Lawyers.

In principio era l’Avvocato.

Questo mestiere ha conosciuto grande fortuna a decorrere dal secondo dopoguerra, e fino alla fine degli anni ’80 chi usciva dall’Università con una laurea in legge in tasca, estro e spirito di iniziativa poteva intraprenderlo, talora anche con grande successo.

Negli anni ’50 e più avanti per esercitare la professione serviva poco: potevano bastare una macchina da scrivere e un conto aperto al bar sotto casa, dove ricevere la clientela e farsi vedere.

Era relativamente facile per gli avvocati dell’epoca, complice l’ignoranza del popolo, diventare famosi: uno veniva guardato con rispetto per l’andatura impettita e la scarsa confidenza abilmente rivestite da un doppiopetto sartoriale; un altro portava il fazzoletto nel taschino, un fiore all’occhiello, parlava forbito; di un altro colpivano i modi guasconi, l’astuzia malandrina.

E la gente disputava su chi fosse il migliore, “sono andato da …”, “no, è meglio …”, parteggiando per l’uno o per l’altro come cavalli da corsa e in definitiva non capendo assolutamente nulla in cosa consistesse il lavoro che facevano, che pareva magico e arcano e i cui risultati legati ai capricci insondabili, nebulosi e ingovernabili del fato.

Poteva così capitare che l’avvocato in questione altro non fosse che un abile (ma anche no) affabulatore, che impostava le cause a casaccio scaricandone gli esiti negativi sui Giudici “che non lo avevano capito”, “che erano amici di quell’altro” o che più semplicemente erano delle gran teste di cazzo: nel tutto, spremendo il più possibile il cliente, ignorante almeno quanto lui in materia, e del tutto sprovveduto.

Ovviamente c’erano anche ottimi avvocati, più o meno dotti, più o meno dotati di fiuto e buon senso e più o meno onesti.

Dalla fine degli anni ’80 e soprattutto dalla metà dei ’90 la professione è mutata, si è molto più tecnicizzata, avvocati e clienti si sono evoluti.

Complice, anche, la riforma delle procedure (cioè dei manuali di istruzioni che ti dicono come si costruisce una causa, un processo).

La procedura civile previgente era elasticissima: gli avvocati, quelli bravi, centellinavano di udienza in udienza le richieste istruttorie o le produzioni documentali per celare all’avversario le proprie tattiche difensive e poteva, così, capitare che un documento risolutivo venisse depositato all’ultima udienza provocando o la debacle della controparte oppure una richiesta di termine (rinvio) per esame e prove contrarie: sicchè le cause duravano decine di anni, tra lo sconcerto dei clienti e l’arricchimento dei professionisti.

Le innovazioni procedurali hanno compresso tutte le fasi probatorie e di merito in poche udienze fisse, introducendo preclusioni, insidie e trabocchetti che hanno determinato l’accorciamento delle cause civili (ora, massimo massimo, un primo grado si conclude in meno di cinque anni) e l’insorgere di patologie paranoiche tra gli avvocati, sottoposti a una mole di scadenze e accortezze di cui avere fulminea e chirurgica cura.

Nel penale è stata soppressa la cosiddetta fase istruttoria, governata dal Giudice Istruttore, e introdotta la distinzione tra indagini preliminari, segrete, sospinte dal Pubblico Ministero, e dibattimento in aula, pubblico, davanti al Giudice.

Sono stati anche introdotti riti speciali volti a falcidiare il carico di processi penali gravante sui sistema giudiziario: il patteggiamento e il giudizio abbreviato, in primis.

Riforme che, tonavano alcuni avvocati penalisti d’antan, “avevano ucciso il diritto penale e i processi”: perché la possibilità di snocciolare in aula boiate degne di “Un giorno in Pretura”, teorie difensive tutte in punto di fatto che nulla avevano di giuridico, era tramontata e toccava studiare, affinarsi, valutare quale rito scegliere e tutto era diventato molto, molto più complicato.

Ciononostante l’accesso alla professione è continuato gagliardo a crescere.

