Ricapitolando.

Più che l’estate potè l’autunno, o la primavera, o comunque una stagione sinistramente piovosa aizzata da un Giove tonitruante e brutale.
Guerra, guerra. In Ucraina, squassata da mire neozariste. In Terrasanta, tra il meraviglioso avamposto della civiltà occidentale e un manipolo di straccioni infedeli. In Iraq, in Libia, in Afghanistan, dove dilagano ottusità e ignoranza gabellate per precetti religiosi.
Epidemia di Ebola in Africa.
Massimo tasso di disoccupazione in Italia; collasso dell’economia produttiva; disgregazione sociale; frammentazione politica in monadi tutte autoreferenzialmente detentrici della migliore panacea eppertanto titolate alla conquista del potere.
Spendiamo gli ultimi soldi dei nonni in aperitivi.

Annunci

La critica della notte rosa (Kant).

È che a me questo posto piaceva, d’estate – l’inverno è sempre uguale a sé stesso, grigio uniforme di nuvole.

In spiaggia c’erano le altalene a pochi metri dalla riva. Piattaforme più al largo dove prendere il sole o fare i tuffi. Sulla battigia un tappeto di gusci di vongole, telline, lumachine; se eri fortunato, potevi trovare una stella marina o un cavalluccio. Ogni tanto arrivavano le alghe, verde insalata, si avvolgevano alle caviglie e ti rifiutavi di fare il bagno. La sabbia era dorata, frutto del paziente lavorio della risacca sulle conchiglie.

Le tedesche erano dorate, con l’abbronzatura color patatina, la curva morbida della vita e delle anche e un fascino dolce assoluto.

I turisti credo apprezzassero la veste un po’ alla buona e a buon mercato di una cittadina fondamentalmente marinara, genuina e pacioccona.

Di sera si accendevano le luci dei localini e dei negozietti, avrei voluto visitarli tutti. Localini naif, con nomi naif, reti, fiaschi di vino e aragoste di plastica alle pareti. Potevi mangiare qualcosa al Merendero di Riccione, o a Rimini all’Arizona. Al Caffè Sombrero cabaret ogni sera animato da un mio lontano parente. Un baracchino dipinto di blu con tavoli e panche all’aperto serviva spiedini sotto al faro. Mio padre torna da una pescata col suo battanino, in mano un secchio pieno di tentacoli e pesci strani. Cutter a vela spiaggiavano e portavano al largo i bagnanti: maestose e uniche, l’Asso di Cuori e la Glentor arrivavano fino alla mitica Isola delle Rose, di cui un capannetto sul piazzale del porto vendeva la riproduzione in ferro assieme a altri souvenir, composizioni di conchigliette incollate su carta: che tenerezza.

Dopo le ristrettezze degli anni settanta anche gli italiani iniziano a passarsela meglio e, nel decennio successivo, la città esplode.

Code interminabili di auto sul lungomare, a passo d’uomo da Riccione a Rimini. Passiamo in motorino sui marciapiedi.

La musica è cambiata, in tutti i sensi: chiudono una dopo l’altra antiche balere, il Las Vegas, l’Oriental Club. E i cinema all’aperto. I localini si modernizzano e si omologano perdendo una rustica tipicità. Il pesce è surgelato.

Il seduttore estivo, ignorante e a suo modo romantico, diviene ignorante e pretenzioso, talora violento – la cronaca rosa si fa più nera. Le straniere sono trattate come selvaggina da vitelloni inzanziti. La conquista non è più neanche consumata: è sufficiente la semplice penetrazione per far numero. Sai che goduria. Avete più visto una tedesca, una inglese (merce di minor pregio), una svedese?

Il soldo del turista, però, affluisce copioso e un po’ dà alla testa; i cittadini diventano insofferenti alla invasione estiva, vogliono scrollarsela di dosso, cedono le attività, non fanno più la stagione; noi annusiamo l’aria e cantiamo Fermate Giuseppe.

