La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

Annunci

Personalismi 11.

Colei che ho amato moltissimo, la mia amata amante, che dopo avermi scaricato (cfr. “Rapsodia in mi manchi maggiore”, “Julius prima e dopo” ed altri) per un plutocrate impotente si era rifatta viva con dolci richiami d’amore come “sborrami dappertutto” utilizzandomi come dildo per un paio d’anni, ad un certo punto ha lasciato lui e scaricato per la seconda volta me che finalmente libero la attendevo a braccia aperte, senza ai nè bai, per mettere su casa con un altro plutocrate impotente. Succede.

Di donna in donna sono stato, anche, gravemente innamorato (cfr. “Di nuovo”) di una la cui attrattiva principale era quella di somigliare ad un buco nero o un lago profondissimo e buio nel quale il tuo dare spirituale e materiale, il tuo amare, viene risucchiato scomparendo senza risposte o increspature.

Ed è come giocare alla roulette puntando su un rosso che non esce mai, raddoppiando fino alla bancarotta quella posta che è il tuo investimento emotivo.

Nel senso:

  • Messaggino mio (blablà, insomma I love you).
  • Whatsapp di lei ultimo accesso ieri alle 16.35.
  • Passano invano i giorni, il cuore si fa di pietra, avverti i primi sintomi di pancreatite.
  • Dopo una settimana di apnea coltivi seri dubbi sulla tua identità.
  • Lei si fa viva, ovviamente non glie lo fai pesare mentre rimani appeso alla briciolina che ti viene offerta come una trota all’esca; il cuore ricomincia a battere.
  • Ti palesi con regalino studiatissimo (non troppo costoso perché altrimenti si sente comprata, non cheap perché altrimenti si sente svilita, un qualcosa che rappresenti te e al tempo stesso lei facendo capire che l’hai compresa…): oh, grazie.
  • Passano i giorni, sparizione, non vuoi stalkare, introietti.
  • Messaggino: mi sento una merda; ma faccio veramente così schifo? Oh no, sei un uomo fuori dal comune, spicchi tra la folla e patatì e patatà, e ti ci vorrebbe qualcuno di accogliente con cui parlare, se fossi lì io…
  • Passano i giorni, ultimo accesso whatsapp di lei ieri alle 20.18; fegato in avanzato stadio di decomposizione.
  • Messaggino: beh, anche se non me la darai mai mi basterebbe essere tuo amico. Mah, non mi pare che tu ti sappia mettere da parte ed accogliere l’altro.

Succede.

L’altra sera sono uscito con una donna: bella, alta, mora (prerequisito fondamentale), intelligente, ottima posizione.

Beviamo una cosa: il volume della musica è così alto da far vibrare i bicchieri, sicchè mi dirigo con l’autorevolezza di chi pensa di far(le) un piacere verso il dj e chiedo di abbassare.

Dopo un po’, volume a mille again: adesso torno e glie lo dico. Dai, datti una calmata, che palle! Vengo colto dalla quiete del contadino che vede la grandine distruggere il vigneto e non può farci un cazzo.

Per tutta la sera ha una caccola nella narice sinistra. Finalmente tira su col naso. Le offro un fazzolettino. Epperchè, ho la candela? Ah ah! Ha fatto la battuta. La battuta.

Accompagno a casa, baciamano. Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Ricordi.

Un anno e poco più fa è morta mia madre.

Divorata brano a brano da un alzheimer terrificante, trasfigurata e irriconoscibile nei lunghi anni e negli ancor più lunghi mesi terminali.

Ricordo lunghi, interminabili corridoi d’ospedale percorsi a tutte le ore del giorno e della notte per andare a trovarla – di notte, vuoti, mi davano ogni volta una sensazione di vertigine; le veglie al suo capezzale quando ancora aveva attimi quasi senzienti; e poi l’odore della malattia, il pulirle la bocca, l’allentarle la mascherina per alleviare la pressione sul volto o semplicemente l’essere muta o lacrimante presenza; il groppo in gola perenne, il fiato corto; la fuga nella notte di capodanno per bere grappa; e gli ultimi momenti, il primo dell’anno, sentendo il respiro via via più stertoroso, aspettando la fine cui non ho avuto fegato di assistere – sapevo già tutto.

Il funerale il giorno del mio compleanno.

