Europeidi.

Perché, diciamoci la verità: delle elezioni del Parlamento europeo non è importato mai un cazzo a nessuno. Salvo, da un paio di tornate, accorgersi che essere eletti a Bruxelles e fare i propri porci comodi lontani da occhi indiscreti, e soprattutto lontani dall’aula, era una figata.
Stavolta, poi, tutti attribuiscono un peso decisivo ai risultati secondo il noto principio della farfalla e del tornado, per cui alla scoreggia di uno scoiattolo in Canada devono corrispondere l’immediata crisi di Governo e lo scioglimento delle Camere in Italia.
Le forze impegnate nella disputa – quelle più pittoresche – sono sostanzialmente tre.

I renziani, riconducibili a un piacione fiorentino, i quali vorrebbero un’Europa più piaciona e il ripristino del potere bancario fiorentino.

I grilliani, che vorrebbero assicurarsi dei seggi in Europa allo scopo di abolire l’Europa e l’Euro e imporre lo Stato di Natura.

I berlusconiani, trascinati da un capopopolo condannato (a puro titolo personale avrei auspicato la sedia elettrica come misura alternativa alla detenzione, così ce lo levavamo dalle scatole una volta per tutte), i quali non vorrebbero null’altro che il capo sia libero di fare quel che gli pare.

Grazie ai grilliani, e nel solco già aperto da Berlusconi, il logos politico si è di recente ulteriormente stilizzato a tutto vantaggio della comprensione: “cazzo dici”; “sta’ zitta, troia”; “coglione”; “fatti inculare”.

Va rilevato a margine, a proposito della nostra immagine in Europa e di come consideriamo noi i nostri partners più avanzati, l’episodio accaduto nel corso della puntata di Omnibus di stamane. Constanze Reuscher, giornalista del “Welt” da parecchio in Italia, diceva desolata di ascoltare da vent’anni chiacchiere sulle riforme elettorali e istituzionali e di non avere assistito a nessun mutamento sostanziale (tutti i giovani disoccupati, nessuna agenda programmatica di “come si vorrà il Paese” nel prossimo futuro, nessuna strategia in politica estera ed economica nel mutato assetto internazionale). I giornalisti presenti, in primis la conduttrice, la guardavano con gli occhioni sgranati commentando “ma … il porcellum … non si può” e scotendo il capo come a dire che, poverina, non poteva comprendere la finezza e la preminenza di siffatto italico dibattito rispetto a ogni altro problemucolo.

Questo lo stato delle cose: e, come sempre, vinca il peggiore.

(p.s.: scusate tutti se scrivo poco; ma sono in tutt’altre faccende affaccendato)

Omnis faber.

Silvio Berlusconi è senza dubbio un grande uomo, un uomo tutto d’un pezzo. Negli ultimi anni ha dovuto sopportare delle mazzate micidiali, che avrebbero messo in ginocchio chiunque altro.

1) Foto diffuse in tutto il mondo di lui con la bandana dopo il trapianto di capelli. 2) Foto parimenti diffuse in tutto l’orbe di lui con ragazze bionde, rosse e more nel giardino della villona in Sardegna. 3) Foto di lui in compagnia del primo ministro ceco Topolanek, adamiticamente ignudo, nella succitata villona. 3) Bassissime insinuazioni, una volta scoperti gli altarini del bunga bunga, circa presunti sussidi tecnico-medicali alle sue prestazioni amatoriali. 4) Difesa d’ufficio da parte di Putin in mondovisione: “Se fosse stato gayo, non gli sarebbe successo niente”. 5) Frequentazione pressoche quotidiana di Bondi, Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi, Alfano, Santanchè, Gelmini, Bernini, Gasparri, Brunetta, Ghedini, Capezzone.

Cazzo, speriamo solo, in questi tempi che puzzano maledettamente di venticinque luglio, che non sia fatale il sentirsi diversamente sé stesso.

Esecuzione.

Procedura penale è stato il mio incubo per un anno di università. Mi faceva schifo. Consiste in una serie di elenchi e liste da imparare a memoria. Così l’ho dovuto ripetere tre volte e ha mandato a picco la mia media annuale di esami. Alla fine lo sapevo benissimo, in modo supermetabolizzato e, da qualsiasi parte avessero cominciato a interrogarmi, avrei potuto sciorinare tutto il codice.

