Corsi e ricorsi.

Il Gran Consiglio del Fascismo si riunì alle 17 del 24 luglio. Era di sabato, un pomeriggio afoso e senza un alito di vento …

In orario, la riunione comincia con la relazione del Duce, che parla sull’andamento della guerra col tono di un ragioniere al quale i conti non quadrano senza che sia riuscito a trovare l’errore. Mussolini getta un po’ di colpa e di fango su tutti: sugli italiani che non capiscono nulla, sui soldati che non resistono davanti al nemico …

Di tanto in tanto getta là una frase furbastra e ammiccante, ma l’umorismo troppo facile richiede ascoltatori servili, mentre nella sala del Gran Consiglio nessuno se la sente di scoprirsi troppo. Il Duce espone una dettagliata sintesi dell’andamento della guerra, per concludere che se le cose sono giunte al punto in cui sono la colpa non è certo sua …

L’ultima parte della relazione è più politica. Il problema è; pace o guerra. “Dichiaro nettamente: l’Inghilterra non fa la guerra al fascismo ma all’Italia. L’Inghilterra vuole un secolo davanti a sé, per assicurarsi i suoi cinque pasti. Vuole occupare l’Italia; e tenerla occupata. E poi, noi siamo legati ai patti. Pacta sunt servanda” …

Farinacci presenta un suo ordine del giorno in cui ribadisce la necessità di tener fede ai patti con l’alleato, ma il Duce sembra stanco e propone di rinviare il dibattito all’indomani. Grandi salta in piedi e protesta: la seduta, dice, deve continuare finchè il dibattito non si sarà concluso. Mussolini annuisce: la sua mossa era stata persino puerile. Verso mezzanotte si decide di sospendere per qualche minuto la seduta …

Alla ripresa del dibattito Mussolini appare più pallido e stanco: sembra avere valutato, anche con l’aiuto dei consiglieri più fedeli, la gravità della propria situazione. Quando prende, in chiusura di dibattito, nuovamente la la parola, lo fa in maniera infelice e sgradevole, senza un minimo di fair play. L’uomo è abituato ad avere “sempre ragione” e non sopporta le critiche; un dittatore non può ammettere di essere messo in discussione. Che cosa credono, i gerarchi, che il Re lo butterà a mare? Per vent’anni egli lo ha servito lealmente e lui gli ha dato anche recentemente prove indubbie della sua amicizia. “E poi – conclude oscuramente – io ho in mano una chiave per risolvere la situazione bellica. Ma non vi dirò quale”. L’affermazione sembra incredibile a tutti; l’artifizio è scoperto e nessuno accetta l’umiliazione. Incredibilmente l’ordine del giorno Grandi viene messo ai voti. Scorza fa l’appello e quelli che l’approvano sono tanti, la maggioranza …

Il Duce indugiò un po’ alla sua scrivania, nella grande sala del Mappamondo. Per un po’ gli fecero compagnia Scorza, Buffarini, Tringali,-Casanova, Biggini e Galbiati. Ognuno cercò a suo modo di consolare il Duce per la sconfitta …

Si andò avanti per un po’; Mussolini ascoltava con aria assente e sembrava seguire altri pensieri, con quell’apatia che aveva manifestato nel corso della riunione …

Rimasto solo, Mussolini formò il numero di Claretta Petacci … il Duce le disse che si era arrivati ormai “all’epilogo, alla più grande svolta della storia”. Lei si allarmò. “Ma che hai, Benito, non ti capisco”. “La stella si è oscurata”, spiegò lui con tono enigmatico. “Non tormentarmi, spiegami”, invocò Claretta. Lui insistè: “È finito, tutto”.

[Da: “La seconda guerra mondiale”, Arrigo Petacco, Curcio, 1970]

Non ho potuto resistere. Le analogie sono impressionanti.

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