Ricordi.

Un anno e poco più fa è morta mia madre.

Divorata brano a brano da un alzheimer terrificante, trasfigurata e irriconoscibile nei lunghi anni e negli ancor più lunghi mesi terminali.

Ricordo lunghi, interminabili corridoi d’ospedale percorsi a tutte le ore del giorno e della notte per andare a trovarla – di notte, vuoti, mi davano ogni volta una sensazione di vertigine; le veglie al suo capezzale quando ancora aveva attimi quasi senzienti; e poi l’odore della malattia, il pulirle la bocca, l’allentarle la mascherina per alleviare la pressione sul volto o semplicemente l’essere muta o lacrimante presenza; il groppo in gola perenne, il fiato corto; la fuga nella notte di capodanno per bere grappa; e gli ultimi momenti, il primo dell’anno, sentendo il respiro via via più stertoroso, aspettando la fine cui non ho avuto fegato di assistere – sapevo già tutto.

Il funerale il giorno del mio compleanno.

Adesso sto sgomberando la nostra storica casa, troppo grande per mio papà – non babbo – e troppo piena di ricordi stratificati; mobili antichi e oversize, tappeti e quadri, migliaia di libri, vestiti.

Da quella che fu camera mia ho tratto il mio epistolario con varie fidanzate; ho rinvenuto e sottratto una valigia di quarantacinque giri dei miei, ascoltati e rigati da bimbo; e spulciavo tra le mie cose trovando una fogliolina di ulivo della pace, così recitava la nota a mano della mamma; libri da lei regalati o rilegati (opere di Nietzsche, traduttori di latino comprati usati e già rosicati, molti tascabili dei Peanuts che sapeva amassi, da bambino), l’ingenuo breviario di preghiere della comunione, e vestiti bizzarri che mi acquistava e mettevo un po’ per forza e un po’ per pigrizia.

Mia mamma ha ripreso forma in quelle cose; mia mamma come era quando io ero piccolo; e ho rivissuto il suo bene e il suo affetto, la sua tenerezza, e tutte quelle sensazioni che si perdono quando si diventa grandi e ci si indurisce.

Poi c’erano le tonnellate dei libri che ho letto, che non so più dove mettere e che, maledizione, non avrò più tempo di rileggere.

Dei miei vestiti di ragazzo ho portato via un maglione nero melange che, diciottenne, mi ero preso da solo e indossavo fieramente; lo darò a mio figlio: chissà, forse lo metterà, forse proverà quel fascino un po’ arcaico che emanano le robe dei genitori e forse, ripensandoci tra molto tempo, avrà un ricordo buono di me.

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2 commenti su “Ricordi.

  1. oreste ha detto:

    bello e commovente e doloroso.

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