Compreso che chiunque poteva fare l’avvocato, senza sbattersi a studiare per pallosi concorsi e impieghi pubblici ma sopportando tutt’al più qualche mese di clausura per tentare l’esame da procuratore legale e la sorte verso un mestiere più figo e i soldoni, che ancora c’erano, dai primi anni ’90 il numero degli iscritti all’Albo è aumentato in misura esponenziale.

Anche perché, simultaneamente, gli avvocati avevano compreso che era molto più conveniente prendere in studio un praticante anziché una segretaria: era laureato, poteva scrivere atti giudiziari con un minimo di cognizione di causa, sostituire in udienza e essere sguinzagliato per gli uffici: il tutto ovviamente gratis, da buon ragazzo di bottega che però, dopo qualche anno, avrebbe dovuto iniziare a camminare sulle proprie gambe.

Va detto, per inciso, che tra i legali sfornati nel quindicennio che va dalla fine degli anni ’70 al 1995 circa troviamo un elevato numero di ottimi avvocati, tra i quali forse i migliori del secolo: professionisti ancora forgiati da una scuola efficiente, adusi allo studio, alla disciplina e al sacrificio, in genere di livello culturale medio alto e preparati per adeguarsi alle nuove sollecitazioni tecniche del mestiere; dopo di loro quelli veramente bravi saranno più rari, e si tratterà di giovani talenti.

I clienti, falsamente eruditi da una crescente, confusa e morbosa spettacolarizzazione di questioni giuridiche operata da stampa e televisione che ne alimentano la più totale e disastrosa disinformazione, persistono comunque nell’utilizzare criteri quantomeno bizzarri per la scelta del proprio legale e nel non capire assolutamente una mazza di diritto e relativa gestione.

Un’amica mi confida di essere andata da XXX, che non gode nel modo più assoluto della mia stima, “perché è una gattara come me”.

Vale ancora il Grande Nome, talora bravo perché caro, salvo poi ricevere sonore mazziate al momento della parcella.

Non passano mai di moda i convogliamenti di clientela di associazioni, sindacati, cooperative, enti di vario genere ad amici e parenti.

E le donne, come sempre, hanno una marcia in più. Indovinate quale? “Vado dalla XXX perché è donna come me e mi capisce”, oppure “vado dalla XXX perché è una gran figa”.

Il cliente, tuttavia, è anche divenuto più astuto e tecnologizzato e mira, sovente, a fottere il proprio legale recandosi a colloquio con amici/testimoni o registratorini tascabili onde sostenere ad arte presunti pagamenti – invero mai sborsati – o presunte negligenze professionali.

Fatto sta che, a metà degli anni duemila, ci si accorge improvvisamente che gli avvocati italiani sono tantissimi, troppi; e che il mercato del lavoro giudiziario si è estremamente frazionato e non permette, pur nell’aumentare del contenzioso e delle complicazioni legali, di nutrirli tutti.

Arriviamo perciò alla fatidica “Legge Bersani” che, in nome di una inesistente liberalizzazione, sopprime il divieto di derogare alle tariffe minime professionali e il divieto del patto di quota lite.

La faccenda delle tariffe minime era una bufala: l’inderogabilità dei minimi, stabilita nella tariffa forense per evitare una ipotetica concorrenza al ribasso, era stata sempre violata da tutti gli avvocati nel fare i conti a un cliente-amico o in difficoltà finanziarie: e, dovendo farli alla controparte o a uno che stava sui maroni, perché applicare il minimo quando si aveva a disposizione il massimo?

Con il patto di quota lite si concorda a priori il compenso in misura forfettaria in ragione del risultato sperato (ad es., se l’avvocato vince una controversia da un milione di Euro, il cliente glie ne ne paga la metà); ed era nullo, ex art. 2233 u.c. c.c., poiché si riteneva potesse favorire fenomeni di corruttela (l’avvocato, ingolosito dalla prospettiva di cuccarsi una parcella strabiliante, poteva essere tentato di giocarsene una fetta devolvendola ad avversari, giudici o quant’altri pur di vincere la partita).

La contemporanea abolizione di minimi tariffari e patto di quota lite avrebbe dovuto incentivare la prassi di convenire liberamente il compenso tra avvocato e cliente, idea non malvagia per prestazioni continuative (es., se l’avvocato deve fare 100 decreti ingiuntivi per lo stesso cliente, si potrà pattuire un fondo spese cumulativo a forfait) ma tendente a creare una svendita del lavoro penalizzante gli avvocati più giovani e bisognosi (si narra di pratiche di separazione seguite per duecentocinquanta Euro).