Adesso sto sgomberando la nostra storica casa, troppo grande per mio papà – non babbo – e troppo piena di ricordi stratificati; mobili antichi e oversize, tappeti e quadri, migliaia di libri, vestiti.

Da quella che fu camera mia ho tratto il mio epistolario con varie fidanzate; ho rinvenuto e sottratto una valigia di quarantacinque giri dei miei, ascoltati e rigati da bimbo; e spulciavo tra le mie cose trovando una fogliolina di ulivo della pace, così recitava la nota a mano della mamma; libri da lei regalati o rilegati (opere di Nietzsche, traduttori di latino comprati usati e già rosicati, molti tascabili dei Peanuts che sapeva amassi, da bambino), l’ingenuo breviario di preghiere della comunione, e vestiti bizzarri che mi acquistava e mettevo un po’ per forza e un po’ per pigrizia.

Mia mamma ha ripreso forma in quelle cose; mia mamma come era quando io ero piccolo; e ho rivissuto il suo bene e il suo affetto, la sua tenerezza, e tutte quelle sensazioni che si perdono quando si diventa grandi e ci si indurisce.

Poi c’erano le tonnellate dei libri che ho letto, che non so più dove mettere e che, maledizione, non avrò più tempo di rileggere.

Dei miei vestiti di ragazzo ho portato via un maglione nero melange che, diciottenne, mi ero preso da solo e indossavo fieramente; lo darò a mio figlio: chissà, forse lo metterà, forse proverà quel fascino un po’ arcaico che emanano le robe dei genitori e forse, ripensandoci tra molto tempo, avrà un ricordo buono di me.

Chiosa a “Il referendum costituzionale …” e a “Fivestars”: l’invasione degli ultratrumpi.

Per chiunque abbia un minimo di nozioni giuridiche e abbia a cuore la salute delle istituzioni, votare no al referendum non implica neppure la fatica di soppesare una possibile alternativa: è atto così strutturalmente connaturato da essere compiuto senza pensarci nemmeno un secondo.

A dir la verità ho carezzato anche le ragioni del sì, parendomi tutto sommato ragionevole la prospettiva di disgregare un sistema pesantemente ingessato compiendo un balzo nella modernità: dall’Apecar del nonno alla Tesla elettrica che fa i duecento.

Poi le ragioni del no hanno preso il sopravvento: parlo delle motivazioni dello schieramento dei no-ers, così miserabili, false, sfigate, paranoiche (“mandiamo a casa Renzi … diciamo no alla casta … diciamo no a un senato non eletto dal popolo ma dai partiti … no alla riforma di quella troia bocchinara della Boldrini”), da indurre a votare no proprio per evitare il rischio che l’accresciuto potere della sinergia Governo – Camera introdotto dalla riforma + legge elettorale abbia mai ad essere detenuto ed esercitato, un giorno, da siffatta gente.

D’altronde il materiale umano è quello fornito dai tempi che corrono.

Leggevo, rileggevo, giorni fa, a spizzichi e bocconi e saltellando giustamente da un racconto e da uno stralcio di diario all’altro, un libro di Chatwin – “Anatomia dell’irrequietezza” – di cui adoro in particolare “Il patrimonio di Maximilian Tod”; e mi ero domandato, ad un tratto, quanti fossero quelli che potessero apprezzare anche solo in minima parte, o comunque intuire, la secca precisione della scrittura, la bellezza della traduzione, la ridondante mole dei riferimenti storici, artistici, letterari: quanti?

Uno su un milione, su cento milioni? Per tacere poi di quanti sarebbero in grado di scrivere un pezzo simile.

Ma è il tempo in cui tutti sanno tutto: e hanno una conoscenza del tutto tanto superficiale quanto proterva e aggressiva.

Ehi, Draghi, chi cazzo sei tu per parlare di politica economica e dettare a noi the people i tuoi interessi di casta, tu forbito poliglotta plurilaureato dotato di masters a destra e a manca, esperienza e conoscenza istituzionale a livelli altissimi, capacità di trattare con le persone? Adesso arrivo io, che sono pieno di buon senso e ho letto ineternet, e ti spiego come funziona.

Così il tuttologo della porta accanto definisce – che ne so – la Merkel “una troia”, Renzi “quel pagliaccio imbecille”, la Clinton “una merda” e via sbraitando, restando ogni discorso e dialogo sul merito delle cose tanto inspiegato a livello logico – verbale quanto inutile poiché assorbito dalla pura pregnanza coprolalica del termine.

