Umbilicus mundi.

Le due donne chiacchierano in un angolo formato dal piccolo banco del barettino sulla spiaggia. Grossomodo cinquantacinquenni. Una è un’ex-belloccia (E.B.). Tiene in mano una tazzina di caffè, del quale assapora di tanto in tanto piccolissimi sorsi. L’amica è invece sul carampanico andante. Sono circondate da una quadruplice cintura di assetati di caffè, perché è l’una e mezzo, l’italiano sente il richiamo dell’aromatica bevanda e il barista è sotto assedio: alcuni della turba munita di scontrino lo prendono anche per gli amici (ne porto via sei), e ci sono da evadere le comande ai tavoli.

Benchè le tazzine sporche si ammucchino come neve in una tormenta dietro al bancone, del quale ella e l’amica carampanoide occupano una discreta fetta, e la folla caffeinomane scalpiti intorno a loro, e il barista stia con ogni evidenza andando nel pallone, la E.B. non sembra avvertire alcun disagio. Ha una rappresentazione mentale troppo alta del proprio hic et nunc, e della esiziale importanza della conversazione che sta – occhio azzurro imperturbabile – intrattenendo con l’amica.

Questa, dal canto suo, potrebbe sembrare imbarazzata: potrebbe, se non centellinasse a sua volta con rilassata saggezza un orzo in tazza grande.

L’assembramento a un certo punto si scioglie. Ottengo un meritato caffettino presigaretta.

Le due amiche posano le tazzine sul bancone. “Però la prossima volta andiamo in un altro posto, che qui c’è troppo casino” fa la E.B.

Cala la tela.

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