Soddisfazioni.

È di grande soddisfazione scoprire che uno è giunto a leggere il tuo blog attraverso la ricerca di “culi aperti al massimo”.

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Omnis faber.

Silvio Berlusconi è senza dubbio un grande uomo, un uomo tutto d’un pezzo. Negli ultimi anni ha dovuto sopportare delle mazzate micidiali, che avrebbero messo in ginocchio chiunque altro.

1) Foto diffuse in tutto il mondo di lui con la bandana dopo il trapianto di capelli. 2) Foto parimenti diffuse in tutto l’orbe di lui con ragazze bionde, rosse e more nel giardino della villona in Sardegna. 3) Foto di lui in compagnia del primo ministro ceco Topolanek, adamiticamente ignudo, nella succitata villona. 3) Bassissime insinuazioni, una volta scoperti gli altarini del bunga bunga, circa presunti sussidi tecnico-medicali alle sue prestazioni amatoriali. 4) Difesa d’ufficio da parte di Putin in mondovisione: “Se fosse stato gayo, non gli sarebbe successo niente”. 5) Frequentazione pressoche quotidiana di Bondi, Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi, Alfano, Santanchè, Gelmini, Bernini, Gasparri, Brunetta, Ghedini, Capezzone.

Cazzo, speriamo solo, in questi tempi che puzzano maledettamente di venticinque luglio, che non sia fatale il sentirsi diversamente sé stesso.

Twilight zone.

Ci sono cose in cielo e in terra – Orazio – che risultano inspiegabili, misteriose: come abbia potuto presiedere il Consiglio dei Ministri uno che riceveva il Premier inglese con la camicia aperta fino all’ombelico e il capo coperto da una bandana; la relazione tra l’architettura di Stonehenge, i convegni dei druidi, le orbite solari, i cerchi nel grano; la diffusione mondiale della pizza a scapito di quella delle termiti fritte o della ‘nduja.

Infine, cosa passi per la mente delle donne.

C. a J. p. e d. (commento a Julius, prima e dopo).

Continuo, perché ancora ce n’è.

È più facile trovare un uomo astratto di una donna astratta.

Una donna è concreta. Se fosse diversamente sarebbe una disadattata, o una troia – nel senso comune – cioè una facile, leggera, che la dà senza badare al tornaconto: da un altro punto di vista, una benefattrice.

L’amore, secondo una amica, è “la condivisione di un mutuo”.

E tra uno che dedica “questo mio ponderoso scritto sulla misoginia” e uno che la invita a mangiare una pizza, è più probabile che una donna scelga il secondo.

Quod non est in actis non est in mundo, recita un brocardo. Una pizza è tangibile. “Una pistola è una cosa”, faceva dire Drieu de la Rochelle/Louis Malle al protagonista di “Fuoco Fatuo”.

Saltando di palo in frasca, e in chiave unisex, il brutto accade quando in amore ci si consegna all’amato bene perché si ha cieca fiducia in lui/lei, reputandolo deputato a capirci, autorità suprema in grado di giudicarci.

Il brutto non sarebbe la fine dell’amore. È quando la fine dell’amore è determinata dal rifiuto di quello che siamo, è associata alla negazione totale di quello che siamo, che, in quanto proveniente dalla persona nella quale più crediamo, è tanto più devastante e senza possibilità di riscatto. *

La vita, in questo caso, è di per sé stessa espiazione.

“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla” (Pavese).

* [Aggiunta del 08.05.2012]

A meno che il riscatto non provenga dalla stessa persona amata, che – di solito – è in tutt’altre faccende affaccendata e/o non si sogna nemmeno lontanamente di aver fatto un danno.

Innamorati, ci specchiamo nell’amore dell’altro. A un certo punto lo specchio riflette un’immagine mostrificata e deturpata. In questo senso ha effetti azzeranti il trasmettere un concetto come “mi sono sbagliata, ti credevo diverso” oppure “sei il più grande pacco della mia vita”: l’autostima cala con la stessa inesorabile rapidità di un paio di braghe XXXL senza cinta.

La letteratura favolistica è piena di principi inappetenti che muoiono per inedia, principesse roccificate o inumate in bare di cristallo, che trovano il risveglio alla vita nel bacio della persona che ne ha il potere su di loro.

Pensateci. Nulla è più reale delle fiabe.

Julius, prima e dopo.

“Se continui cossì mi fai venire … … oh, Jules” gemette Kate contraendosi tutta intorno a lui.

Julius Royce era un bell’esemplare di nero quarantenne, slanciato e muscoloso, consulente finanziario in proprio con una piccola scorta di clienti fidati; Kate Ellis, di poco più giovane, minuta e formosa dove serve, lavorava come quadro in una importante organizzazione sindacale.