Alla fine degli anni ’80 l’eroina è al tramonto ma prendono piede il fenomeno house music e le droghine da disco. Estati da sballo. Piazzale Roma a Riccione è una grande fumeria, dopo i cilum rituali si dorme in sacco a pelo. Ci si schianta in macchina al ritorno dal Pascià, dal Peter Pan, dal Lex Club già 99, attraversando la statale alla cieca sperando nel radar dell’estasi. È un turismo confliggente; le famigliole brontolano e cominciano a disertare.

Nell’agosto 1989 la mia tavola a vela fende la schiuma di un cappuccino. La mucillagine è solo una bizza della natura o un segno, una ammonizione divina?

Fatto sta che, da allora, le presenze estive declinano malinconicamente, stagione dopo stagione. Sfrattato il turismo familiare da quello della notte si debella anche questo, immorale e poco propenso a spendere. E il mare non invoglia alle abluzioni.

Ma l’economia deve comunque girare: da un lato piccole industrie crescono e dall’altro, liberamente interpretando il motto “se l’edilizia si ferma si ferma tutto”, si costruisce. Ovunque, in ogni lotto e fazzoletto di terra. È l’estrema deriva del verbo riminesizzare. Chi può investe i denari accumulati negli anni ’70 e ’80. Il volano dell’edilizia dà da mangiare a molti, a imprese e impresine, che saranno spazzate via dal crack degli ultimi anni; a tecnici, artigiani e fornitori; alla macchina giudiziaria impegnata nelle cause per vizi nei lavori. Dicesi, adesso, edilizia contrattata (ti permetto di costruire se tu ne destinerai una parte a uso pubblico). L’artefice del Piano Regolatore si dissocia dalla piega che ha preso la sua creatura. La gestione del territorio è un potente strumento di controllo e consenso a disposizione di una amministrazione. Per tacito patto sociale è una eredità che non va dilapidata ma tramandata: nella fattispecie, in circa un ventennio si giunge alla spendita totale del territorio e al compimento del sacco della città.

Al contempo le infrastrutture stradali non sostengono più il traffico di migliaia di culi di piombo temprati dai sedili delle auto per spostamenti di poche centinaia di metri, essendo l’uso del mezzo pubblico o della bicicletta considerato un malvezzo.

Sicchè si progetta e si approva la metropolitana di costa, invero un autobussone che corre parallelo alla ferrovia: un’opera che avrebbe ben figurato negli anni ’60 e con un impatto ambientale e finanziario pesantissimo: ma la macchina amministrativa, dopo una lenta messa in moto, procede inesorabile e nessuno avrà più il coraggio di staccare la spina. Neanche per tentare di stornare parte del denaro stanziato – una volta pagate le gravi penali del caso – per sistemare il vetusto impianto fognario, fonte di merda in mare, ludibrio, discredito: altra mazzata.

È una città che si è giocata, via via, tutti i propri assi. Campa ancora, però, soprattutto dei soldini freschi del turismo. Deve rendersi appetibile come può, mostrando quel che resta di buono del suo corpo malandato.

Arriviamo così alle notti rosa, alle molo parade. Beato chi critica: significa che non avrà problemi di reddito in autunno.

Dal cielo, in pieno centro, scendono le grida laceranti e funerarie dei gabbiani a scombussolarmi l’anima.

Le riforme costituzionali, la Terra che muore, gli asparagi e l’immortalità dell’anima.

Mi viene la pelle d’oca tutte le volte che odo il politicame nostrano berciare di modifiche costituzionali, coadiuvato da martellamento a mezzo stampa, nei modi e con le giustificazioni più varie: riduzione del numero dei parlamentari, semplificazione delle funzioni delle Camere, vuoi per ridurre i costi, invero una goccia nel mare degli sprechi, vuoi per snellire le procedure elettorali (l’assetto attuale non consente di “fare”) conferendone i poteri solo a una delle due Camere; ma siccome pluralitas non est ponenda sine necessitate, di ragione ce ne dev’essere una sola, e allora quale è quella vera?

