Ruzinojus.

Le recenti sentenze penali che hanno destato scalpore (Cucchi, L’Aquila e, da ultima, Eternit), al di là delle condivisibili ragioni di diritto che le hanno determinate, dimostrano l’inadeguatezza, l’inaffidabilità e la sostanziale inefficacia del sistema di diritto penale italiano nel suo complesso considerato (regole sostanziali, regole procedurali, metodi di indagine) ad affermare una responsabilità di tipo penale, a sanzionare tale responsabilità con una pena quale che essa sia, a risarcire conseguentemente alla affermazione della responsabilità le persone danneggiate dal reato.

Esemplare – da ultima – la sentenza Eternit laddove, alla stregua del capo di imputazione contestato al supponente riccastro (eppertanto in nuce antipatico: vieppiù, e fino al midollo, leggendo le sue esecrabili e vergognose dichiarazioni circa “teoria del complotto”, “processi ingiustificati in violazione dei principi del giusto processo” e aspettative che “ora lo Stato italiano lo protegga da ulteriori e che archivi tutti i procedimenti in corso”), la Cassazione non poteva che pronunciare la prescrizione: la quale, compiendosi nel caso di specie in quindi anni, e cessata la condotta dolosa nel 1985/86 con la chiusura degli stabilimenti, si sarebbe compiuta andando a spannella nel 2001 o 2002: prima della fine del giudizio di primo grado, travolgendo anche la condanna al risarcimento del danno (se matura dopo la sentenza di primo grado, il risarcimento viene confermato).

Questa eventualità credo fosse nota e arcinota a tutti quanti gli addetti ai lavori coinvolti nel processo, in primis ai miei colleghi che ora cadono dalle nuvole.

Posto che la prescrizione significa che il reato è stato accertato e la responsabilità penale affermata (il che costituisce un buon presupposto per risarcimenti epocali in sede civile) è drammaticamente vero che, nella maggior parte dei casi, i giudici penali si siano trasformati in tristi macinatori di prescrizioni, con frustrazione delle persone offese, sgomento e scompiglio nell’opinione pubblica che non capisce la differenza tra proscioglimento e assoluzione, sconcertanti dichiarazioni di imputati e colleghi che parlano di brillanti assoluzioni, e stampa nazionale, tutta quanta (non solo i vari giornali e liberi, per i quali la deformazione della realtà è prassi) salvo rare eccezioni, a fomentare incultura e casino vuoi per totale ignoranza della materia trattata, vuoi per ammiccamenti a un giornalettismo da rotocalco buono per far tirare le vendite vellicando gli aspetti più coreografici della vicenda e gli istinti più bassi della gente: vai con la telenovela, l’occhio della madre, la carrozzella, uamm uamm.

Il problema – di inefficacia del sistema penale e di irresponsabilità dei media – si è tragicamente riproposto nel diverso caso del povero Cucchi: è possibile che non venga individuato nessun colpevole della morte di un ragazzo avvenuta mentre era in custodia? Sì, è possibile, quando probabilmente le indagini sono state confuse e approssimative (e mi fermo qui) e quando la responsabilità è diffusa: e allora i giudici non possono, perché tenuti ad osservare delle regole, pronunciare una condanna penalmente sostenibile.

Dopodichè, la sentenza e le circostanze tutte soggettive e oggettive dell’accaduto sono state tirate per la giacchetta a destra e a manca: leggasi: incapacità dei giudici, giustizia malata, fotografie scioccanti eppertanto probanti, festeggiamenti a dir poco inopportuni e, da ultimo e a coronamento dell’incapacità collettiva a capirci qualcosa come in una allegoria bruegheliana, le insensate dichiarazioni di un ex ministro.

A poco vale ricordare che, nella fattispecie, esiste una responsabilità civile riconosciuta in forza della quale la famiglia ha ricevuto, mi pare, un risarcimento di un milione e passa: quello che viene fomentato è il desiderio – per vero insito nella parte più ancestrale della coscienza umana – di ottenere un colpevole a tutti i costi, da sbudellare in piazza, fare a pezzi, distribuire equamente alla folla per placarne le ansie punitive.

Diverso ancora è il caso della sentenza de L’Aquila; resta difficile il comprendere come potessero essere, dei tecnici, responsabili per non avere esattamente previsto il sisma che si sarebbe verificato di lì a poco: ma anche questo finisce nella grande insalata mediatica dove tutto si rimescola e perde di senso.

Stiamo assistendo, da un lato, agli ultimi sussulti di agonia di un sistema penale da tempo incapace di rispondere (e non mi dilungherò a spiegarne le ragioni, in parte insite in regole che potrebbero essere migliorate e in parte puramente pecuniarie) alle normali esigenze di giustizia alle quali dovrebbe essere funzionale, individuando delle responsabilità in tempi ragionevoli e giungendo, in caso affermativo, ad eseguire delle pene adeguate, il che è fondamentale per infondere certezza e quindi rassicurazione nella gente; dall’altro alla de-civilizzazione dell’occidente e del nostro Paese in particolare: e una è contrappeso dell’altra: quanto meno è garantita la certezza del diritto, tanto più si agitano (e possono essere facilmente strumentalizzati) i furori del popolo.