Il carattere determinato di Kate poteva far supporre una sensualità a base di latex, cuoio e frustini (e più di un amante si era presentato a lei con una valigetta colma di inquietanti accessori), dissimulando per vero una passionalità dolce e una controllata lascivia nelle quali l’intelletto e i baci di Julius si incastravano come tessere di un tangram celeste.

Julius aveva, come tutti gli uomini, qualche piccolo difettuccio. Un paio parevano a Kate particolarmente significativi: un figlio che era la luce dei suoi occhi e una moglie alla quale li avrebbe volentieri cavati.

“Donc?”

“Donc che?”

“È francese. Vuol dire dunque, allora. Quando ti decidi. Vorrei vivere con te davanti a tutti, averti per me. Diglielo. Non posso perderti ma non riesco a stare da sola. Fai qualcosa per me.”

“Detesto il francese. Lingua da debosciati e da ambasciatori. Sciscì, sciscià. Mangiarane a tradimento. Non sei sola, mi hai. Completamente. Devo sistemare un paio di cose, amore mio. Lo sai, non è semplice.”

“Qualunque cosa sia, falla. E falla in fretta.”

*

Si erano visti a Natale, lei lo baciava (oh Jules) con il consueto abbandono. Ma. Una nuova foga nello spingersi della lingua. Asincronia. L’alito?

“Ho trascorso un bruttissimo autunno, Jules. Non ti facevi vivo per giorni. Volevo venirti a trovare e ti sei tirato indietro. Sai come sono, ho bisogno di calore, di presenza. Dove andrai in ferie?”

“Ho promesso a Chet di portarlo al lago. Hai conosciuto qualcuno?” lasciò cadere.

“Sì.”

Preferì non approfondire.

Era appena rientrato dalle vacanze quando Kate gli telefonò per dirgli che era finita.

*

Julius Royce trascorse qualche settimana di sorprendente assenza di dolore. Lavorava a più non posso, con la mente sgombra. Credette addirittura si fosse risolto un problema che lo aveva a lungo assillato. Invece era solo la narcosi che precede il risveglio da un brutto intervento chirurgico.

L’assenza lo allagò d’improvviso alle quattro di un pomeriggio. Le scrisse, d’impulso, una lettera. Senza risposta. Poi spedì un libro.

“Grazie del tuo pacchettino. Ciao” recitava laconica la mail, qualche lunedì seguente.

*

Sollevò la cornetta al primo squillo.

“Ciao Jules. Come va?”

“È meraviglioso sentirti. Piaciuto il libro?”

“Sì, carino. L’ho trovato al ritorno dal viaggio.”

“Lavoro, come sempre, o una meritata vacanza?”

“Vacanza, vacanza. Come stai?”

“Mi manchi. Mi manchi tanto. Tutto quello che faccio è un diversivo per non pensare a te” confessò. Un percettibile tremito.

“Oh, Jules. Non è possibile. Datti una calmata. Come puoi dire che io ti manchi? Mi lasciavi sola per settimane. Non mi scrivevi. Dicevi che avremmo vissuto insieme e non l’hai fatto.”

“Conosci i miei problemi.”

“Dicevi che mi amavi e non hai fatto niente per dimostrarmelo.”

“Ma io ti amo. Più di qualsiasi altra cosa.”

“Cosa intendi per amore, Jules?”

“È la consapevolezza di non essere soli. È un filo tra due persone che niente potrà mai spezzare.”

“No, Jules. Amare è presenza. È coraggio nelle scelte. Dedizione, impegno. L’amore mentale non mi basta. Dovevi rendere pubblico il tuo sentimento, se vero, e agire di conseguenza. E non l’hai fatto”.

“…”

“Avevi detto che mi saresti venuta a trovare, e…”

“…”

“E non l’hai fatto.”

“Ho pensato tanto. E ho capito. Prometto, giuro, che farò tutto quello che posso, che devo. Di tutto.”

“Mi spiace. Meglio che tu lo sappia subito, prima di apprenderlo da qualcun altro. Ho un compagno. È un uomo di valore. È intelligente, come te. E in più si dà da fare per me. C’è. Conviviamo.”

Mucose della bocca felpate. Gambe, schiena irrigidite. Il telefono era un’incudine. La gola ingrossata strozzava una voce che non era la sua. “Ma io ti amo. Ti amo! Tu mi ami. Mi amavi. Come hai potuto?”