La Costituzione è nata da persone che avevano fatto la guerra, che vi erano sopravvissute e che non volevano che la storia si ripetesse.

Per scongiurare l’accentramento dei poteri, che fu pernicioso, i poteri sono accuratamente frazionati, distribuiti e controbilanciati.

Deputati e senatori erano eletti con meccanismi diversi e su base territoriale diversa, perchè non coincidesse l’elettorato.

Una nazione ha il sistema costituzionale che si merita, in relazione alla sua storia e al senso civico dei suoi cittadini; e l’Italia, dove la tentazione di delegare oneri e onori all’uomo forte (salvo poi appenderlo al distributore, materialmente come Mussolini o metaforicamente come Mario Monti) è sempre presente, è un Paese che si merita una distribuzione dei poteri più sparigliata possibile e un sistema elettorale assolutamente proporzionale: quale quello coassiale alla Costituzione (salvo il tentativo della Legge Scelba 148/1953, abrogata l’anno seguente).

Il sistema proporzionale, che negli anni aveva condotto a estrema frammentazione dei partiti e difficoltà nel formare maggioranze di governo, fu abrogato dal referendum del 1993, che da buon radicale, nonostante le mie convinzioni, avevo appoggiato raccogliendone le firme di promovibilità.

Gli intenti del referendum furono parzialmente traditi dalla Legge Mattarella che introduceva un sistema maggioritario viziato da una quota proporzionale (c.d. “Mattarellum”, mentre il “Tatarellum” era il sistema applicato alle elezioni regionali); arriva poi il famigerato Porcellum, sostanzialmente riproduttivo, in peius, della Legge Scelba, del quale sia Silvio Berlusconi che il PD hanno cercato di profittare.

Dato che una costituzione, e la correlata legge elettorale, sono fatte su misura dalla classe politica che le ha prodotte per pertetuarne il potere (così fu nei quarantacinque anni di egemonia DC e partiti satelliti), ogni qual volta un Berlusconi, un Quagliariello (quello che gridava in Aula con la faccia stravolta “sentenza assassina” quando morì Eluana Englaro), e il manipolo che li accompagna di furbastri e nani culturali e tecnici rispetto al costituente (che non è “Padre”, termine fastidiosamente mutuato dallo stereotipo americano) del 1948, si dolgono dei lacci e lacciuoli della Costituzione e vogliono modificarla a proprio uso e consumo, allora timeo ne, spero che non ce la facciano, come per un pelo non ce l’hanno fatta finora proprio grazie alla architettura rigida della Costituzione.

Forse è ancora preferibile la lentezza di un Parlamento che lavori a Leggi soggette alla promulgabilità del Presidente della Repubblica rispetto a una maggior celerità decisionale devoluta allo schiribizzo di siffatti personaggi in virtù di poteri accentrati.

Sicchè, meglio cominciare con il realizzare un vero sistema elettorale maggioritario che garantisca maggioranze di Governo stabili; tagliare le prebende; e arrivato a questo basso livello mi fermo.

§ § §

Ancora più grave ciò che accade alla Terra, sintetizzato da un articolo di Luca Mercalli su “La Stampa” del 6 maggio (e da un precedente del 3 maggio, mi pare): abbiamo superato la soglia di quattrocento parti per milione di biossido di carbonio (COa) nell’atmosfera terrestre, “dato epocale”, captato non nel centro di Hong Kong ma dall’osservatorio del Monte Mauna Loa, a quota 3400 metri nelle Hawaii, una concentrazione che “rischia di proiettarci verso un riscaldamento atmosferico e una degradazione ambientale senza precedenti”.

Dice Mercalli, “l’umanità si sta pericolosamente affacciando su un territorio ignoto e nonostante tutto, troppo presa dal confrontare ogni giorno gli isterici cambiamenti dello spread e degli indici di borsa, sta incautamente sottovalutando indicatori fisici ben più rilevanti per le generazioni a venire e la conservazione della specie”.