Piccolo dettaglio: le ultime venti pagine del mio libro – fitto di freccine, sottolineature, rimandi, glosse tanto da avere raddoppiato lo spessore – erano liscie e bianche. Trattavano della Magistratura di Sorveglianza e io mi ero convinto che la Magistratura di Sorveglianza fosse un organo inutile; così mi ero rifiutato a priori di studiarle.

All’esame, dopo una interrogazione brillante il professore mi fa: “Adesso mi parli della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di parecchi minuti. “Mi dica le funzioni della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di diversi secoli. Occhi negli occhi. Nessuno fiatava in aula. Non dico che voto presi, ma credo che se avessi studiato la Magistratura di Sorveglianza avrei sbancato.

Anni dopo dovetti imparare a cosa serve la Magistratura di Sorveglianza e, in soldoni, capii che serve a badare tutto ciò che accade dopo una sentenza di condanna penale.

Così, a Berlusconi, condannato con sentenza irrevocabile (cioè non più suscettibile di essere impugnata) a un anno di reclusione, è stato notificato un ordine di esecuzione della pena ex art. 656 c.p.p. Come tutti i suoi pari, cioè i condannati a pena detentiva inferiore a tre anni, gode di una sospensione dell’esecuzione di un mese (anzi, trenta giorni), entro il quale può presentare alla Magistratura di Sorveglianza competente per territorio istanza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dagli artt. 47 (affidamento in prova al servizio sociale), 47 ter (detenzione domiciliare) o 50 comma 1 (semilibertà) della L. 354/75: cioè non una legge approvata adesso a suo uso e consumo ma esistente da tempi non sospetti.

L’affidamento in prova si concede, di prammatica, a uno che dispone di una stabile residenza e di un regolare lavoro e si pensa che facendo il bravo fuori dalla galera si possa reinserire positivamente nella società. Berlusca, che di residenze ne ha a bizzeffe e non ha problemi di reperire un lavoro (basta si faccia assumere in una delle sue società), dovrebbe farcela. Poi, non è che l’affidamento in prova consista nel lavorare in un ospizio a pulire il culo ai vecchi o stronzate simili che dicono i giornali. Uno continua a fare il suo lavoro, viene seguito dai servizi sociali e, se fa il bravo per tutta la durata della pena, questa viene estinta.

La detenzione domiciliare si concede a chi ha superato i settant’anni e che cos’è lo dice la parola stessa. Non va confusa con gli arresti domiciliari (art. 284 c.p.p.) che sono una misura cautelare, applicabile (in presenza dei presupposti di cui all’art. 274 c.p.p.) prima del processo.

La semilibertà si concede per pene detentive da eseguirsi non superiori a sei mesi e consiste nel trascorrere parte del giorno fuori dalla galera per partecipare ad attività utili al reinserimento.

Sicchè, da un punto di vista puramente tecnico, sto aspettando le altre sentenze per vedere cosa combineranno i suoi legali, in fase esecutiva delle pene e davanti alla Magistratura di Sorveglianza, per parare il culo all’illustre condannato.

Sette anni.

Non è che Berlusconi sia cattivo. Gli manca forse la percezione del disvalore – se non altro, in senso ampiamente etico (cioè come scostamento da condotte socialmente reputate convenienti) – dei fatti: poiché pare sia un fatto incontestato che, una notte del 2010, telefonò alla Questura di Milano chiedendo (i motivi sono insignificanti, mero contorno) il rilascio di una ragazza ivi trattenuta perché sospettata di avere rubato del denaro, e spedì a prelevarla un Consigliere regionale del proprio partito.

Berlusconi non se ne capacita; sbarra gli occhioni, come Schillaci ammonito, come un bimbo che chiede “cosa ho fatto?”.

Questo fatto è alla base della massima parte della commisurazione della pena: che è operazione puramente matematica, non frutto di arbitrio dei giudici: sicchè non ha senso parlare di “condanna esagerata”.