“Mi spiace, Jules. Anche i grandi amori finiscono. Non hai creduto che io potessi offrirti un amore caldo, rassicurante, ospitale. Per questo ti ho lasciato. È un treno partito che non torna. Fattene una ragione.” Sillabava le parole con la durezza di un calvinista che sbatta una Bibbia sul muro.

Clic.

Ristette in poltrona. Si guardò le grosse mani nere. Una sinfonia di strumenti neurali risuonava incessantemente in un folle tango corticale.

*

Fastforward.

In un futuro prossimo troviamo un Julius Royce spelacchiato e spiritato scrivere a man salva innumerevoli lettere d’amore. E lei a rispondergli. Si sentivano, più di prima. Un tormentoso e irrisolto amplesso epistolare che lo aveva svuotato. Lavorava poco. Kate insistette per vederlo e parlargli.

Elencava con metodica precisione, seduta di fronte a lui, tutte le sue manchevolezze. Julius ascoltava attentamente e poco replicava. Fino a quando, ore dopo, con lento fluido fermo movimento le sfiorò il dorso della mano.

Respiravano adesso l’uno dal respiro dell’altro.

“Oh, Jules … fammi venire. Mettimelo dentro piano, come sai fare tu. Ti ricordi?”

Ricordava. La cartografia del corpo di lei, territori minuziosamente esplorati variamente contraddistinti delle granature della pelle. Il piacere condiviso, tanto da poter avvertire quello di lei come fosse il proprio (ed era sicuro che lei sentisse allo stesso modo il suo in un rimando empatico e circolare). E ancora – e a questo ricordo il suo sesso non poteva fare a meno di sussultare – le confidenze bisbigliate alla penombra di una coltre, in mano una tazza di caffelatte tiepida e complice, carezzandosi l’anima. Sì, ricordava. Ricordava tutto.

“Come si chiama? Chi è? Lo lascerai?”

“Jimmy … John. John. Non lo so. Lo amo. Non so. Nessuno in vita mia mi ha mai fatto godere come te. Mi capisci senza bisogno di parole. È strano. Amo anche te. Vi amo entrambi. Come in quel film francese.”

“Francesi, francesi. Dimmi qualcosa. Non riesco a stare così.”

“Non so. Abbiamo in programma un viaggio insieme. E ho bisogno di riflettere.”

*

(Suite en sous – sol)

Il tempo non è galantuomo, cogitava Julius nelle dilatate ore durante le quali contemplava ingobbito l’inutile sussidio tecnologico di uno schermo senza risposte, eloquente e beffarda metafora dell’impenetrabile limbo nel quale lei si era dissolta.

Telefonata.

“Ciao Kate. Scusami ma non ce la faccio più. Non ti sento più. Non sento più la tua presenza. È come se una tenaglia mi strappi qualcosa da dentro. Avevi detto di amarmi ancora.”

“Julius, è difficile da dire ma ho fatto una scelta. Era necessario. Quello che mi ha detto, che mi hai scritto, avrebbe dovuto succedere prima. Ti prego di ascoltarmi. Non potrei ritornare con te: e non ritornerei con te anche se fossi libera. Mi hai deluso, Julius. Ti credevo diverso. Non mi fido più di te. Anche dopo il nostro ultimo incontro non ti sei dato da fare, non hai fatto niente. E permettimi di dubitare, a questo punto, anche della tua capacità di arrivare a fine mese. Ho bisogno di sicurezza.”

“Ti prego. Ti prego. Ti prego. Dammi un segnale. Dimmi qualsiasi cosa io possa fare per dimostrare che ti amo e la farò.”

“Mio Dio, Julius. Come puoi essere così dipendente dagli altri? Sono io che ti prego: lasciami perdere. Per il mio, per il tuo bene.”

“Morirò. Morirò. Mi ammazzo. Ammazzo tutti.”

“Non credo proprio”, concluse Kate con un accenno di riso.

Clic.

Nel tambureggiare ottundente di miriadi di connessioni sinaptiche, Julius catalizzò il lampo di un pensiero: non aveva mai coltivato un progetto in una vita altrimenti dominata dal caso: e, allorquando il caso glie ne aveva offerto un’opportunità, non se ne era reso conto e l’aveva fatta sfuggire.

Non lavorava più; appariva permanentemente estraneo e assente, vagamente brillo e aveva truffato i pochi clienti rimasti appropriandosi del denaro consegnato per gli investimenti: conseguendone il rapido diradamento delle amicizie e la fuga della moglie, ritiratasi in casa dei genitori seco conducendo il figlio.

Quando una notte insana, saturo dell’angosciante refrain della compulsione, compose il numero familiare.

Gli rispose una voce che sapeva di dopobarba.

