Julius, prima e dopo.

“Se continui cossì mi fai venire … … oh, Jules” gemette Kate contraendosi tutta intorno a lui.

Julius Royce era un bell’esemplare di nero quarantenne, slanciato e muscoloso, consulente finanziario in proprio con una piccola scorta di clienti fidati; Kate Ellis, di poco più giovane, minuta e formosa dove serve, lavorava come quadro in una importante organizzazione sindacale.

Il carattere determinato di Kate poteva far supporre una sensualità a base di latex, cuoio e frustini (e più di un amante si era presentato a lei con una valigetta colma di inquietanti accessori), dissimulando per vero una passionalità dolce e una controllata lascivia nelle quali l’intelletto e i baci di Julius si incastravano come tessere di un tangram celeste.

Julius aveva, come tutti gli uomini, qualche piccolo difettuccio. Un paio parevano a Kate particolarmente significativi: un figlio che era la luce dei suoi occhi e una moglie alla quale li avrebbe volentieri cavati.

“Donc?”

“Donc che?”

“È francese. Vuol dire dunque, allora. Quando ti decidi. Vorrei vivere con te davanti a tutti, averti per me. Diglielo. Non posso perderti ma non riesco a stare da sola. Fai qualcosa per me.”

“Detesto il francese. Lingua da debosciati e da ambasciatori. Sciscì, sciscià. Mangiarane a tradimento. Non sei sola, mi hai. Completamente. Devo sistemare un paio di cose, amore mio. Lo sai, non è semplice.”

“Qualunque cosa sia, falla. E falla in fretta.”

*

Si erano visti a Natale, lei lo baciava (oh Jules) con il consueto abbandono. Ma. Una nuova foga nello spingersi della lingua. Asincronia. L’alito?

“Ho trascorso un bruttissimo autunno, Jules. Non ti facevi vivo per giorni. Volevo venirti a trovare e ti sei tirato indietro. Sai come sono, ho bisogno di calore, di presenza. Dove andrai in ferie?”

“Ho promesso a Chet di portarlo al lago. Hai conosciuto qualcuno?” lasciò cadere.

“Sì.”

Preferì non approfondire.

Era appena rientrato dalle vacanze quando Kate gli telefonò per dirgli che era finita.

*

Julius Royce trascorse qualche settimana di sorprendente assenza di dolore. Lavorava a più non posso, con la mente sgombra. Credette addirittura si fosse risolto un problema che lo aveva a lungo assillato. Invece era solo la narcosi che precede il risveglio da un brutto intervento chirurgico.

L’assenza lo allagò d’improvviso alle quattro di un pomeriggio. Le scrisse, d’impulso, una lettera. Senza risposta. Poi spedì un libro.

“Grazie del tuo pacchettino. Ciao” recitava laconica la mail, qualche lunedì seguente.

*

Sollevò la cornetta al primo squillo.

“Ciao Jules. Come va?”

“È meraviglioso sentirti. Piaciuto il libro?”

“Sì, carino. L’ho trovato al ritorno dal viaggio.”

“Lavoro, come sempre, o una meritata vacanza?”

“Vacanza, vacanza. Come stai?”

“Mi manchi. Mi manchi tanto. Tutto quello che faccio è un diversivo per non pensare a te” confessò. Un percettibile tremito.

“Oh, Jules. Non è possibile. Datti una calmata. Come puoi dire che io ti manchi? Mi lasciavi sola per settimane. Non mi scrivevi. Dicevi che avremmo vissuto insieme e non l’hai fatto.”

“Conosci i miei problemi.”

“Dicevi che mi amavi e non hai fatto niente per dimostrarmelo.”

“Ma io ti amo. Più di qualsiasi altra cosa.”

“Cosa intendi per amore, Jules?”

“È la consapevolezza di non essere soli. È un filo tra due persone che niente potrà mai spezzare.”

“No, Jules. Amare è presenza. È coraggio nelle scelte. Dedizione, impegno. L’amore mentale non mi basta. Dovevi rendere pubblico il tuo sentimento, se vero, e agire di conseguenza. E non l’hai fatto”.

“…”

“Avevi detto che mi saresti venuta a trovare, e…”

“…”

“E non l’hai fatto.”

“Ho pensato tanto. E ho capito. Prometto, giuro, che farò tutto quello che posso, che devo. Di tutto.”