Il diritto del mentecatto ignorante per costituzione, pregiudizialmente refrattario per diffidenza a qualsivoglia assorbimento culturale poiché latore del pericolo di sporcare la sua immacolata visione ermeneutica self made giusta laboriosa frequentazione di bignamistica internet, di blaterare le sue minchiate si espande schiantando i goffi tentativi di difesa della conoscenza e della razionalità da parte di una classe intellettuale sempre più elitaria e sotto assedio.

Clienti. Trascorro colloqui, ovviamente gratis, di ore e ore illustrando loro in tutte le salse umanamente possibili e anche a mezzo disegnini, che non possono impedire all’odiato vicino di entrare nella loro proprietà a visionare i contatori ivi presenti da ere geologiche e previsti da una remota servitù in atto pubblico: non possono ostacolare un possesso straconsolidato e perderebbero una causa promossa a tal fine, sicchè suggerisco di cercare un armistizio col mostro contribuendo di tasca loro con modica spesa allo spostamento dei contatori del cazzo e alla eliminazione della servitù, donde miglioramento della qualità di vita e aumento del valore dell’immobile. Al termine dell’ultimo appuntamento fanno “MA PERCHE’ DOBBIAMO SEMPRE SUBIRE NOI, LUI ENTRA NELLA NOSTRA PROPRIETA’ PRIVATA, NON LO POSSIAMO DENUNCIARE?”; poi chiedono copia delle lettere che ho mandato perché non si fidano (probabilmente le faranno vedere all’amico/cugino/panettiere/amministratore condominiale/assicuratore, espertissimo di diritto e pieno di buon senso, che li consiglierà di costruire un muro e/o fare causa mandandoli da un altro).

Così va: ed il bello è che tanti – anche intellettuali nell’accezione migliore, ma con una fuga in avanti del ragionamento che diviene salto mortale rovesciato – plaudono alla vittoria del Trump come a quella della consapevolezza delle masse nei confronti di élites furbastre e manipolatrici che troppo a lungo le hanno prevaricate: insomma, la vittoria del nuovo che avanza, il ’68 realizzato, la fantasia al potere.

È, in realtà, la vittoria del prosciugamento totale dei processi logici e cognitivi a favore del trinciato grezzo contrabbandato per chiarezza: la vittoria dello “stronzo” sul “mi lasci dire”, la vittoria finale della tweetyzzazione del pensiero: finalmente siamo tutti aforisti da centoquaranta caratteri o meno, e vaffanculo a quelli veri come Nietzsche o Voltaire che nascono una volta ogni duecento anni.

Voglio creare un nuovo social network. Requisito base, la lunghezza minima dei post: almeno duemila caratteri.

Fivestars. 

Scrivo, estemporaneamente, dalla tastiera piccina picciò del cellulare. Cosa mai fatta.

Motivo di cordoglio corrente sui media è che, scomparso Berlusconi, sia venuto meno l’oggetto della satira italiana. Altro luogo comune è che sia scomparsa la destra politica.

Entrambi i postulati non sono veri.

Degno erede di Berlusconi, del berlusconismo e della destra, e degno oggetto di satira, non sono Renzi e il PD ma, a mio parere, il movimento cinquestelle e il suo fondatore Grillo.

A pensarci solo un secondo, i cinquestelle sono i soli ad aver fatto proprio, iperbolizzandolo, il linguaggio boccaccesco e grossolano che caratterizzava il Berlusca e i suoi adepti.

Allo stesso modo, sono i soli a coltivare idee di quella destra ignobile, antiabortista, pseudobenpensante, becera, confusionaria e arruffona, perennemente all’opposizione, anticomunista per antipatia viscerale anziché per differenza di contenuti, ora antivaccini e filoputiniana, che infestava le frange estreme dell’allora quarto partito di Italia dopo DC, PCI e PSI.

Sono altresì i soli ad obbedire compatti a direttive di un Capo, senza poter nemmeno esprimere dissensi interni a pena di esser liquidati.

Perciò, proseguendo, non manca neppure un bersaglio ideale alla satira. Così immediato, così facile, così grosso da essere invisibile: tanto che persino un Travaglio – giornalista politico ma alla satira molto contiguo – allora ossessionato da Berlusconi ha sbagliato mira.