“Allora? Lei ha riconosciuto la chiamata. Non ti vuole parlare. È di là che piange. Non ti sembra di averle fatto abbastanza male? Senti, cazzone, non so cosa ci sia stato fra voi due e non lo voglio sapere. Lei adesso sta con me. Se tu avessi mosso quel culo di piombo le cose forse sarebbero andate diversamente. Ma adesso ci sono io. Capito? Ti saluto, pallemosce.”

Clic.

Reputandosi uomo serio e maturo, Julius da uomo maturo cominciò a bere. Cioè sul serio.

Vino rinforzato. Torcibudella. Cisco. Thunderbird. Mad Dog 20/20. Spacca il cervello e fonde le viscere.

Salvo contemplare sconsolato, l’addì seguente, gli scisti marmellatosi delle proprie evacuazioni mattutine.

La moglie gli portava, una volta a settimana, pacchetti di vettovaglie, trovandolo coricato sul divano a fissare, con occhi sbarrati, le peripezie degli uccelli nel riquadro di cielo della finestra.

Una sera, la finestra era aperta. Lui non c’era; il divano recava impressa la sindone del corpo. Le tende sventolavano lievi come pallidi battiti d’ali nel novilunio.

*

Julius Royce giunse in città un paio d’anni dopo alla guida di una Caddy lunga un chilometro. Più o meno come le gambe della sventola che stese secchi i capannelli di uomini che stazionavano davanti al Venue, dove loro avevano preso alloggio. Presto rimbalzò voce che era diventato un pezzo grosso della DeBoer e doveva incontrare sindaco e maggiorenti vari per un accordo finanziario. E che la gnocca era una segretaria “particolare”.

Dopo l’appuntamento era rientrato in camera, si levava la giacca.

Kate entrò senza bussare, senza fare rumore.

“Jules. Tanto tempo. È così che ti voglio. Congratulazioni. Un uomo vero. E che uomo! Sai, ti donano quelle sfumature grige, quelle rughettine.”

“…”

“Con Jimmy è acqua passata. Non lo sopportavo più, o lui non sopportava me. Troppo normale. Banale. Dietro al lavoro. Asfissiante. E tutte quelle vacanze inutili. Alla fine dormivo da sola.”

“…”

“Oh, Jules, mi mancano i tuoi baci. So di avere sbagliato, sono stata una stupida. Non avrei dovuto comportarmi così. Ma adesso abbiamo molto da dirci.”

Avvicinava il viso, serio e sorridente, al suo. Lui la lasciò fare, i baci erano quelli di una volta, e quando lei gli slacciò la patta e gli prese il glande tumefatto si accasciò sul letto. Non aveva mai sopportato l’atto servile di una donna inchinata.

Le siringò in bocca, minuti dopo, qualche centimetro cubo di sé. E fu tutto.

Lei si era alzata e diretta allo specchio. Si spiluccava un pelo dal labbro. Si rimetteva il rossetto.

“Sai, Jules. Ti ho molto pensato. Non avevo più notizie di te. Ero preoccupata. Ma sei tornato. Sei libero. Sei cresciuto. Possiamo riprendere. Non ripetiamo gli stessi errori.”

Si girò.

La stanza era vuota.

[Nota:

È l’ennesima parabola della serie “disastri amorosi” e sarà anche l’ultima. Scrivere roba così costa fatica, è una specie di discesa negli inferi. Ero indeciso se pubblicarla o meno; alla fin fine ho pensato che sarebbe stato inutile sudare sangue per poi tenere il racconto nel cassetto. Il senso del quale? Mah, più o meno che quando una rinascita è attribuibile solo ed esclusivamente alle nostre forze possiamo apprezzare l’oggetto amato, disvelato dai paramenti di Amore, per quello che è: un autentico, incommensurabile pezzo di merda. Dopodichè, non so perché mi venga da scrivere roba così. Una volta, in alta montagna, sono franato sotto il peso di uno zaino monolitico davanti a un ciuffo di stelle alpine. Ne ho colta una e l’ho regalata alla morosa dell’epoca. Più tardi seppi che lei si calava di estasy in giro per locali e si ingozzava della sborra dei vari maschietti raccattati nel corso dello sballo. Forse è per questo. O forse è la maledizione della stella alpina. O forse perché, come tutti quelli a cui viene da scrivere roba come questa, non sono altro che un gran bastardo, un miserabile Orfeo disposto – volgendosi scientemente alle porte dell’Ade – a barattare l’amore di Euridice per un briciolo di ispirazione.]

P.S.: e come sempre: figa, cazzo, culi sfondati.

Cazzo, figa, culi rotti.