“Mi spiace. Meglio che tu lo sappia subito, prima di apprenderlo da qualcun altro. Ho un compagno. È un uomo di valore. È intelligente, come te. E in più si dà da fare per me. C’è. Conviviamo.”

Mucose della bocca felpate. Gambe, schiena irrigidite. Il telefono era un’incudine. La gola ingrossata strozzava una voce che non era la sua. “Ma io ti amo. Ti amo! Tu mi ami. Mi amavi. Come hai potuto?”

“Mi spiace, Jules. Anche i grandi amori finiscono. Non hai creduto che io potessi offrirti un amore caldo, rassicurante, ospitale. Per questo ti ho lasciato. È un treno partito che non torna. Fattene una ragione.” Sillabava le parole con la durezza di un calvinista che sbatta una Bibbia sul muro.

Clic.

Ristette in poltrona. Si guardò le grosse mani nere. Una sinfonia di strumenti neurali risuonava incessantemente in un folle tango corticale.

*

Fastforward.

In un futuro prossimo troviamo un Julius Royce spelacchiato e spiritato scrivere a man salva innumerevoli lettere d’amore. E lei a rispondergli. Si sentivano, più di prima. Un tormentoso e irrisolto amplesso epistolare che lo aveva svuotato. Lavorava poco. Kate insistette per vederlo e parlargli.

Elencava con metodica precisione, seduta di fronte a lui, tutte le sue manchevolezze. Julius ascoltava attentamente e poco replicava. Fino a quando, ore dopo, con lento fluido fermo movimento le sfiorò il dorso della mano.

Respiravano adesso l’uno dal respiro dell’altro.

“Oh, Jules … fammi venire. Mettimelo dentro piano, come sai fare tu. Ti ricordi?”

Ricordava. La cartografia del corpo di lei, territori minuziosamente esplorati variamente contraddistinti delle granature della pelle. Il piacere condiviso, tanto da poter avvertire quello di lei come fosse il proprio (ed era sicuro che lei sentisse allo stesso modo il suo in un rimando empatico e circolare). E ancora – e a questo ricordo il suo sesso non poteva fare a meno di sussultare – le confidenze bisbigliate alla penombra di una coltre, in mano una tazza di caffelatte tiepida e complice, carezzandosi l’anima. Sì, ricordava. Ricordava tutto.

“Come si chiama? Chi è? Lo lascerai?”

“Jimmy … John. John. Non lo so. Lo amo. Non so. Nessuno in vita mia mi ha mai fatto godere come te. Mi capisci senza bisogno di parole. È strano. Amo anche te. Vi amo entrambi. Come in quel film francese.”

“Francesi, francesi. Dimmi qualcosa. Non riesco a stare così.”

“Non so. Abbiamo in programma un viaggio insieme. E ho bisogno di riflettere.”

*

(Suite en sous – sol)

Il tempo non è galantuomo, cogitava Julius nelle dilatate ore durante le quali contemplava ingobbito l’inutile sussidio tecnologico di uno schermo senza risposte, eloquente e beffarda metafora dell’impenetrabile limbo nel quale lei si era dissolta.

Telefonata.

“Ciao Kate. Scusami ma non ce la faccio più. Non ti sento più. Non sento più la tua presenza. È come se una tenaglia mi strappi qualcosa da dentro. Avevi detto di amarmi ancora.”

“Julius, è difficile da dire ma ho fatto una scelta. Era necessario. Quello che mi ha detto, che mi hai scritto, avrebbe dovuto succedere prima. Ti prego di ascoltarmi. Non potrei ritornare con te: e non ritornerei con te anche se fossi libera. Mi hai deluso, Julius. Ti credevo diverso. Non mi fido più di te. Anche dopo il nostro ultimo incontro non ti sei dato da fare, non hai fatto niente. E permettimi di dubitare, a questo punto, anche della tua capacità di arrivare a fine mese. Ho bisogno di sicurezza.”

“Ti prego. Ti prego. Ti prego. Dammi un segnale. Dimmi qualsiasi cosa io possa fare per dimostrare che ti amo e la farò.”

“Mio Dio, Julius. Come puoi essere così dipendente dagli altri? Sono io che ti prego: lasciami perdere. Per il mio, per il tuo bene.”

“Morirò. Morirò. Mi ammazzo. Ammazzo tutti.”

“Non credo proprio”, concluse Kate con un accenno di riso.

Clic.

