Il perchè della Grecia.

La gran parte della gente non si potrà spiegare le ragioni per cui i politici greci, che tra le loro fila annoverano campioni del calibro di Alexis Tsipras che nulla ha da invidiare a gente come Matteo Salvini, siano dediti a ignobili levantini traccheggiamenti per la conservazione e la spartizione del proprio potere più che al tentativo di rispettare le indicazioni della UE che tanti bei soldoni ha sganciato.

Neppure io ne so dare una spiegazione logica, o politica; posso solo dire che in Grecia andai svariati anni or sono, in motocicletta, rimanendo amareggiato per motivi essenzialmente legati alla trasandatezza ambientale (loro) e alla incompatibilità gastronomica (mia).

Ricordo una economica dieta iniziale a base di pita gyros, o pita suvlaki, ossia piadina imbevuta nell’olio e abbrustolita ripiena di carne speziata e pepata, talora anche patatine, condita con salsine all’aglio e cetriolo.

Il sentore di spezie mi rimaneva in bocca e addosso perseguitandomi per tutta la giornata, associato ai rigurgiti della salsa indigeribile che cercavo di ricacciare al suo posto con lente bevute di caffè frappè (frullato di nescafè – o caffè greco che lasciava la polverina tra le gengive – e ghiaccio).

Nonostante si vivesse in un mare di isole il pesce in tavola era raro e costoso, a riprova di una secolare e terragna tradizione di pastorizia e piatti a base di anziane pecore, oppure perché alcuni lo pescavano con esplosivi come mi aveva confidato il giovane proprietario di un campeggio: era, questi, un simpaticone che al mio sfoggio di greco antico aveva risposto “veni, vidi, vici” e aveva ribattezzato ridacchiando la mia moto “buzuki”, come la danza, lo strumento musicale e, per analogia a quest’ultimo, qualcosa tipo “pompino”; e che, allorquando gli avevo detto che forse l’impianto di dissalazione non funzionava bene data la totale assenza di schiuma durante lo sciampo, mi aveva guardato come un pazzo chiedendomi “quale impianto di dissalazione?” (poiché l’acqua dei servizi proveniva proprio dal vicino mare, dove allegramente scaricavano).

Tornando al pesce, erano stati alla portata delle nostre tasche un fritto di psarias, i pesciolini che sguazzavano nelle acque basse del porticciolo di Naussa, e uno squisito sarago da me personalmente scelto nella vetrina di un minuscolo ristorantino alle falde della città vecchia di Santorini.

Spesso ordinavo taramasalata, che a differenza dello spumino roseo della taramà francese della quale ero ingordo era appesantita da un eccesso di patate e aveva la consistenza e il colore della malta da costruzioni.

Ero rimasto stupefatto dalla collocazione, alle porte del capoluogo di Ios (Chora, tanto per cambiare), della centrale termoelettrica alimentata, credo, a gasolio che fumava e rumoreggiava notte e dì: non abbastanza da coprire lo schiamazzo delle orde di sedicenni nordeuropei ubriachissimi e vomitanti, tirati a viva forza nei pub dai buttadentro con la promessa di uno shot e una birra a poche dracme.

Dall’altra parte dell’isola, irraggiungibili se non in moto per una stradina sterrata, v’erano una spiaggia selvatica, una baia rettangolare e azzurra, una casina abitata da due vecchietti intenti a preparare dolmades.

In compenso, a Paros avevo dovuto subire la visita alla valle delle farfalle, località Kolympithres, ulteriore orrore ecologico; sebbene all’ingresso campeggiassero cartelli che proibivano tassativamente di scattare fotografie, i numerosi turisti avvicinavano ben bene il flash ai poveri insetti, che giacevano ovunque selvaggiamente calpestati.

Sopravvissuto al minuscolo ferry pericolante che mi portava a Naxos in un mare in burrasca (e che sarebbe affondato l’anno dopo), ai litri di mojito inutilmente trangugiati in una locanda gestita da una splendida mora, al bagnetto in una cala chiazzata da macchie oleose, mi ero dato, infine, a cibarmi di moskari (o moschari) stifado, che avevo scoperto meno speziato di altre pietanze e più gradito al mio stomaco degli abbinamenti feta/peperone o feta/cetriolo che mi tornavano su di buon mattino.

All’attracco del traghetto del rientro mi fiondai fuori dal portellone con un accenno di impennata e una gran voglia di panino prosciutto – mozzarella – pomodoro e di una bella vacanza in Italia o Spagna.

Che dire perciò del collasso della Grecia?

Da ciò che avevo avvertito allora e mi è rimasto dentro, e in via del tutto emozionale, qualcosa circa la mancanza di un sentimento del bene comune e della sua cura: chissa, forse determinata dal consumo eccessivo di cibi speziati e indigesti produttivo di perenne incazzatura col mondo.

Nulla, comunque, di irrimediabile; ad esempio, mediante lo scambio integrale degli abitanti con quelli della Finlandia (che peraltro propone un politicante di rango quale Timo Soini) e l’introduzione coatta della cucina italiana.

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