(Il tutto lo avevo scritto quando è stata resa nota la sentenza Eternit).

Aggiungo che, talora, accade che la punizione sia inverata dalla angosciosa pendenza del processo in sè, protratta nel tempo, e dal dissanguamento economico dell’imputato in parcelle esorbitanti: trattasi, tuttavia, di un effetto laterale non previsto dal sistema.

Troppo spesso, però, la prescrizione, pur contemplata dal sistema, è (direi da una ventina d’anni a questa parte) il modo di concludersi “normale” di un processo anche a beneficio di chi se ne è strafregato: e questo è un prodotto degenerativo dell’istituto rispetto alla sua ragion d’essere (sfumare del disvalore del reato nella memoria collettiva, disinteresse dello Stato a perseguirlo).

Il fatto è che la prescrizione, così come la conosciamo oggi, risale agli anni ’30 e per decenni ha rappresentato un evento eccezionale in un mondo dove se dicevi a uno “ti denuncio” questo si cagava addosso e non rispondeva con una pernacchia o una controquerela inventata; dove l’essere sotto processo costituiva il massimo della vergogna; dove c’era maggior senso civico; e dove, riassumendo, i processi penali erano in numero mooolto minore di adesso e si concludevano con una sentenza di condanna o assoluzione nel merito.

Sicchè, il tourbillon mediatico/populista scaturito dalla gran messe di proscioglimenti per prescrizione degli ultimi anni ha dato adito ad opposti estremismi.

C’è chi, come parecchi colleghi, afferma che no, l’istituto non può essere soppresso o modificato perchè se lo Stato non riesce a confezionare una condanna nei tempi previsti contro un imputato (così come un privato cittadino non esercita un suo diritto di rango civilistico nei confronti di un altro), allora cazzi suoi.

C’è chi, come il Presidente del Senato Piero Grasso (e il Presidente del Consiglio che cavalca l’onda emozionale), tuona per l’abolizione della prescrizione tout court.

Entrambe le posizioni sono, ovviamente, sbagliate.

La prima, perchè la prescrizione penale non può essere paragonata a quella civile: la prescrizione penale può essere interrotta solo una volta (artt. 157 e 160 c.p.) da determinati eventi e accrescersi, così, di un quarto in base alla c.d. Legge “ex Cirielli” (es: il furto si prescrive in sei anni; l’interrogatorio o la richiesta di rinvio a giudizio ne interrompono il corso; il termine finale è di 6 + 1 e sei mesi = 7 anni e mezzo dalla data del reato); mentre la prescrizione civile può essere interrotta indefinite volte e decorrere da capo (art. 2945 c.c.).

Errano, inoltre, i colleghi, perchè non tengono conto del fatto che lo Stato siamo tutti noi eppertanto, se lo Stato non riesce per mancanza di mezzi o per regole anzianotte a concludere nei termini un processo penale, se l’istituto produce effetti distorsivi rispetto alla sua ragion d’essere iniziale, se la gran parte dell’opinione pubblica manifesta di essersi rotta i maroni nel vedere i delinquenti sgavagnarsela, ciò significa che qualcosa non funziona e tocca metterci mano.

La seconda posizione è sbagliata perchè non si può pretendere che un indagato o imputato resti sotto processo per tutta la vita in balia delle meline che caratterizzano oggi un processo penale: ha diritto ad essere processato, condannato o assolto in tempi brevi senza doversi consumare in attesa della sentenza: non lo dico io ma l’art. 111 della Costituzione, che occorre rispettare.

Tirando le somme, cosa facciamo?

La soluzione irreale sarebbe quella di pompare un casino di soldi – che non ci sono – nel sistema per incrementare l’organico di uomini (giudici, funzionari eccetera) e mezzi (computer, software, ma anche banalmente stampanti, fotocopiatrici, auto) cosicchè un giudice non abbia, come ora, un carico quotidiano di cinquanta procedimenti riuscendo a definirne tre e mandando al macero gli altri.

La soluzione meno irreale sarebbe quella di aumentare un pelino i termini di prescrizione e del suo rinnovo in caso di interruzione, e di modificare le regole in tema di notificazioni e correlative nullità (spesso il processo retrocede per capziose nullità nella notifica).

La soluzione forse più reale sarebbe un mix di queste due.

Il tutto, tenendo ben presente che il processo penale non può essere, così come si vuole pretendere che sia, la panacea di tutti i mali.

La quiete durante la tempesta.

Mi sono separato. Mi sto separando. Mi separo. Non è tanto importante descriverne le cause quanto gli effetti e il contesto.