Nel tambureggiare ottundente di miriadi di connessioni sinaptiche, Julius catalizzò il lampo di un pensiero: non aveva mai coltivato un progetto in una vita altrimenti dominata dal caso: e, allorquando il caso glie ne aveva offerto un’opportunità, non se ne era reso conto e l’aveva fatta sfuggire.

Non lavorava più; appariva permanentemente estraneo e assente, vagamente brillo e aveva truffato i pochi clienti rimasti appropriandosi del denaro consegnato per gli investimenti: conseguendone il rapido diradamento delle amicizie e la fuga della moglie, ritiratasi in casa dei genitori seco conducendo il figlio.

Quando una notte insana, saturo dell’angosciante refrain della compulsione, compose il numero familiare.

Gli rispose una voce che sapeva di dopobarba.

“Allora? Lei ha riconosciuto la chiamata. Non ti vuole parlare. È di là che piange. Non ti sembra di averle fatto abbastanza male? Senti, cazzone, non so cosa ci sia stato fra voi due e non lo voglio sapere. Lei adesso sta con me. Se tu avessi mosso quel culo di piombo le cose forse sarebbero andate diversamente. Ma adesso ci sono io. Capito? Ti saluto, pallemosce.”

Clic.

Reputandosi uomo serio e maturo, Julius da uomo maturo cominciò a bere. Cioè sul serio.

Vino rinforzato. Torcibudella. Cisco. Thunderbird. Mad Dog 20/20. Spacca il cervello e fonde le viscere.

Salvo contemplare sconsolato, l’addì seguente, gli scisti marmellatosi delle proprie evacuazioni mattutine.

La moglie gli portava, una volta a settimana, pacchetti di vettovaglie, trovandolo coricato sul divano a fissare, con occhi sbarrati, le peripezie degli uccelli nel riquadro di cielo della finestra.

Una sera, la finestra era aperta. Lui non c’era; il divano recava impressa la sindone del corpo. Le tende sventolavano lievi come pallidi battiti d’ali nel novilunio.

*

Julius Royce giunse in città un paio d’anni dopo alla guida di una Caddy lunga un chilometro. Più o meno come le gambe della sventola che stese secchi i capannelli di uomini che stazionavano davanti al Venue, dove loro avevano preso alloggio. Presto rimbalzò voce che era diventato un pezzo grosso della DeBoer e doveva incontrare sindaco e maggiorenti vari per un accordo finanziario. E che la gnocca era una segretaria “particolare”.

Dopo l’appuntamento era rientrato in camera, si levava la giacca.

Kate entrò senza bussare, senza fare rumore.

“Jules. Tanto tempo. È così che ti voglio. Congratulazioni. Un uomo vero. E che uomo! Sai, ti donano quelle sfumature grige, quelle rughettine.”

“…”

“Con Jimmy è acqua passata. Non lo sopportavo più, o lui non sopportava me. Troppo normale. Banale. Dietro al lavoro. Asfissiante. E tutte quelle vacanze inutili. Alla fine dormivo da sola.”

“…”

“Oh, Jules, mi mancano i tuoi baci. So di avere sbagliato, sono stata una stupida. Non avrei dovuto comportarmi così. Ma adesso abbiamo molto da dirci.”

Avvicinava il viso, serio e sorridente, al suo. Lui la lasciò fare, i baci erano quelli di una volta, e quando lei gli slacciò la patta e gli prese il glande tumefatto si accasciò sul letto. Non aveva mai sopportato l’atto servile di una donna inchinata.

Le siringò in bocca, minuti dopo, qualche centimetro cubo di sé. E fu tutto.

Lei si era alzata e diretta allo specchio. Si spiluccava un pelo dal labbro. Si rimetteva il rossetto.

“Sai, Jules. Ti ho molto pensato. Non avevo più notizie di te. Ero preoccupata. Ma sei tornato. Sei libero. Sei cresciuto. Possiamo riprendere. Non ripetiamo gli stessi errori.”

Si girò.

La stanza era vuota.