Come pure non ha senso parlare di sentenza “eversiva”, o di sentenza “politica” – e chi intende le cose in questo modo rende un pessimo servizio al sistema democratico e dovrebbe ripetere l’esame di diritto costituzionale per farsi una ragione della esistenza dei poteri statuali e della loro separazione.

È inevitabile che una sentenza, quale che sia, abbia anche riflessi “politici”, in quanto destinata a imprimere effetti su assetti sociali, e tantopiù se si tratti di una sentenza penale che investe un esponente della classe politica; ma è del tutto improprio, inaccettabile, qualificarne la natura o la finalità come intrinsecamente “politiche”.

È del pari improprio – e leggermente ipocrita – affermare che le sentenze si “rispettano” (traducendo in italiano: “ragazzi, chiudete la porta se no si sentono i botti dello champagne”).

Puoi rispettare o non rispettare qualcosa se così facendo te ne puoi sottrarre, o puoi modificare: ma una sentenza “è”, ineluttabilmente, e non le importa nulla del tuo rispetto o non rispetto; oppure, se si è parti in causa, può essere eseguita spontaneamente o coattivamente o può essere impugnata nei modi di Legge.

Su un piano diverso, umanamente comprensibile, si pone il commento da bar dei cinquanta milioni di giuristi nostrani: “godo come una bestia”, “diobono”, “una mazzata ingiusta” e via sentenziando.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Santusconi.

Mi sono visto – non ho potuto esimermi – Servizio Pubblico, iersera.

L’obiettivo, immanente, di cuocere a fuoco lento Berlusconi dopo anni di confronti indiretti, mi pare solo parzialmente centrato.

Santoro e Barlusconi sono due pesi massimi, due uomini in grado di suonarsele per davvero; eppure il match è stato – per la gran parte della trasmissione – signorile, e ciascuno potrà dire di esserne uscito bene.

A Berlusconi vanno tributati il coraggio di averci messo la faccia e la prestanza fisica per avere retto circa tre ore di diretta televisiva, a volte parando (pur nella opinabilità del pensiero) con serietà le stoccate degli intervistatori, a volte ricorrendo a espedienti da vecchio imbonitore nello snocciolare circostanze non verificabili.

Peccato per la caduta di stile finale, dopo il discorsino sottile di Travaglio: la monotona lettura di uno scritto preparato da altri da parte di Berlusconi (evitabile?), l’interruzione e la mancata stretta di mano da parte di Santoro (evitabili? pareva serio e assente durante le vignette di Vauro, come rimuginando un rimorso): ma toni accesi forse attesi da tutti.

E poi?

Volendo trarre dei significati ulteriori rispetto al merito, irrilevante (perché più che l’arrosto qui si è visto, e ha contato, il fumo, un gran bel pezzo di televisione, ottimo spettacolo, intrattenimento puro, e gli italiani trarranno – come sempre – le conseguenze politiche che più gli piacciono dalla simpatia verso gli atteggiamenti dei contendenti più che dalla sostanza), credo – a mio parere – che abbiano dannatamente ragione i radicali quando sostengono che vadano ripristinate le tribune politiche, che la politica televisiva non possa più passare attraverso i talk show.

La formula è frusta; e penso che la gente sia stata già abbastanza vessata dai dibattiti degli ultimi dieci e rotti anni, in cui i protagonisti si scannavano a botte di dati incontrollabili (“il 15% del 10% …”), insulti più o meno volgari, affermazioni autoreferenziali (“noi abbiamo fatto … voi non avete fatto …”); li evito accuratamente da mesi e mesi.

Insomma, quello che provo è di avere assistito a una rappresentazione in via di declino: un malinconico Buffalo Bill Wild West Show dove decrepiti cow boys, cavalleggeri e pellerossa trotterellavano stancamente, consapevolmente, in un’ultima sarabanda.

À rebours.

Di solito, quando si pesta una merda, non si torna indietro per impiastricciarsi tutta la scarpa onde far penetrare la sostanza escrementizia nelle più intime fibre e cuciture della suola, della tomaia.

Chissà se l’italico elettore si lascerà sfuggire la preziosa occasione di completare l’opera.