Potrei, per esempio, iniziare parlando delle settimane trascorse a riattare un guscio vuoto. Ho sbagliato la tinta: mai mescolare un pigmento coral a un bidone da ventiquattro litri di bianco, a meno che non andiate matti per una tonalità rosa confetto casa-di-Barbie. Potete correggere con terra scura, ancora terra scura, poi giallo cromo per un risultato consimile a biscotto di terracotta salmonato. Mi sono fatto un culo così per dipingere a rullo pareti e soffitto, e altrettanto per rimuovere gli schizzi dal pavimento con un raschietto di teflon, acqua calda, aceto e detersivo che ha impregnato le fughe delle piastrelle di un retrogusto che ancora ristagna nei locali.

I mobili non sono un problema. Ikea über alles. Ma se non stai attento l’Ikea ikeizza anche te. Trasognati dai jingle ipnotici oberate il carrello di sedie pankett, tavolo kolazion, armadio kontenent e in men che non si dica tramutate casa vostra in un ambiente standardizzato e impersonale. Utili ed economiche le minutaglie e gli accessori. Ho visitato mercatini dell’usato, bric-a-brac e anonimi mercatoni dove ho trovato un ottimo cuscino ergonomico, nonché uno splendido spazzolino del cesso, of course. Altra roba perviene dall’ammasso familiare in disuso. Acquisti sbagliati, restituzioni, ricerche di scontrini smarriti nelle tasche. L’armadio, di ciliegio, usato, via internet e il tipo mi ha dato pure la scarpiera gemella. Barattoli per il caffè, il sale e lo zucchero in una ferramenta. La lavatrice a più di cento chilometri, un affarone. Il frigo è stato faccenda delle sette di un sabato sera, lo avevo già visto da un vecchio rivenditore in cardigan e cravatta: mi ha fatto piacere comprarlo da lui e quando mi sono precipitato a concludere me lo ha subito consegnato col furgoncino, la moglie cicciottella che attendeva nell’abitacolo.

Viaggiavo, viaggiavo sulla mia macchinona borghese declassata a camion; barre portatutto perennemente montate e il cagnino rassegnato e silente accompagnatore. Macinavo chilometri e pensieri percorrendo le scorciatoie di campagna. Giravo video con il telefonino, jazz in sottofondo, di strade, alberi e tramonti, the touch of your lips, oh you crazy moon, e in fin dei conti a ripensarci sarebbe stato tutto così naif e spasmodicamente vitale se non che ne ho solo un ricordo confuso di frenesia, batticuore e solitudine, ogni tanto mi mettevo a piangere mentre guidavo e bestemmiavo, sentite e profonde bestemmie che, in rigurgiti di scaramanzia pagana, temevo avrebbero peggiorato il mio inferno personale, lacrimoni sulle ginocchia, carezze al cagnino.

Arredavo la tana. Ho trapanato muri e la mia mano sinistra gocciolando sino alla farmacia per chiedere una benda.

Oltre a godere dei piaceri dell’attività artigianale dovevo spronare quella mia professionale, inettamente trascurata. Faccio, come penso si sia capito, l’avvocato, e un avvocato non campa solo del lavoro limato nella penombra dello studio ma delle relazioni che ha, dell’humus sociale ed economico nel quale affonda le sue radici, della sua rispettabilità e delle sue cravatte. E di quale appeal professionale poteva fregiarsi uno che si presentava agli aperitivi in scarpe da trekking e maglioni da montagna? La forma è, in questi casi, e nel milieu provinciale dove razzola il cliente generico medio in particolare, sostanza. Occorre che mi sbatta. Homo sine pecunia imago mortis. Se poi vuoi avere una donna, alla mia veneranda età necessariamente più giovane, non puoi più contare su un bel faccino ma devi avere dei soldi. Il denaro non è solo un mezzo di pagamento. È la misura del tuo talento, del tuo successo, della tua affidabilità, del tuo essere uomo e maschio. Il tuo portafoglio è il tuo fallo. Cinico? Amaro?

Parliamo, anche, di un mestiere ampiamente sputtanato, iperburocratizzato da adempimenti assurdi, colonizzato da una ventina d’anni a questa parte da orde di giovani di belle speranze e scarsissimo substrato culturale attirati da una prospettiva di ricco guadagno confidando in una buona dose di faccia da culo, improvvisazione e entrature amicali/parentali/politiche/sindacali/imprenditoriali, per i quali il logico cursus honorum è: Geometra? Giurisprudenza. Istituto alberghiero? Giurisprudenza. Istituto tecnico? Giurisprudenza. Perito agrario? Giurisprudenza. E lo snobismo posso permettermelo da quando un mio praticante domandò se “ex art.” significava che l’articolo di legge era defunto, divenendo di lì a poco il mio ex. Consequenziale al fenomeno è la polverizzazione del lavoro, in parte accentrato dal mega studione dove il capoccia tratta con il mega clientone (banca, società, ente pubblico o partecipato, facoltoso nobil homo) e i ragazzi di bottega sfacchinano per lui a stipendio fisso oltre a ramazzare le briciole che cadono e portare del loro, in parte dissipato nei mille rivoli della casualità che porta il cliente a imbattersi nell’avvocato di quartiere, del bar, del pianerottolo.

