Brevi 2.

I funzionari di Cancelleria di un remoto Ufficio del Giudice di Pace si ribellano al Giudice coordinatore. Pianti, assenze per malattia in massa, esposti, sciopero pignolo. Pretendeva da loro l’esecuzione di un compito ignobile e avvilente: lavorare.

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Bel concerto di chitarrista brasileiro accompagnato da avvenente e brava pianista. Il tipo seduto alla mia destra è avvolto da un’aura acida vomitevole. Reflusso esofageo, opino. Trascorro un’ora e mezzo rivolto, molto discretamente, verso la tipa alla mia sinistra.

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Pim pum pam. Crash. Bang bang. Bang. Ah. Ah. Aagh. Aagh. Bang. Pum. Pim. Aaaaah. Aaah. D-j-a-n-g-o. La “D” è muta. Dopo avere visto questa cazzata di film penso che, se l’aspirazione di Tarantino è quella di diventare un regista italiano di serie B anni ’70, sia sulla buona strada per realizzarla.

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Nel frammezzo.

Nel frammezzo, tra assisi alla Corte di Bethesda, scritti corsari e spadaccini al Tribunale di Pankow e gente che non paga perchè forse pensa che io abbia ricevuto una cospicua rendita unitamente alla laurea e debba svolgere volontariato sociale, ho trovato anche il tempo di leggere un libro e andare al cinema.

Il libro è “Le interviste impossibili”, di Giorgio Manganelli, scrittore e editorialista anni ’60 – ’80 eppertanto da me allora giovincello mai cagato.

Specie di Antologia di Spoon River di casa nostra, colleziona i dialoghi tra l’Autore e personaggi della storia: memorabili quelli con Tutankhamon e De Amicis; lo stile è accuratissimo, colto, ora secco e lieve ora cesellato e ridondante e, come nella tradizione del Manga, alterna momenti di improvvisa ilarità a riflessioni profonde, morali e filosofiche.

Poca spesa e molta resa: Adelphi tascabili a dieci Eurini tondi; tra gli altri della medesima collana, consiglio caldamente il godibilissimo “Mammifero italiano”.

Il film, invece, è “La talpa”, trasposizione dell’omonimo romanzo di Le Carrè (che fregherò, per opportuna rilettura, a casa dei miei): visto senza avvisare l’amico Ghino la Ganga e sollevandone, pertanto, le giuste rimostranze.

Si avverte, noi che c’eravamo, l’idea di ricreare, quanto a estetica e tempi cinematografici, un film degli anni ’70 ma patinato per l’attualità: da un lato, il sapore leggermente dimesso degli abiti e delle acconciature dell’epoca viene reso glamorous e appetibile (le Clarks, i vestitucci aderenti e di colori improbabili, i basettoni); dall’altro i silenzi e gli scricchiolii di scena, tipici degli sceneggiati, enfatizzano una tensione trasognata e intimista, lontana dall’andamento da videoclip al quale siamo noiosamente abituati, che vi fa trascorrere due orette in poltrona lisce lisce.

Un ottimo Gary Oldman è spia anziana, esperta, silenziosa ed efficace, accompagnata da una colonna sonora jazz riveduta e corretta all’oggi.

Coincidenze.

Quando uno decide fino all'ultimo del destino di sè come Mario Monicelli, cosa si può pensare?
Oltre ai pensieri di rito (è terribile, merita rispetto, aveva le palle), mi viene in mente un tormentone che lui amava ripetere, e che la moglie ricordava con affettuosa stizza: "Salutò sempre per primo".
Ecco, è forse qualcosa di consequenziale, connaturato, a un modo di vivere improntato a una scelta consapevole attuata attimo per attimo.
Al di là dell'oceano, domenica, è morto Leslie Nielsen.
Non stabilisco alcun parallelo; è solo una dispiaciuta coincidenza.
Ma è anche il venir meno di volti consueti dal panorama della mia vita: è la misura della mia età.

Cosabella.

Parecchie sere fa sono andato al cinema con il buon vecchio Ghino la Ganga ed altri amici/che a vedere “La prima cosa bella” di Paolo Virzì.
Ho pianto come un vitello, accuratamente cercando di dissimulare i lacrimoni con sollevamenti e stropicciamenti degli occhiali, ravviate dei capelli (e passaggio palpebrale del mignolo), discrete soffiatine di naso.
Non tanto per le sorti della mamma, che si intuiscono da subito, quanto per il complessivo infierire della nostalgia per la mia infanzia anni ’70: per i vestitini dei bambini, le canzoni, i tempi dilatati in cui tutto era possibile, le foto schiarite della famigliola (papà con il collettone della camicia sbottonato sul petto) e le sue disavventure, il rapimento in Alfa Giulia.
Ingenuità perdute.
La serata è finita in una pasticceria siciliana aperta tutta la notte, dove, per riprendermi, ho dovuto bere tre passiti.
A un certo punto è passata la cameriera con un vassoio di brioches ripiene di crema di nocciola, appena sfornate.
Gliene è caduta una. L’ho raccolta e l’ho mangiata.

Videocrazia.