Vedo che farsi il mazzo – a prescindere dal merito, che può essere opinabile fin che si vuole – per scrivere robe come l’ultima non paga in termini di share.

Per cui ribadisco:

cazzo, figa, culo, troie, sborra, sborrate in faccia, bukkake (quelle tipe orrendamente glassate da quattro deficienti che si fanno le seghe), culi aperti con il crik, cento cazzi nel culo di una troia bagasciona, fetish & bondage, palle squartate con lamette da barba arrugginite, pompini, bocchini e sissignori, venire sulle tette, spagnola, slurparsi le piccole labbra come un mottarello: senza trascurare, dulcis in fundo e come nota di cultura generale che rovina parzialmente il pezzo, l’imperiale (posizione “a pecorina seduta”, assimilata a quella del cocchiere a cassetta in una carrozza, noblesse oblige).

9 marzo: festa della fregna.

Tra lavoro e preoccupazioni varie non ho molto tempo di scrivere, ci sono post in cantiere che languono e ha smesso di nevicare.

Però mi sento ancora appiccicaticcio dagli articoli caramellosi che ieri imbrattavano un po’ tutti i quotidiani, e la condizione delle povere donne qui e là, ancora nel 2012 trattate come oggetti, la violenza sulle donne deve cessare, non occupiamo le posizioni lavorative che ci spettano e via con il solito chiagne e fotti, che noia, che uggia, vorrei qualcosa di nuovo.

Diciamoci perciò una grossa, scomoda, polemica e politicamente scorrettissima verità: la figa è, da sempre, il principale strumento di lavoro femminile.

E, negli ultimi vent’anni, strumento di lavoro positivamente affermato e addirittura istituzionalizzato: branchi di troie hanno occupato, non solo per lo sfruttamento della controparte maschile ma con il consenso, il plauso e il profitto della categoria muliebre, posizioni chiave ai massimi livelli del potere; l’essere troie è ampiamente legittimato – che c’è di male? – e nessuno più si stupisce, tantomeno le donne stesse, se la passera viene proficuamente utilizzata per realizzare le proprie aspirazioni, potendosi dire così finalmente raggiunto il traguardo di una tanto sospirata parità sessuale.

Al contempo è visibile a tutti il drammatico decadimento di competenze e professionalità femminili: è molto più comodo e facile darla via anziché sbattersi a studiare o farsi il culo, anch’esso peraltro massicciamente usato non per scopi suoi propri.

Però il chiagnefottismo paga: c’è la scrittrice che vince il premio letterario pinco pallo compitando paginette degne di un temino di terza elementare, se va bene, o l’attrice acclamata che potrebbe egregiamente ricoprire il ruolo di protagonista in una azione di bukkake.

E per una che si impegna veramente ce n’è uno stuolo che avanza inesorabile ottenendo lavoro, benefici o protezioni maschili grazie alla propria passerina, concessa, sospesa o semplicemente fatta annusare.

Le sbarbe, poi, hanno capito benissimo la lezione e fra le più giovani l’equo scambio tra una pompa e una ricarica del telefonino, una sveltina e un ingresso in discoteca è prassi tranquillamente vigente, socialmente consolidata; la figa come mezzo di controllo e gestione di allupati, testosteronizzati maschietti.

Ok, si potrebbe rivendicare, con sano antico fallocentrico orgoglio, il primato del cazzo: salvo poi squinternarsi di seghe.

Vero, gli atti di violenza sulle donne sono su tutte le pagine dei quotidiani e sono riprovevoli, certo ingiustificabili a prescindere: sarebbe però anche il caso di indagare sui motivi scatenanti, insiti nelle pieghe del rapporto e che non fanno notizia, sui perché i miei colleghi maschi, a un certo punto, si comportino come bufali ottusi e impazziti in un negozio di cristalleria: sulla crescente inadeguatezza maschile a rispondere, forse, a mine di profondità tanto silenziosamente quanto efficacemente temporizzate a esplodere nella coscienza di un uomo al quale si chiede, comunque e sempre e nonostante tutto, di esercitare il difficile mestiere di essere uomo, di pazientare, di essere forte.

E così, dopo la festa della donna dell’8 marzo, le bande di donne scatenate a consumare il trito rito dello spogliarello maschile, gli articoloni melensi sulla triste realtà femminile, arriveremo prima o poi al rovesciamento totale dei costumi, alla festa dell’uccello, e cammini per strada con lo sperma in circolo dopo mesi che te la danno/non te la danno a prezzo di paletti, precondizioni e fil rouge da superare, vedi una che ti tira, la ingroppi e tutti vissero felici e contenti.