Aggiungasi la Grande Crisi e capiremo subito che un avvocato, vischio parassita dell’albero della economia produttiva, soffre e talora muore con la pianta che lo ospita: nella migliore delle ipotesi fatica ad arrivare alla fine del mese perché se un tratto di grandeur della professione è rimasto è quello legato ai costi di mantenimento della attività. Come ha detto un mio collega, uomo della sinistra, figlio del popolo: “Se uno non ha i soldi non deve andare dall’avvocato”. Vaffanculo, ho pensato, e lo penso tuttora.

Già, la crisi. L’Italia è un Paese di merda, allo sfascio, allo sbando. Preda di una classe politica e dirigenziale più che mai corrotta e corruttrice, completamente scollata dal gregge degli elettori e al tempo stesso perfettamente rispecchiante i desiderata del gregge medesimo, le cui ambizioni di prosperità e fortuna coincidono, mercè un’esperienza di ciò che accade mai delusa, con l’aspirazione di agganciarsi a qualche carriaggio del pubblico potere. Mascalzoni, manigoldi, lazzaroni, delinquenti. Lo diceva mio padre una quarantina di anni fa e non capivo. Ora lo so. Quando gli chiesi “Cos’è la politica?” mi rispose: “La politica è una cosa sporca”. Aspetto curioso dell’entropia del Paese è dato dal referendum svizzero che intenderebbe ostacolare l’ingresso agli italiani, sbarrare loro la frontiera in una sorta di feedback africano: chissà se manderanno motovedette sulle Alpi a cannoneggiarci come tuonano i tromboni nostrani a proposito dei barconi di negri. C’è sempre qualcuno più a sud, o più a nord, di te.

Il mondo sta deragliando. Il mio mondo sta deragliando. Cosa ci posso fare? Intanto, ginnastica. Mens sana in corpore sano. Corro. Sollevo pesi. Whup. Whup. Whup. Bisogna essere forti. Schiocchi dei dischi che si aggiungono. Whup. Whup. Whup. Bisogna essere forti. Bisogna essere forti quando il mondo deraglia.

Esecuzione.

Procedura penale è stato il mio incubo per un anno di università. Mi faceva schifo. Consiste in una serie di elenchi e liste da imparare a memoria. Così l’ho dovuto ripetere tre volte e ha mandato a picco la mia media annuale di esami. Alla fine lo sapevo benissimo, in modo supermetabolizzato e, da qualsiasi parte avessero cominciato a interrogarmi, avrei potuto sciorinare tutto il codice.

Piccolo dettaglio: le ultime venti pagine del mio libro – fitto di freccine, sottolineature, rimandi, glosse tanto da avere raddoppiato lo spessore – erano liscie e bianche. Trattavano della Magistratura di Sorveglianza e io mi ero convinto che la Magistratura di Sorveglianza fosse un organo inutile; così mi ero rifiutato a priori di studiarle.

All’esame, dopo una interrogazione brillante il professore mi fa: “Adesso mi parli della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di parecchi minuti. “Mi dica le funzioni della Magistratura di Sorveglianza”. Silenzio di diversi secoli. Occhi negli occhi. Nessuno fiatava in aula. Non dico che voto presi, ma credo che se avessi studiato la Magistratura di Sorveglianza avrei sbancato.

Anni dopo dovetti imparare a cosa serve la Magistratura di Sorveglianza e, in soldoni, capii che serve a badare tutto ciò che accade dopo una sentenza di condanna penale.

Così, a Berlusconi, condannato con sentenza irrevocabile (cioè non più suscettibile di essere impugnata) a un anno di reclusione, è stato notificato un ordine di esecuzione della pena ex art. 656 c.p.p. Come tutti i suoi pari, cioè i condannati a pena detentiva inferiore a tre anni, gode di una sospensione dell’esecuzione di un mese (anzi, trenta giorni), entro il quale può presentare alla Magistratura di Sorveglianza competente per territorio istanza per la concessione di una misura alternativa alla detenzione prevista dagli artt. 47 (affidamento in prova al servizio sociale), 47 ter (detenzione domiciliare) o 50 comma 1 (semilibertà) della L. 354/75: cioè non una legge approvata adesso a suo uso e consumo ma esistente da tempi non sospetti.

L’affidamento in prova si concede, di prammatica, a uno che dispone di una stabile residenza e di un regolare lavoro e si pensa che facendo il bravo fuori dalla galera si possa reinserire positivamente nella società. Berlusca, che di residenze ne ha a bizzeffe e non ha problemi di reperire un lavoro (basta si faccia assumere in una delle sue società), dovrebbe farcela. Poi, non è che l’affidamento in prova consista nel lavorare in un ospizio a pulire il culo ai vecchi o stronzate simili che dicono i giornali. Uno continua a fare il suo lavoro, viene seguito dai servizi sociali e, se fa il bravo per tutta la durata della pena, questa viene estinta.