E la chiudo qui, perché digitare mi è faticoso.

Il referendum costituzionale di sticazzi.

Nella pletora di informazioni erronee e fuorvianti sul tema referendario che ammorba internet, sovviene l’amico Ruzino a fornire di prima mano dati corretti e alla portata di tutti.

Entriamo nel vivo:

Nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016 è stato pubblicato il testo di legge costituzionale, approvato in seconda votazione a maggioranza assoluta, ma inferiore ai due terzi dei membri di ciascuna Camera, recante: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.

Testo alla cui agile lettura (318 pagine) rimandiamo per completezza: ma se vi accontentate lo riassumiamo in pillole.

 *** Senato:

Il numero dei senatori passa da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

*** Il voto di fiducia al Governo:

Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. Il Senato avrà però la possibilità di esprimere proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze. Potrà esprimere, non dovrà, su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e sarà costretto a farlo in tempi strettissimi: gli emendamenti vanno consegnati entro 30 giorni, la legge tornerà quindi alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti. Per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali il Senato conserva maggiori poteri. In questo caso, per respingere le modifiche la Camera dovrà esprimersi con la maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato potrà votare anche la legge di bilancio: le proposte di modifica vanno consegnate entro 15 giorni e comunque l’ultima parola spetta alla Camera.

*** Elezione del presidente della Repubblica:

Non basterà più la metà più uno degli elettori, ma serviranno i due terzi per i primi scrutini; poi i tre quinti; dal settimo scrutinio saranno necessari i tre quinti dei votanti.

*** Approvazione delle leggi:

L’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera.

*** Approvazione dei provvedimenti del Governo (decreti legge e decreti legislativi):

La Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni.

*** Elezione dei senatori:

Non più durante le elezioni politiche, ma durante le elezioni regionali. Ad esempio attraverso un listino apposito o attraverso la nomina dei più votati. Il meccanismo sarà comunque proporzionale ai voti conquistati a livello nazionale, e i senatori dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

*** Poteri del Senato:

Il Senato si occuperà di enti locali italiani e anche di Europa. Avrà poi il ruolo di controllore delle politiche pubbliche e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Potrà infine eleggere due giudici della Corte Costituzionale.

*** Modifica del Titolo V della Costituzione:

Sarà lo Stato a delimitare la sua competenza esclusiva (politica estera, immigrazione, rapporti con la chiesa, difesa, moneta, burocrazia, ordine pubblico, ecc.), contrariamente a quanto avviene oggi.

*** Poteri della Corte Costituzionale:

La Corte Costituzionale potrà intervenire, sempre su richiesta, con un giudizio preventivo sulle leggi che elettorali di Camera e Senato. Dovrà pronunciarsi entro un mese, mentre la richiesta va fatta da almeno un terzo dei componenti della Camera. Ciò, onde evitare i recenti problemi di incostituzionalità scoperti a Parlamento già operativo (cfr. “Porcellum”).

§

Ora vai con le osservazioni.

La parola “riforma” mi fa venire la scarlattina. Emana un vago aroma di inculata: e sempre, sempre, dacchè mi ricordi, tutte le volte in cui nella storia repubblicana si è roboato di mirabolanti riforme (scuola, pensioni, lavoro, giustizia – solo per fare degli esempi), al fumo è puntualmente seguito l’arrosto.

Emerge difatti chiarissimamente, dal complesso della riforma, un mega accentramento di poteri in mano alla Camera dei deputati e, consequenzialmente, al Governo.

La Camera verrà eletta con un sistema (c.d. “Italicum”) sostanzialmente proporzionale con premio di maggioranza relativa: la lista che ottiene più del 40% dei voti al primo turno (o, se non l’ottiene, che vince al ballottaggio con la seconda – sicchè si capisce che a ballottare possono essere anche due liste che hanno ottenuto rispettivamente il 23 e il 15 per cento dei voti), si accaparra il 54% dei seggi = 340 seggi, maggioranza assoluta.