Brutto brutto. E, a parte andare in giro in bicicletta, buttare plastica e carta dove si deve, non consumare come un forsennato e le altre piccole cose del mio quotidiano, è disarmante perché non posso farci un cazzo, per me, per la prole, per i miei animalini e tutti quelli a cui voglio bene, per l’immortalità di quello che è il mio mondo se non per quella della mia anima.

§ § §

Gli asparagi? Ottimi con un ovetto in camicia, burro fuso e, magari, una grattatina di parmigiano.

Langue.

Mi mette un po’ di tristezza vedere il mio blogghino che langue. Le idee le avrei anche. Non ho il tempo di dar loro corpo. In compenso mi sono comprato un paio di Clark’s e una giacca in liquidazione, il che gratifica me e gli stagnanti consumi nazionali. Ma tanto, tutto langue. Faccio fatica a raccapezzare il presente e ad immaginare un futuro (cfr. Il paradosso di Ruzino, un post del 2008). Imprese che chiudono, negozi che chiudono, molta gente senza lavoro. Una situazione politica allucinante. Il sintomo palpabile della crisi è dato dalle pubblicità delle autovetture. Modelli che un paio di anni fa costavano venticinquemila euro sono in vendita a diciassette. O vendono a prezzo quasi di costo per non chiudere, per non licenziare tutti, oppure fino all’altro ieri ci inculavano. La boutique bella ha tenuto i saldi il più possibile, al settanta per cento. Dove andranno a finire gli operai, i negozianti, tutto il terziario e l’indotto che campava sulla produzione? Possiamo trasformarci da un giorno all’altro in un paese di agricoltori o allevatori di galline? L’umile gallina, ad esempio, o il chicco di grano, sono l’ultimo anello della catena di produzione del denaro, o il primo di un’economia di puro sostentamento. Gli economisti parlano di ripresa, di crescita. Di economie emergenti, come quella cinese, che ogni quattro mesi realizzano tanto PIL come la Grecia. Ma il PIL corrisponde a territorio da usare, energie da bruciare, animali da mangiare, materie prime da trasformare. I paesi emergenti hanno ancora territorio vergine, risorse, da sputtanare. Noi dove cazzo andiamo? Il mare è in tempesta e la nave sbanda, senza timoniere. Ogni giorno si scoprono nuove corruttele, falle negli acquedotti del denaro pubblico. Nuovi politicanti si azzuffano con antico stile per il loro orticello. Arriva papa Francesco Primo, mancano solo le cheerleaders. Ho scritto tutto di fretta senza la brutta e non si capisce niente. Ma è così che va tutto.

2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

Il perchè della Grecia.

La gran parte della gente non si potrà spiegare le ragioni per cui i politici greci, che tra le loro fila annoverano campioni del calibro di Alexis Tsipras che nulla ha da invidiare a gente come Matteo Salvini, siano dediti a ignobili levantini traccheggiamenti per la conservazione e la spartizione del proprio potere più che al tentativo di rispettare le indicazioni della UE che tanti bei soldoni ha sganciato.

Neppure io ne so dare una spiegazione logica, o politica; posso solo dire che in Grecia andai svariati anni or sono, in motocicletta, rimanendo amareggiato per motivi essenzialmente legati alla trasandatezza ambientale (loro) e alla incompatibilità gastronomica (mia).

Ricordo una economica dieta iniziale a base di pita gyros, o pita suvlaki, ossia piadina imbevuta nell’olio e abbrustolita ripiena di carne speziata e pepata, talora anche patatine, condita con salsine all’aglio e cetriolo.

Il sentore di spezie mi rimaneva in bocca e addosso perseguitandomi per tutta la giornata, associato ai rigurgiti della salsa indigeribile che cercavo di ricacciare al suo posto con lente bevute di caffè frappè (frullato di nescafè – o caffè greco che lasciava la polverina tra le gengive – e ghiaccio).