A caldo, mi è piaciuta la scelta di RaiTre di mandare in onda il film “La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler” al posto della spodestata Ballarò, parallelamente alla megadiretta berlusconica di Porta a Porta: anche se la provocazione e la polemica che riconduco al gesto hanno il sapore polveroso e innocuo dell’epater le bourgeois anni ’60-’70, dello sberleffo del poveretto che diceva “cazzo” alla festa dei potenti o mostrava il culo in segno di protesta: che al giorno d’oggi non scandalizza – nè muove al pensiero – nessuno.
Veramente bellissimo il film, che non avevo visto al cine e che si attiene ai particolari della storia (perlomeno, come io l’ho più volte letta sui libri) fornendone una rappresentazione che soddisfa parecchio il mio immaginario.
Forse RaiTre avrebbe potuto osare di più: suggerirei, ad esempio, un’ora di trasmissione di un rullo con la dicitura “Berlusconi”, magari, per non annoiare troppo e creare variazioni sul tema, con i colorini o i caratteri che cambiano tipo screensaver, o che rimbalza, o che riempie iterativamente tutto lo schermo (il mattino ha l’oro in bocca); vogliamo addirittura parlare di rimandi a Andy Warhol e al Lou Reed di Metal Machine Music?
Il tutto, rigorosamente, senza alcun sottofondo musicale.

Watchmen.

Sicchè ho convinto i miei amici ad andare a vedere Watchmen, spettacolo 22.30.
Avevo letto il fumetto (adesso si dice graphic novel, con modaiola ipocrisia – o forse è l’ipocrisia a essere molto di moda) di Moore & Gibbons nell’88-’89, allegato in piccole dispense alla rivista Corto Maltese, ero giovane, ne ero rimasto affascinato, l’ho riletto e spizzicato dopo averne comperato la ristampa uscita tra i classici del fumetto di Repubblica (formato più grande, traduzione meno efficace).
Chi stronca il film non ha letto il fumetto, il libro, l’opera o come la volete chiamare.
È uguale: i volti degli attori sono identici a quelli disegnati, le scene riproducono minuziosamente quelle delle tavole: le differenze? Una colonna sonora potente (ammiccante alle ultime generazioni che si sono perse Dylan, Hendrix, K.C. & the Sunshine Band e via discorrendo) che accompagna gli accessi di iperviolenza di questi supereroi devianti, talune semplificazioni rispetto al soggetto originale, che non vi dirò e che nulla tolgono alla comprensione del messaggio, e una ulteriore sottolineatura dei caratteri dei nostri: del Comico, il cui amorale cinismo viene spinto sino all’estroflessione dei risvolti umani troppo umani dell’eroe negativo, dell’umile Rorschach, solitario alfiere di un’ossessiva ricerca della Verità e del Bene condotta con stoica spietatezza, maschera tragica e sacrificale, di Nite Owl e Silk Spectre, coreuti del contrappunto della ragionevolezza e dell’equilibrio, di Jon Osterman/Dr. Manhattan, divinità dal cazzone blu che tutto può e che risolve – assumendosene le colpe – i disastri dell’umano agire, di Veidt/Ozymandias, l’eroe-tutto-buono, un algido e machiavellico persecutore del fine giustificato da ogni mezzo che nessuno vorrebbe avere come amico.
Insomma, gli elementi della tragedia greca ci sono tutti, a inoculare, per chi li voglia comprendere (non è difficile), germi di riflessione sulla idiozia degli uomini, le degenerazioni del potere, la catastrofe ambientale.
Il film andrebbe proiettato nelle scuole o alla tele all’ora di pranzo.
Perché, come dice il Comico, il sogno americano "… si è avverato".

Il codice Fonzarelli.

Stasera ho guardato “Il codice Da Vinci” alla tele, canale 5, dopo avere scientemente snobbato il libro a causa della sua divulgazione (apparendomi una macchina da soldi fine a sé stessa) e – per convinzione derivata, oltre alla fatica di entrare in una multisala – il film, quando uscito: ma di lunedì sera, sul divano, con birretta e brustulini (nota: semi di zucca salati), beh, va di lusso.
Insomma, un bel giallozzo la cui soluzione passa per quella di sciarade più o meno giustificate da radicazioni reali: un po’ Sherlock Holmes, un po’ “I tre investigatori” (chi non ricorda la sagacia di Jupiter Jones ne “Il pappagallo balbuziente”?).
E alla fine, dopo il messaggio messianico (o antimessianico), le rivelazioni sul lato oscuro del clero, la scoperta che ci sono banche dove puoi entrare anche di notte girando una chiave a brugola in un foro, ho anche constatato che il film era stato diretto da Richie Cunningham: probabilmente designato da Howard e Marion e protetto da Ralph Malph per consacrare e propalare l’immane segreto di Dan Brown.
Nei successivi cinque minuti di zapping a scopo tisana mi sono poi imbattuto in “Matrix”, dove si faceva una esegesi del film e si intervistava una pletora di persone domandando loro “cosa ricordassero del racconto”: constatando allora che la quasi totalità non aveva capito assolutamente un cazzo (dal ragazzotto che riassume la trama in “ammazzano uno messo come Leonardo, poi trovano l’assassino ma non ricordo chi è”, al vigile che stava per dire che “il Graal era un bicchiere”).
Ho capito: è un effetto indotto (magari con parole alla rovescia o spot subliminali) inserito da Brown/Cunningham per selezionare solo gli adepti degni di avere memoria di colei che riposa sotto … sotto … come si chiama quel fiore? Cosa ho visto stasera? Il Bagaglino? Porta a Porta? Mah, improvvisamente sento l’inspiegabile bisogno di passare all’Isola dei Famosi…