La detenzione domiciliare si concede a chi ha superato i settant’anni e che cos’è lo dice la parola stessa. Non va confusa con gli arresti domiciliari (art. 284 c.p.p.) che sono una misura cautelare, applicabile (in presenza dei presupposti di cui all’art. 274 c.p.p.) prima del processo.

La semilibertà si concede per pene detentive da eseguirsi non superiori a sei mesi e consiste nel trascorrere parte del giorno fuori dalla galera per partecipare ad attività utili al reinserimento.

Sicchè, da un punto di vista puramente tecnico, sto aspettando le altre sentenze per vedere cosa combineranno i suoi legali, in fase esecutiva delle pene e davanti alla Magistratura di Sorveglianza, per parare il culo all’illustre condannato.

Alessandro Sallusti e l’esecuzione della pena.

L’esecuzione della pena non è stata sospesa per mancanza di recidiva o per fare un favore a Sallusti (un articolo di ieri su Repubblica non era chiaro sul punto). E’ stata sospesa perchè, ai sensi dell’art. 656 comma 5 c.p.p., se la pena detentiva non è superiore ai tre anni, l’ordine di esecuzione della pena ne contiene contestualmente la sospensione, con indicazione delle misure alternative alla detenzione (L. 354/75, artt. 47 e segg.) e delle modalità per ottenerne la concessione con istanza da presentare entro 30 giorni. Se non viene presentata l’istanza, la esecuzione della pena avrà corso. L’art. 47 (affidamento in prova ai servizi sociali) non è una misura “rieducativa” nel senso che il condannato debba seguire dei corsi di rieducazione, come sembra lamentare Sallusti, ma consente, se la pena detentiva inflitta non supera i tre anni e il condannato dimostra (come nel caso di specie) di godere di una stabile e lecita occupazione e di una abitazione (requisiti minimi per presumerne la buona condotta), di scontare la pena facendo tranquillamente il proprio lavoro sotto verifiche periodiche dei servizi sociali quali referenti della Magistratura di Sorveglianza.

Dopodichè Sallusti, che in quanto direttore responsabile è pagato per esserlo e dovrebbe essere a conoscenza di quanto si pubblica, e si presume inoltre dia il proprio contributo alla linea editoriale della testata, è stato condannato per la diffamazione: che sussiste allorquando, fuori dalle ipotesi di verità e continenza del fatto, si pubblichi una notizia lesiva dell’altrui reputazione. E la diffamazione, considerata la sua attitudine a fare “terra bruciata” attorno a uno (ad esempio, screditandolo personalmente o professionalmente), è per questo motivo riprovata socialmente e, tradotta l’etica in diritto, anche penalmente.

Lawyers.

In principio era l’Avvocato.

Questo mestiere ha conosciuto grande fortuna a decorrere dal secondo dopoguerra, e fino alla fine degli anni ’80 chi usciva dall’Università con una laurea in legge in tasca, estro e spirito di iniziativa poteva intraprenderlo, talora anche con grande successo.

Negli anni ’50 e più avanti per esercitare la professione serviva poco: potevano bastare una macchina da scrivere e un conto aperto al bar sotto casa, dove ricevere la clientela e farsi vedere.

Era relativamente facile per gli avvocati dell’epoca, complice l’ignoranza del popolo, diventare famosi: uno veniva guardato con rispetto per l’andatura impettita e la scarsa confidenza abilmente rivestite da un doppiopetto sartoriale; un altro portava il fazzoletto nel taschino, un fiore all’occhiello, parlava forbito; di un altro colpivano i modi guasconi, l’astuzia malandrina.

E la gente disputava su chi fosse il migliore, “sono andato da …”, “no, è meglio …”, parteggiando per l’uno o per l’altro come cavalli da corsa e in definitiva non capendo assolutamente nulla in cosa consistesse il lavoro che facevano, che pareva magico e arcano e i cui risultati legati ai capricci insondabili, nebulosi e ingovernabili del fato.

Poteva così capitare che l’avvocato in questione altro non fosse che un abile (ma anche no) affabulatore, che impostava le cause a casaccio scaricandone gli esiti negativi sui Giudici “che non lo avevano capito”, “che erano amici di quell’altro” o che più semplicemente erano delle gran teste di cazzo: nel tutto, spremendo il più possibile il cliente, ignorante almeno quanto lui in materia, e del tutto sprovveduto.

Ovviamente c’erano anche ottimi avvocati, più o meno dotti, più o meno dotati di fiuto e buon senso e più o meno onesti.

Dalla fine degli anni ’80 e soprattutto dalla metà dei ’90 la professione è mutata, si è molto più tecnicizzata, avvocati e clienti si sono evoluti.

