2012

Come tutti oramai sanno, i Maya e Nostradamus si erano sbagliati nel datare la fine del mondo al 21 dicembre 2012: i primi non avendo contezza della nascita di Gesù Cristo e dunque non potendo computare nella cronologia del futuro un inesistente anno zero, il secondo poiché morto sedici anni prima dell’adozione del calendario gregoriano che avrebbe, nel 1582, recuperato dieci giorni saltando a piè pari da giovedì 4 ottobre a venerdì 15 ottobre.

Grave fu la delusione delle folle, specie di chi aveva dato astutamente sfogo a istinti bestiali e desideri inconfessati e repressi in vista della fine, confidando nel catastrofico e planetario indulto.

L’inverno, preceduto da scalmane di pioggia, era però gelido e siccitoso; pativano i campi ucraini, canadesi; le bestie mantrugiavano gli ultimi scampoli di erba e granaglie; si scatenava gran baldoria tra gli uomini, nel frattempo, per lo scampato pericolo.

Il gaudeamus igitur non era ancora finito che, all’inizio dell’anno nuovo, qualche cassandra principiò ad ammonire sinistramente cautela negli sprechi: inascoltata come da prassi, tampoco nei paesi più evoluti e assuefatti a credere nelle moderne e magnifiche sorti e progressive che sempre li avrebbero abbondantemente pasciuti.

Il clima ben s’accompagnava, rigido, alle evoluzioni della politica, tutta protesa a rinverdire fasti di nazionalismo: e se al nord europa schiamazzavano grida gutturali contro gli invasori dell’africa e dell’asia minore, laggiù spopolavano i fratelli dell’islam con grida non meno gutturali contro gli imperialisti occidentali e incinerazioni di bandiere come da copione.

La primavera s’appressava. Piovve. Piovve.

L’acqua rivoleggiava sul terreno riarso, trascinando con sè le stecche germinazioni dei raccolti. L’allarme per le provvigioni fu lanciato con eco mondiale.

Uno scienziato americano, ovviamente, diffuse un suo procedimento per trarre nutrimento dal midollo dei tronchi.

Prima che si comprendesse la natura essenzialmente farsesca e bizzarra della rivelazione, buona parte degli alberi dell’Amazzonia erano stati segati e venduti a facoltosi acquirenti. Spelacchiati rimasugli testimoniavano l’assenza delle foreste grandiose del nord america.

Nell’indocina dilavata dalle piogge, scarseggiando il pugno di riso quotidiano e inutili essendo i miseri stipendi delle multinazionali, si cominciò a divorare i corpi dei defunti.

Il consiglio comunale di una remota cittadina della costa est dell’italia, intanto, discuteva accanitamente se realizzare o meno le fogne, annoso e mai risolto problema e determinante per la stagione turistica a venire.

I fratelli islamici assumono i governi degli stati mediterranei e mediorientali.

In europa è la fame. Le masse dei diseredati scorrevano le pianure centrali assaltando le città dove gli abitanti, asserragliati, difendevano le scorte dei pochi supermercati non depredati.

Berlusconi vince le elezioni, presidente del consiglio in italia. Proclama: sconfiggerò i comunisti.

In cina si approva la legge marziale. Fucilato immediatamente chi si ciba di cadaveri. Nei primi dieci giorni sono duecento milioni. Poi si stabilisce per legge una decimazione selettiva. In india, con disciplinato fatalismo, si appoggiano pregando a grandi pire alimentate dai corpi dei morti, e lì muoiono.

Estate. Le grandi pianure statunitensi erano riarse dal sole e i sopravvissuti si cibavano, come topi, delle deiezioni delle città raspollate nelle discariche.

In europa si arriva al muro contro muro. Chiusa ogni frontiera. I governi abbaiavano ordini inascoltati. Il nemico è fuori di noi. È brutto, è diverso e, se ancora non l’avete capito, è nero.

Paradisi terrestri affondano. Le isole andamane, le maldive, le seicelle sono sommerse da una graduale, rapida marea. Commendatori di ogni razza ululano al cellulare.

L’africa, adusa al male per antica memoria, accetta rassegnata il peggio. Carestia – che ne sappiamo noi di veder morire di fame i congiunti? – sciamanesimo senza speranza, carcasse di elefanti semisbranate. Reporter inesistenti non possono trasmettere alcuna notizia da luoghi che non fanno, se mai l’hanno fatta, notizia.

Settembre. Barack Obama tiene un discorso alla nazione. “Infelice è colui” dice piangendo “che non sa proteggere i suoi figli. E io non li ho protetti. God bless america”. Estrae una solida colt. Sangue e tracce di materia cerebrale imbrattano l’obiettivo delle telecamere.

Si continua a discutere animatamente, intanto, in una remota cittadina sul mare adriatico infetto, della realizzazione delle fogne.

Il consiglio europeo introduce ulteriori limitazioni d’accesso alle frontiere, si spara a vista. I fratelli dell’islam, che governano egitto, libia, tunisia, marocco, arabia saudita, iran, iraq e promuovono un colpo di stato in turchia, inneggiano alla jihad a oltranza. Lo slogan è “oltre i confini dell’anno mille”.

Gli animali da compagnia sono stati cotti e mangiati. È considerato fortunato chi preserva una vacca, un maiale. I radi abitanti delle città si guardano in tralice negli sporadici incontri per le vie.

La cina comunica il ritorno il colonialismo e invade giappone e russia. Poche migliaia di soldati contro poche migliaia di soldati. Si scannano a baionetta. Nessuno esibisce l’arma totale. È novembre.

Voltafaccia degli stati uniti all’europa, “non siamo legati da patti eterni”, e invasione della america del sud. I militari occupano i campi dei cocaleros e dilagano pazzamente nelle pampas sterminando i pochi capi di bestiame di cui si cibano prima di porre a ferro e fuoco buenos aires, santiago, montevideo, sgomente, e cadere agonizzando braccio a braccio dei contendenti in un ultimo tango.

È l’undici dicembre 2013. Dichiarazione di guerra della fratellanza islamica all’europa. La prima bomba termonucleare cadde su bruxelles alle 12.00. La risposta della UE era stata già programmata, e fu. L’olocausto atomico non tardò a coinvolgere paesi vicini, lontani, amici e nemici.

In una remota cittadina italiana sul mare adriatico si partorisce, al contempo, un importante pronunciamento: rinvio dell’esecuzione del rifacimento del sistema fognario a data da destinarsi.

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