto del tempo cosa hai combinato oltre a farti le seghe?” sibila barbetta. “Tu forse dimentichi che quello al quale ti sei rivolto prima ha appena vinto il Gran Mestolone con il suo barracuda brasato in etere al profumo di pappataci e scorza di betulla.”

“No Chef. Scusi. Ho perso un quarto d’ora perché il maiale non voleva farsi macellare. Mi ha aiutato un cameraman. Mi ha anche dato cinque punti alla mano perché mentre sgozzavo il maiale mi ero ferito.”

“Il cameraman. Il sangue. E di che razza era il maiale?” interroga quello con gli occhialetti.

“Bionda di Velletri. Pochi grassi. Allevata a mele della val Venosta, mais, frutti di bosco, erba dei Prati di Tivo. L’esemplare è stato sottoposto a massaggi shiatzu ogni mattina e sera”.

“Mhhhh… saprai che la Bionda di Velletri va scannata con un coltello d’avorio. Tu che coltello hai usato?” indaga barbaccia.

“Quello del cameraman. Era un Opinel calibro 12. Il coltello d’avorio si è … rotto mentre inseguivo il maiale” scoppia in singhiozzi il concorrente. “Ma il salame è buono! È buono! Lo dice anche il capocantiere! È l’occasione della mia vita! Vi prego, assaggiatelo!” È un ometto grassoccio, suda moltissimo. Si strofina la faccia con le mani spalmandosela di sangue.

Barbetta è inflessibile. “Mi sa che non ci siamo. Anche la scelta dei tagli. La Bionda di Velletri è eccessivamente magra per usare solo il filetto e il controfiletto. Occorreva aggiungere il musetto, il grasso dei piedini disossati.”

“Però ha fatto il pane. E su, dimmi, il pane. Ha un profumo gradevole. Mi ricorda quello della Gina. Aaah, la Gina.” Occhialetti ha un trasalimento, il volto gli si distende, le palpebre socchiuse.

“Ho macinato il grano nella mola ad acqua. Grano Gran Visconte Straboni. Impastato con i gomiti insieme ad acqua delle cascate del Fiumelatte, lievito ozonizzato, sale delle isole Andamane, olio di olive Petullà” sorride, ora. “È buonissimo, Chef, lo dice anche il capo …”.

“Fa schifo.” Barbaccia interviene secco, spietato. “Lo sapevo che avevi adoperato l’oliva Petullà. Tutti uguali. Pensate di far colpo. Sento l’odore fin qui. Il fondo aromatico della Petullà guasta il pane. Ci vuole maggiore acidità. Per questo era più indicato, quantomeno, l’olio Pignatelli.”

“Oppure lo strutto di Carbonia” interloquisce occhialetti. “E poi non sono pienamente d’accordo sul sale delle Andamane. Troppo poco salato. L’abbinamento pane e salame in questo modo risulta stucchevole. La Gina, la Gina… aaah.” Rovescia indietro la testa, in pieno deliquio.

“Tu non vorrai che noi assaggiamo questa merda, vero?” gli fa eco barbetta lapidario. “Perché questa è una merda. E tu sei uno stronzo. Tu e il capocantiere. Per me è no.”

Il concorrente ciondola, farfuglia frasi inudibili.

Prende la parola barbaccia. Scandisce una sentenza. “Signor plasticoso, mi dispiace. Togliti il grembiule. Ti sei impegnato per le tue possibilità, invero limitate. Torna pure al tuo cantiere. E adesso stop.”

Si spengono i riflettori, le telecamere.

Barbaccia continua, solenne, nel silenzio.

“Noi proponiamo cibi immaginari. Cuciniamo pesci che non esistono più, verdure incontaminate, animali estinti. Il nostro scopo è nutrire fantasie, non corpi, riempire desideri, non stomaci. Pochi portafogli possono pagare i nostri menu ma tutti possono sognare di assaggiarli. È l’unione perfetta del panem con i circenses.” Arriccia le labbra in un ghigno benevolo. “Per questo il tuo piatto non andava bene. Non è suggestivo, non evoca, non irretisce. Anche se in un prossimo futuro … chissà.”

I giudici a latere assentono.

“Portatelo via.”

Il concorrente, inebetito e sottomesso, venne fatto sfilare da una quinta laterale. E di lui, classicamente, non si seppe più nulla.

2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

Gnam.

Devo cambiare per un attimo discorso, perché il solo pensare alle imprese del Berlusca mannaro e a tutta la girandola di cazzate che i suoi pari sputano per metterci una toppa mi provoca orticaria, beri beri, sindrome di Korsakoff e altre somatizzazioni.

Però si tratta di qualcosa che comunque discende dallo spirito del ventennio berlusconiano (n.d.r.: piccole escrescenze rossastre spuntano sulle dita dei piedi e delle mani), fatto di incitazione al consumismo e al raggiungimento di pseudoobbiettivi di realizzazione personale e sociale (la macchinina fighina, il viaggetto esotichino, il lavorino patinato), a sua volta figlio – mi verrebbe da dire – di quell’edonismo reaganiano che – Roberto D’Agostino dixit – imperversò negli anni ’80.

Non so se avete notato: la saturazione dei programmi televisivi, dei giornali e delle riviste con articoli di argomento enogastronomico.

Vediamo e ascoltiamo chef professionisti o amatori all’opera; enologi e sommelier che consigliano abbinamenti; allevatori, pescatori, casari, agricoltori biologici e non, cacciatori, nutrizionisti, dietologi; e leggiamo recensioni di ristoranti stellati o ignote trattorie.

Insomma, chiunque è messo nella condizione di scegliere la migliore materia prima, preparare piatti succulenti, abboffarsi di cibi e vini con cognizione di causa; il tutto, in stridente contrasto sia con la cinghia sempre più stretta del cittadino medio, sia con il drammatico depauperamento delle risorse naturali.

Ma dove cazzo lo producono tutto ‘sto biologico in Italia se ogni anno viene meno un pezzo di terra grande come l’Alto Adige?

Per tacere della diminuzione delle scorte di grano (mica di papaya!), dell’inquinamento delle acque, delle morìe di pesci e uccelli, delle carestie africane, della fame e della sete in paesi remoti o vicini e del conseguente esodo verso luoghi più prosperi.

Quando ero piccolo, nei trasognati anni ’70, si parlava spesso e volentieri di ecologia, della Terra malata, di animalini in pericolo; c’erano libri e documentari; avevo persino un gioco che si chiamava “Ecologia”, con provette e alambicchi per misurare l’inquinamento dell’acqua e dell’aria; ed eravamo iscritti al WWF e all’Ente Protezione Animali, e impedivamo ai bambini cattivi di seviziare le lucertole.

Quando ero piccolo ci insegnavano ad amare la natura.

Adesso, ci spiegano come cucinarla.