Nonostante si vivesse in un mare di isole il pesce in tavola era raro e costoso, a riprova di una secolare e terragna tradizione di pastorizia e piatti a base di anziane pecore, oppure perché alcuni lo pescavano con esplosivi come mi aveva confidato il giovane proprietario di un campeggio: era, questi, un simpaticone che al mio sfoggio di greco antico aveva risposto “veni, vidi, vici” e aveva ribattezzato ridacchiando la mia moto “buzuki”, come la danza, lo strumento musicale e, per analogia a quest’ultimo, qualcosa tipo “pompino”; e che, allorquando gli avevo detto che forse l’impianto di dissalazione non funzionava bene data la totale assenza di schiuma durante lo sciampo, mi aveva guardato come un pazzo chiedendomi “quale impianto di dissalazione?” (poiché l’acqua dei servizi proveniva proprio dal vicino mare, dove allegramente scaricavano).

Tornando al pesce, erano stati alla portata delle nostre tasche un fritto di psarias, i pesciolini che sguazzavano nelle acque basse del porticciolo di Naussa, e uno squisito sarago da me personalmente scelto nella vetrina di un minuscolo ristorantino alle falde della città vecchia di Santorini.

Spesso ordinavo taramasalata, che a differenza dello spumino roseo della taramà francese della quale ero ingordo era appesantita da un eccesso di patate e aveva la consistenza e il colore della malta da costruzioni.

Ero rimasto stupefatto dalla collocazione, alle porte del capoluogo di Ios (Chora, tanto per cambiare), della centrale termoelettrica alimentata, credo, a gasolio che fumava e rumoreggiava notte e dì: non abbastanza da coprire lo schiamazzo delle orde di sedicenni nordeuropei ubriachissimi e vomitanti, tirati a viva forza nei pub dai buttadentro con la promessa di uno shot e una birra a poche dracme.

Dall’altra parte dell’isola, irraggiungibili se non in moto per una stradina sterrata, v’erano una spiaggia selvatica, una baia rettangolare e azzurra, una casina abitata da due vecchietti intenti a preparare dolmades.

In compenso, a Paros avevo dovuto subire la visita alla valle delle farfalle, località Kolympithres, ulteriore orrore ecologico; sebbene all’ingresso campeggiassero cartelli che proibivano tassativamente di scattare fotografie, i numerosi turisti avvicinavano ben bene il flash ai poveri insetti, che giacevano ovunque selvaggiamente calpestati.

Sopravvissuto al minuscolo ferry pericolante che mi portava a Naxos in un mare in burrasca (e che sarebbe affondato l’anno dopo), ai litri di mojito inutilmente trangugiati in una locanda gestita da una splendida mora, al bagnetto in una cala chiazzata da macchie oleose, mi ero dato, infine, a cibarmi di moskari (o moschari) stifado, che avevo scoperto meno speziato di altre pietanze e più gradito al mio stomaco degli abbinamenti feta/peperone o feta/cetriolo che mi tornavano su di buon mattino.

All’attracco del traghetto del rientro mi fiondai fuori dal portellone con un accenno di impennata e una gran voglia di panino prosciutto – mozzarella – pomodoro e di una bella vacanza in Italia o Spagna.

Che dire perciò del collasso della Grecia?

Da ciò che avevo avvertito allora e mi è rimasto dentro, e in via del tutto emozionale, qualcosa circa la mancanza di un sentimento del bene comune e della sua cura: chissa, forse determinata dal consumo eccessivo di cibi speziati e indigesti produttivo di perenne incazzatura col mondo.

Nulla, comunque, di irrimediabile; ad esempio, mediante lo scambio integrale degli abitanti con quelli della Finlandia (che peraltro propone un politicante di rango quale Timo Soini) e l’introduzione coatta della cucina italiana.