La gran massa della gente non ha, ovviamente, compreso le finalità della legge quanto ricamato, tutta in sollucchero e fregola (specie tra i peggiori scaldasedie del pubblico impiego, la cui frustrazione per le sei ore e quaranta giornaliere di infinite discussioni su turni e ferie non è – evidentemente – compensata a sufficienza dal terno al lotto vinto di un lavoro di sei ore e quaranta giornaliere, spesso totalmente deresponsabilizzato, con stipendio, ferie, malattia e pensione assicurate), sulla batosta calata sul groppone di una categoria percepita dall’esterno come antipatica, corporativa e ladrona.

Batosta inesistente: perché di fatto la Legge Bersani aveva cambiato poco o nulla: il modo di rapportarsi tra avvocato e cliente era rimasto pressochè il medesimo e sempre nuove leve affollavano, speranzose e spaesate, le aule.

A scopo deflattivo del contenzioso civile, cioè per ridurre il numero delle cause, è stato anche introdotto l’obbligo di tentare una mediazione tra le parti avvalendosi di mediatori titolati, che possono essere anche commercialisti, architetti, geometri o chicchessia, purchè diplomati da appositi corsi dai costi ovviamente ingentissimi; la mediazione non ha avuto molto seguito, finora, ma è destinata a sottrarre un’altra fetta di lavoro agli avvocati e a porre, però, problemi di tecnica redazionale dell’atto conclusivo della procedura (che è esecutivo e potenzialmente latore di irrimediabili danni se non fatto bene) a chi non abbia una discreta formazione ed esperienza giuridica.

Alla fine del primo decennio degli anni 2000 la crisi economica che aveva investito tutto il pianeta è esplosa, benchè sino ad allora strisciante, occultata o sminuita da governi e mezzi di informazione, anche in Italia.

Non dimentichiamo, a questo punto, che il mestiere dell’avvocato è di terziario avanzatissimo, dunque parassitario: non produce niente e sopravvive solo se l’humus nel quale affonda le radici è prospero, fecondo.

La congiuntura ha reso evidentissimo che il nostro humus economico non consentiva più la sopravvivenza di tutti i duecentocinquantamila avvocati italiani, parte dei quali certamente costretta a barcamenarsi con redditi da pensione sociale, ma altra ancora adusa – o illusa – a considerare la professione legale come privilegiata e legittimante, per diritto inalienabile e quesito, l’esazione di parcelle principesche.

Capita dunque ancora che il cliente si veda richiedere una botta da quarantamila Euro per una separazione, di qualche migliaio nonostante la causa sia andata male per errori del proprio avvocato, di un diecimila per una prestazione tutto sommato routinaria: con il consenso dei Consigli dell’Ordine che, anziché prendere per un orecchio il proprio iscritto e dargli vergogna, spesso e volentieri lo tutelano avallandone la nota spese.

La crisi ha colpito duro tutti i settori del terziario; negozi desolatamente vuoti e vetrine piene nonostante i saldi, i saldi dei saldi e le liquidazioni; saracinesche abbassate; mercatoni con cumuli di merci a un Euro invendute: segno di un’epoca trascorsa e forse irripetibile.

Dipendenti a salario fisso licenziati, imprenditori in bancarotta hanno i loro bei grattacapi nel riciclarsi in altre attività per tirare avanti.

Non si vede perché non li debba avere la categoria degli avvocati, che per numero – e pretese di alcuni – campa sulla economia produttiva con un peso evidentemente giudicato non sostenibile.

Cosicchè il Governo Monti ha emanato un bel decretone invernale denominato “decreto liberalizzazioni”: con grande fantasia e sense of humour essendo, a ben vedere, foriero di una grave limitazione all’accesso professionale e del diradamento degli iscritti mediante soppressione degli esemplari più deboli.

I punti salienti del decreto Monti-Severino sono questi:

– abolizione delle tariffe professionali;

– obbligo di stipulare con il cliente un contratto relativo alla prestazione ed al prezzo della stessa;

– possibilità di costituire società professionali anche con socio di capitale esterno.