[Nota:

È l’ennesima parabola della serie “disastri amorosi” e sarà anche l’ultima. Scrivere roba così costa fatica, è una specie di discesa negli inferi. Ero indeciso se pubblicarla o meno; alla fin fine ho pensato che sarebbe stato inutile sudare sangue per poi tenere il racconto nel cassetto. Il senso del quale? Mah, più o meno che quando una rinascita è attribuibile solo ed esclusivamente alle nostre forze possiamo apprezzare l’oggetto amato, disvelato dai paramenti di Amore, per quello che è: un autentico, incommensurabile pezzo di merda. Dopodichè, non so perché mi venga da scrivere roba così. Una volta, in alta montagna, sono franato sotto il peso di uno zaino monolitico davanti a un ciuffo di stelle alpine. Ne ho colta una e l’ho regalata alla morosa dell’epoca. Più tardi seppi che lei si calava di estasy in giro per locali e si ingozzava della sborra dei vari maschietti raccattati nel corso dello sballo. Forse è per questo. O forse è la maledizione della stella alpina. O forse perché, come tutti quelli a cui viene da scrivere roba come questa, non sono altro che un gran bastardo, un miserabile Orfeo disposto – volgendosi scientemente alle porte dell’Ade – a barattare l’amore di Euridice per un briciolo di ispirazione.]

P.S.: e come sempre: figa, cazzo, culi sfondati.

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6 commenti su “Julius, prima e dopo.

  1. luigi bastonliegi ha detto:

    Buon pezzo, e condivisibile; ma, amico mio, chi fantastica rivalse non ha ancora superato la cosa. Leggi il libro della tipa che ha mollato Pavese al confino: aveva ancora ragione lei.
    LBL

    • ruzino ha detto:

      Ben detto, verissimo. Mi intrigavano, però, più le possibilità letterarie della questione che la questione in sè. Grazie per esserti sobbarcato la lettura.

  2. ruzino ha detto:

    P.S.: Pavese risolse le proprie beghe come sappiamo: spero di non fare lo stesso. Invece, tra le frasi del post, mi piaceva, ad esempio, l’ossimoro di “ti lascio perchè non hai creduto potessi offrirti un amore ospitale”; oppure il “muovi il culo” a uno che è nel baratro e non vede oltre ad esso: più o meno come dirlo a quelli che adesso perdono il lavoro e si sparano.

    • luigi bastonliegi ha detto:

      A parte le volgarità che la gente che ti lascia deve dire (perché la gente è volgare, per definizione; d’altra parte, anche la bellezza in sé è volgare, perchè piace a tutti), mi hanno colpito le due diverse definizioni di amore: perché mi sembra che siano vere entrambe. Ora, il punto io credo che sia l’onestà o la lealtà, e se chi si protesta tradito (come sempre entrambe le parti) abbia ragione a lamentarsi o non stia usando una solita avvocatesca retorica (e mi si perdoni l’allusione) per affondare la corrazzata nemica nella battaglia navale a biro (ah si? allora B4). Permettimi di dire che secondo me è una questione di potere: in amore vince chi fugge, ovvero chi non ama, ovvero chi investe meno, ovvero chi ha reagito attivamente alla frustrazione di vedere che la contro parte ( mi si perdoni ancora una volta sia il linguaggio avvocatesco sia l’aggettivo ” avvocatesco”) cerca di salvare qualche risparmio di vita ( poter veder un figlio senza tribunale di minori di mezzo, per esempio) senza sacrificare le cose veramente sacre, e preferisca magari il solito cazzone per cui non esiste niente di sacro, o perché non ha figli, o perché i figli hanno già la loro età e spacciano.
      LBL

  3. ruzino ha detto:

    sagge parole. chi si lamenta è perchè è in torto, ha qualcosa da rimproverarsi. però nel racconto mi pareva che il fattore piagnisteo fosse in second’ordine…

  4. ruzino ha detto:

    Ciao, LBL. Spero ripassi, perchè mi vengono in mente a rate cose affioranti a livello di coscienza che non riuscivo (e forse non riesco neanche ora) ad esprimere.
    Chi agisce per la soddisfazione delle proprie necessità ha sempre ragione. L’inazione (commissiva mediante omissione) è sempre colpevole.
    Nel racconto non indagavo i presupposti morali (ragione, torto) del fatto. Il fatto “è”. Dopodichè, è il punto di vista ad essere parziale, di parte: il viaggio interiore di Julius. Il racconto potrebbe, ovviamente, essere riscritto sotto la prospettiva di Kate. Ma ho sposato l’estetica della sconfitta e parteggiato per quel cialtrone di Julius. Concedendogli un esito diverso da quello di “Rapsodia in mi manchi maggiore”, un puerile riscatto. Di facile lettura, l’aggancio a “Jules et Jim”.

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