Complice, anche, la riforma delle procedure (cioè dei manuali di istruzioni che ti dicono come si costruisce una causa, un processo).

La procedura civile previgente era elasticissima: gli avvocati, quelli bravi, centellinavano di udienza in udienza le richieste istruttorie o le produzioni documentali per celare all’avversario le proprie tattiche difensive e poteva, così, capitare che un documento risolutivo venisse depositato all’ultima udienza provocando o la debacle della controparte oppure una richiesta di termine (rinvio) per esame e prove contrarie: sicchè le cause duravano decine di anni, tra lo sconcerto dei clienti e l’arricchimento dei professionisti.

Le innovazioni procedurali hanno compresso tutte le fasi probatorie e di merito in poche udienze fisse, introducendo preclusioni, insidie e trabocchetti che hanno determinato l’accorciamento delle cause civili (ora, massimo massimo, un primo grado si conclude in meno di cinque anni) e l’insorgere di patologie paranoiche tra gli avvocati, sottoposti a una mole di scadenze e accortezze di cui avere fulminea e chirurgica cura.

Nel penale è stata soppressa la cosiddetta fase istruttoria, governata dal Giudice Istruttore, e introdotta la distinzione tra indagini preliminari, segrete, sospinte dal Pubblico Ministero, e dibattimento in aula, pubblico, davanti al Giudice.

Sono stati anche introdotti riti speciali volti a falcidiare il carico di processi penali gravante sui sistema giudiziario: il patteggiamento e il giudizio abbreviato, in primis.

Riforme che, tonavano alcuni avvocati penalisti d’antan, “avevano ucciso il diritto penale e i processi”: perché la possibilità di snocciolare in aula boiate degne di “Un giorno in Pretura”, teorie difensive tutte in punto di fatto che nulla avevano di giuridico, era tramontata e toccava studiare, affinarsi, valutare quale rito scegliere e tutto era diventato molto, molto più complicato.

Ciononostante l’accesso alla professione è continuato gagliardo a crescere.

Compreso che chiunque poteva fare l’avvocato, senza sbattersi a studiare per pallosi concorsi e impieghi pubblici ma sopportando tutt’al più qualche mese di clausura per tentare l’esame da procuratore legale e la sorte verso un mestiere più figo e i soldoni, che ancora c’erano, dai primi anni ’90 il numero degli iscritti all’Albo è aumentato in misura esponenziale.

Anche perché, simultaneamente, gli avvocati avevano compreso che era molto più conveniente prendere in studio un praticante anziché una segretaria: era laureato, poteva scrivere atti giudiziari con un minimo di cognizione di causa, sostituire in udienza e essere sguinzagliato per gli uffici: il tutto ovviamente gratis, da buon ragazzo di bottega che però, dopo qualche anno, avrebbe dovuto iniziare a camminare sulle proprie gambe.

Va detto, per inciso, che tra i legali sfornati nel quindicennio che va dalla fine degli anni ’70 al 1995 circa troviamo un elevato numero di ottimi avvocati, tra i quali forse i migliori del secolo: professionisti ancora forgiati da una scuola efficiente, adusi allo studio, alla disciplina e al sacrificio, in genere di livello culturale medio alto e preparati per adeguarsi alle nuove sollecitazioni tecniche del mestiere; dopo di loro quelli veramente bravi saranno più rari, e si tratterà di giovani talenti.

I clienti, falsamente eruditi da una crescente, confusa e morbosa spettacolarizzazione di questioni giuridiche operata da stampa e televisione che ne alimentano la più totale e disastrosa disinformazione, persistono comunque nell’utilizzare criteri quantomeno bizzarri per la scelta del proprio legale e nel non capire assolutamente una mazza di diritto e relativa gestione.

Un’amica mi confida di essere andata da XXX, che non gode nel modo più assoluto della mia stima, “perché è una gattara come me”.

Vale ancora il Grande Nome, talora bravo perché caro, salvo poi ricevere sonore mazziate al momento della parcella.

Non passano mai di moda i convogliamenti di clientela di associazioni, sindacati, cooperative, enti di vario genere ad amici e parenti.

E le donne, come sempre, hanno una marcia in più. Indovinate quale? “Vado dalla XXX perché è donna come me e mi capisce”, oppure “vado dalla XXX perché è una gran figa”.

Il cliente, tuttavia, è anche divenuto più astuto e tecnologizzato e mira, sovente, a fottere il proprio legale recandosi a colloquio con amici/testimoni o registratorini tascabili onde sostenere ad arte presunti pagamenti – invero mai sborsati – o presunte negligenze professionali.

Fatto sta che, a metà degli anni duemila, ci si accorge improvvisamente che gli avvocati italiani sono tantissimi, troppi; e che il mercato del lavoro giudiziario si è estremamente frazionato e non permette, pur nell’aumentare del contenzioso e delle complicazioni legali, di nutrirli tutti.