Gli effetti nel lungo periodo sono da verificare; tuttavia, a caldo se ne possono prevedere alcuni.

La libera negoziazione del prezzo della prestazione può portare, verosimilmente, a una caduta a picco dei compensi.

Il cliente generico medio gongolerà: non gli importa un gran che se il prezzo più basso può corrispondere a un professionista disperato, molto giovane e inesperto o avventuriero, entrambi bisognosi di incassarne anche pochi e maledetti, ma subito.

Poiché i giovani e inesperti e gli avventurieri sono un certo numero ma hanno di solito pochi clienti, da un lato, presi nell’insieme, potrebbero assorbire parecchio lavoro, a svantaggio dei più anziani che hanno uno studio avviato da mantenere con costi esorbitanti, molti dei quali saranno costretti a chiudere o a ridimensionarsi; d’altro canto, presi singolarmente, per realizzare un reddito soddisfacente a prezzi bassi dovrebbero trattare parecchie pratiche, cosa impossibile per chi è agli inizi o non ha ottima fama e che, quindi, abbandonerà ben presto o sarà disincentivato a cominciare.

L’ingresso di un socio di capitale esterno nelle società di professionisti fa sì che i clienti istituzionali di studi legali, cioè banche, assicurazioni, grosse imprese, saranno tentati di costituire il proprio studino legale casalingo assumendo avvocati a stipendio e troncando il rapporto con i vecchi fiduciari, che costavano molto di più e si troveranno di punto in bianco con l’acqua alla gola (il cliente istituzionale spesso è l’unico cliente di uno studio di cui monopolizza il lavoro).

Dal combinato di questi fattori mi sento di ipotizzare che a) nel giro di pochi anni il numero degli avvocati cali drasticamente, chi a spasso e chi rinuncerà ab ovo a intraprendere la carriera forense; b) i sopravvissuti saranno forzati ad aggregarsi per dividere le spese e avere maggior forza sul mercato; c) quella dell’avvocato – artigiano tradizionale è una specie in via di estinzione.

Non so se sia, tutto sommato, un bene; certo è che il mestiere avvocatizio così come esercitato finora era destinato a essere travolto dall’onda del divenire, e che queste riforme ne hanno accelerato la scomparsa.

Contro il decreto liberalizzazioni sono scese in campo tutte le organizzazioni sindacali della categoria che, lungi dal voler fare una difesa corporativa, oppongono nei fatti una pervicace difesa corporativa rifiutando in blocco la riforma professionale e proteggendo tenacemente ciascuna il suo orticello.

Neppure gli avvocati si sottraggono, perciò, alla difesa sgomitante del proprio particulare, esattamente come, in tempi di grave crisi, tutti i lavoratori che vedono svanire la pagnotta e negano, di base e a oltranza, qualsiasi concessione.

Mezzo di pressione utilizzato dagli avvocati? Lo sciopero, l’astensione dalle udienze, che li rende – se possibile – ancor più antipatici al cliente soggetto a uno slittamento di mesi della propria causa.

Anche qui, il risultato che mi sento di ipotizzare è che le posizioni rigide della categoria conducano a una conferma integrale del decretone.

Ossia: forse si sarebbero potute proporre soluzioni alternative, aperture, concessioni (ad es.: abbassiamo le tariffe, rendiamole più certe, puniamo severamente i colleghi eccessivamente esosi o che sbagliano) onde seguire una politica del “guadagnamo meno ma guadagnamo tutti”.

Mentre il probabile effetto, che i vertici degli organismi avvocateschi dovrebbero e potrebbero tenere ben presente fin da adesso, sarà “guadagnamo in pochi, magari non come prima ma ancora molto”.

Mah, non so, non so come andrà a finire.

Mi ero comperato a malincuore – tacitando le mie paranoie ecologiste e i sensi di colpa ogni qual volta avvio un motore a scoppio, e il dispiacere per l’abbandono della mia vecchia, fida e amata vettura – una automobile, usata ma bella, una onesta quattroruote che mi portasse in giro senza troppe preoccupazioni nei miei sporadici viaggi di lavoro o in vacanza con la prole.

Sarà un buon pollaio per le mie galline.

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