La Camera (ossia il partito di maggioranza relativa che ha vinto al primo turno o al ballottaggio, in questo secondo caso rappresentando uno spicchio proporzionalmente esiguo dell’elettorato) eserciterà dunque, sostanzialmente da sola, due prerogative essenziali: una prima, completare l’iter legislativo senza i fenomeni di navetta (passaggio della legge tra le due Camere) che tanto sapevano di democrazia partecipata e discussa ma che ora, nell’impigrirsi del lavoro del parlamentare, vengono additati come fastidiosi lacci e lacciuoli; la seconda, esprimere il Governo e votarne la fiducia.

Il Governo, che è espressione della Camera, ha assunto già da parecchi anni funzioni legislative che, nell’architettura costituzionale originaria, avrebbero dovuto essere sua competenza eccezionale: l’entrata a gamba tesa è ben rappresentata da questo specchietto (dati disponibili su qualsiasi banca dati giuridica):

Anno Leggi Decreti legge Decreti legislativi
1978 156 45 0
1988 174 77 3
1995 151 295 26
2002 118 44 37
2007 59 21 75
2008 73 38 41
2009 87 17 24
2010 72 22 73
2011 71 16 68
2012 101 32 52
2013 42 26 17
2014 71 27 44
2015 89 21 53

 

Insomma, negli anni ruggenti della democrazia, e nonostante il fenomeno della navetta, i parlamentari lavoravano a tutto vapore e producevano un casino di leggi ordinarie.

Il progressivo accaparramento del potere legislativo (Parlamento) da parte dell’esecutivo (Governo) inizia nel 1995 (Berlusca) e prosegue gagliardamente, salvo una leggera inversione di tendenza nell’era Monti – primo Renzi: ma da parecchio tempo le leggi ordinarie sono quasi tutte conversioni di decreti legge e di trattati.

La riforma costituzionale è gabellata come necessaria per sveltire i lavori parlamentari (cioè la produzione delle leggi): balla fotonica, poiché i lavori parlamentari sono sostanzialmente espropriati da anni dal Governo grazie anche, giova ripeterlo, a un drammatico impoverimento della responsabilità degli onorevoli che non assolvono più alle loro funzioni.

In poche parole, ciò che si ricava dalla riforma è un ulteriore rafforzamento del potere esecutivo a scapito del legislativo, anzi una progressiva identificazione dei due poteri (produce le leggi chi le deve mettere in pratica, evenienza disperatamente osteggiata dai costituenti): il Governo avrà un via libera ai propri provvedimenti, immediatamente approvati da una Camera a lui asservita e la cui maggioranza assoluta è formata, oltretutto, da una maggioranza risicata dell’elettorato grazie al new sistema elettorale.

Per tale motivo i costituzionalisti più anziani e avveduti – ovviamente additati dai brillanti fautori della riforma come insulse e anacronistiche cariatidi – parlano di deriva autoritaria o “oligarchica”: perché il potere sarà più accentrato (rischio di autoritarismo) e nelle mani di pochi (rischio di oligarchia).

Poi, non venitemi a dire che non vi avevo avvisato.

Di nuovo.

Scrivere in fretta non mi è mai piaciuto, specie dopo un lungo periodo di inattività che fa arrugginire lo strumento.

Avevo pensato di non scrivere mai più; di ricondurre, costringere, forzare ogni pulsione creativa a pura azione; in realtà impigrivo solamente: per cui devo, me lo devo, anche se di fretta.

Parlavo, prima, di natura, ambiente, politica in senso lato; e anche di amore sofferto: ripartirei da quel punto a rebours.

Dirò dunque di una, e dirò che incontrarla mi dà grande gioia.

È riservata e schiva: soffre appuntamenti e scadenze: vederla è come vedere Unicorno, e scriverle, come a Babbo Natale.

Ragion per cui venni duepiccato: il che avrei fatto io al posto suo dinanzi a qualcheduna bisognosa, mendica e tampinante sicchè il piccheggiamento le annette ancor più valore.

Ella è bruna, anzi molto mora e, dopo parecchio sole, cioccolatinosa, vieppiù data la fine grana della pelle; ha occhi d’onice animati da facelle e gatteggiamenti d’opale.

Purtuttavia non ne ho mai rappresentato lascivamente il corpo: avrei voluto entrarle nell’anima, pascolare e correre nelle praterie della sua mente, esplorare la sua profondità al tempo stesso così lieve, così infinita, ribollente di intelletto e passione selvaggia domata: inimmaginato è il bacio del disiato riso.

Ecco, ricomincio da qui.