Arriviamo perciò alla fatidica “Legge Bersani” che, in nome di una inesistente liberalizzazione, sopprime il divieto di derogare alle tariffe minime professionali e il divieto del patto di quota lite.

La faccenda delle tariffe minime era una bufala: l’inderogabilità dei minimi, stabilita nella tariffa forense per evitare una ipotetica concorrenza al ribasso, era stata sempre violata da tutti gli avvocati nel fare i conti a un cliente-amico o in difficoltà finanziarie: e, dovendo farli alla controparte o a uno che stava sui maroni, perché applicare il minimo quando si aveva a disposizione il massimo?

Con il patto di quota lite si concorda a priori il compenso in misura forfettaria in ragione del risultato sperato (ad es., se l’avvocato vince una controversia da un milione di Euro, il cliente glie ne ne paga la metà); ed era nullo, ex art. 2233 u.c. c.c., poiché si riteneva potesse favorire fenomeni di corruttela (l’avvocato, ingolosito dalla prospettiva di cuccarsi una parcella strabiliante, poteva essere tentato di giocarsene una fetta devolvendola ad avversari, giudici o quant’altri pur di vincere la partita).

La contemporanea abolizione di minimi tariffari e patto di quota lite avrebbe dovuto incentivare la prassi di convenire liberamente il compenso tra avvocato e cliente, idea non malvagia per prestazioni continuative (es., se l’avvocato deve fare 100 decreti ingiuntivi per lo stesso cliente, si potrà pattuire un fondo spese cumulativo a forfait) ma tendente a creare una svendita del lavoro penalizzante gli avvocati più giovani e bisognosi (si narra di pratiche di separazione seguite per duecentocinquanta Euro).

La gran massa della gente non ha, ovviamente, compreso le finalità della legge quanto ricamato, tutta in sollucchero e fregola (specie tra i peggiori scaldasedie del pubblico impiego, la cui frustrazione per le sei ore e quaranta giornaliere di infinite discussioni su turni e ferie non è – evidentemente – compensata a sufficienza dal terno al lotto vinto di un lavoro di sei ore e quaranta giornaliere, spesso totalmente deresponsabilizzato, con stipendio, ferie, malattia e pensione assicurate), sulla batosta calata sul groppone di una categoria percepita dall’esterno come antipatica, corporativa e ladrona.

Batosta inesistente: perché di fatto la Legge Bersani aveva cambiato poco o nulla: il modo di rapportarsi tra avvocato e cliente era rimasto pressochè il medesimo e sempre nuove leve affollavano, speranzose e spaesate, le aule.

A scopo deflattivo del contenzioso civile, cioè per ridurre il numero delle cause, è stato anche introdotto l’obbligo di tentare una mediazione tra le parti avvalendosi di mediatori titolati, che possono essere anche commercialisti, architetti, geometri o chicchessia, purchè diplomati da appositi corsi dai costi ovviamente ingentissimi; la mediazione non ha avuto molto seguito, finora, ma è destinata a sottrarre un’altra fetta di lavoro agli avvocati e a porre, però, problemi di tecnica redazionale dell’atto conclusivo della procedura (che è esecutivo e potenzialmente latore di irrimediabili danni se non fatto bene) a chi non abbia una discreta formazione ed esperienza giuridica.

Alla fine del primo decennio degli anni 2000 la crisi economica che aveva investito tutto il pianeta è esplosa, benchè sino ad allora strisciante, occultata o sminuita da governi e mezzi di informazione, anche in Italia.

Non dimentichiamo, a questo punto, che il mestiere dell’avvocato è di terziario avanzatissimo, dunque parassitario: non produce niente e sopravvive solo se l’humus nel quale affonda le radici è prospero, fecondo.

La congiuntura ha reso evidentissimo che il nostro humus economico non consentiva più la sopravvivenza di tutti i duecentocinquantamila avvocati italiani, parte dei quali certamente costretta a barcamenarsi con redditi da pensione sociale, ma altra ancora adusa – o illusa – a considerare la professione legale come privilegiata e legittimante, per diritto inalienabile e quesito, l’esazione di parcelle principesche.

Capita dunque ancora che il cliente si veda richiedere una botta da quarantamila Euro per una separazione, di qualche migliaio nonostante la causa sia andata male per errori del proprio avvocato, di un diecimila per una prestazione tutto sommato routinaria: con il consenso dei Consigli dell’Ordine che, anziché prendere per un orecchio il proprio iscritto e dargli vergogna, spesso e volentieri lo tutelano avallandone la nota spese.

La crisi ha colpito duro tutti i settori del terziario; negozi desolatamente vuoti e vetrine piene nonostante i saldi, i saldi dei saldi e le liquidazioni; saracinesche abbassate; mercatoni con cumuli di merci a un Euro invendute: segno di un’epoca trascorsa e forse irripetibile.

Dipendenti a salario fisso licenziati, imprenditori in bancarotta hanno i loro bei grattacapi nel riciclarsi in altre attività per tirare avanti.

Non si vede perché non li debba avere la categoria degli avvocati, che per numero – e pretese di alcuni – campa sulla economia produttiva con un peso evidentemente giudicato non sostenibile.

Cosicchè il Governo Monti ha emanato un bel decretone invernale denominato “decreto liberalizzazioni”: con grande fantasia e sense of humour essendo, a ben vedere, foriero di una grave limitazione all’accesso professionale e del diradamento degli iscritti mediante soppressione degli esemplari più deboli.

I punti salienti del decreto Monti-Severino sono questi:

– abolizione delle tariffe professionali;

– obbligo di stipulare con il cliente un contratto relativo alla prestazione ed al prezzo della stessa;

– possibilità di costituire società professionali anche con socio di capitale esterno.

Gli effetti nel lungo periodo sono da verificare; tuttavia, a caldo se ne possono prevedere alcuni.

La libera negoziazione del prezzo della prestazione può portare, verosimilmente, a una caduta a picco dei compensi.

Il cliente generico medio gongolerà: non gli importa un gran che se il prezzo più basso può corrispondere a un professionista disperato, molto giovane e inesperto o avventuriero, entrambi bisognosi di incassarne anche pochi e maledetti, ma subito.

Poiché i giovani e inesperti e gli avventurieri sono un certo numero ma hanno di solito pochi clienti, da un lato, presi nell’insieme, potrebbero assorbire parecchio lavoro, a svantaggio dei più anziani che hanno uno studio avviato da mantenere con costi esorbitanti, molti dei quali saranno costretti a chiudere o a ridimensionarsi; d’altro canto, presi singolarmente, per realizzare un reddito soddisfacente a prezzi bassi dovrebbero trattare parecchie pratiche, cosa impossibile per chi è agli inizi o non ha ottima fama e che, quindi, abbandonerà ben presto o sarà disincentivato a cominciare.

L’ingresso di un socio di capitale esterno nelle società di professionisti fa sì che i clienti istituzionali di studi legali, cioè banche, assicurazioni, grosse imprese, saranno tentati di costituire il proprio studino legale casalingo assumendo avvocati a stipendio e troncando il rapporto con i vecchi fiduciari, che costavano molto di più e si troveranno di punto in bianco con l’acqua alla gola (il cliente istituzionale spesso è l’unico cliente di uno studio di cui monopolizza il lavoro).

Dal combinato di questi fattori mi sento di ipotizzare che a) nel giro di pochi anni il numero degli avvocati cali drasticamente, chi a spasso e chi rinuncerà ab ovo a intraprendere la carriera forense; b) i sopravvissuti saranno forzati ad aggregarsi per dividere le spese e avere maggior forza sul mercato; c) quella dell’avvocato – artigiano tradizionale è una specie in via di estinzione.

Non so se sia, tutto sommato, un bene; certo è che il mestiere avvocatizio così come esercitato finora era destinato a essere travolto dall’onda del divenire, e che queste riforme ne hanno accelerato la scomparsa.

Contro il decreto liberalizzazioni sono scese in campo tutte le organizzazioni sindacali della categoria che, lungi dal voler fare una difesa corporativa, oppongono nei fatti una pervicace difesa corporativa rifiutando in blocco la riforma professionale e proteggendo tenacemente ciascuna il suo orticello.

Neppure gli avvocati si sottraggono, perciò, alla difesa sgomitante del proprio particulare, esattamente come, in tempi di grave crisi, tutti i lavoratori che vedono svanire la pagnotta e negano, di base e a oltranza, qualsiasi concessione.

Mezzo di pressione utilizzato dagli avvocati? Lo sciopero, l’astensione dalle udienze, che li rende – se possibile – ancor più antipatici al cliente soggetto a uno slittamento di mesi della propria causa.

Anche qui, il risultato che mi sento di ipotizzare è che le posizioni rigide della categoria conducano a una conferma integrale del decretone.

Ossia: forse si sarebbero potute proporre soluzioni alternative, aperture, concessioni (ad es.: abbassiamo le tariffe, rendiamole più certe, puniamo severamente i colleghi eccessivamente esosi o che sbagliano) onde seguire una politica del “guadagnamo meno ma guadagnamo tutti”.

Mentre il probabile effetto, che i vertici degli organismi avvocateschi dovrebbero e potrebbero tenere ben presente fin da adesso, sarà “guadagnamo in pochi, magari non come prima ma ancora molto”.

Mah, non so, non so come andrà a finire.

Mi ero comperato a malincuore – tacitando le mie paranoie ecologiste e i sensi di colpa ogni qual volta avvio un motore a scoppio, e il dispiacere per l’abbandono della mia vecchia, fida e amata vettura – una automobile, usata ma bella, una onesta quattroruote che mi portasse in giro senza troppe preoccupazioni nei miei sporadici viaggi di lavoro o in vacanza con la prole.

Sarà un buon pollaio per le mie galline.