Il migliore amico dell’uomo (Ruzino’s wine spectator).

Il cane? Il gatto? Un pesce rosso?

No, o non solo: spesso e volentieri il migliore amico dell’uomo è un buon bicchiere di vino, o meglio ancora più bicchieri di buon vino (“al primo l’uomo beve il vino, al secondo il vino beve il vino, al terzo il vino beve l’uomo”; vai col quarto).

L’argomento è delicato ed espone il parlante a brucianti critiche, ma poiché de gustibus non disputandum est lo affronterò senza altro metodo che non sia il ripercorrere la mia esperienza sul campo ed il mio gusto personale.

Non tratterò del mitico vino del contadino dei ricordi dei babbi: sovente, una roba aspra e dal sapore vagamente vinoso e di piedi che chi è abituato a scolarsi giudica il top.

Non sciorinerò un elenco di cantine e bottiglie, nè mi addentrerò in dettagli tecnici senza averne la competenza.

Questa non vuole essere una guida ma una testimonianza assolutamente parziaria e parziale, a volo d’uccello, di una passione e di una dedizione che dureranno fino a quando, in un futuro remotissimo e spero improbabile, il mio fegato non avrà alzato bandiera bianca.

In genere bevo più volentieri i rossi d’inverno, i bianchi d’estate; cambia la stagione, muta l’alimentazione, il mio corpo vuole refrigerio: amo particolarmente la ventata di freschezza di un buon Prosecco (pera, mela, sentori citrini), non solo come aperitivo ma anche come compagno di un antipastino di pesce non troppo condito o un tagliolino in bianco con le vongole, un formaggino non stagionato.

Spumanti nostrani (Franciacorta in primis, ma anche Oltrepò) e Champagne fanno storia a sé: qui la bevuta è più seria e complessa, richiede al degustatore maggiore comprensione e rispetto per la spesso lunga storia che Pinot Nero e Chardonnay hanno da raccontare.

Associo, di solito, il sapore del vino a quello del cibo.

Così un Sangiovese romagnolo “sa” di tagliatelle al ragù (di rigaglie), piada e salumi, pollo alla cacciatora, salsicce, castrato e bracioline: ma anche, se leggero, di brodetto, seppia coi piselli, grigliata ben condita (pangrattato, olio, aglio e rosmarino: non prezzemolo) di sardoni o saraghine.

Il budget per un decoroso Sangiovese di Romagna parte da circa nove Euro; c’è chi lo ritiene un vino da bere giovane e non imbottato, chi lo sostiene meritevole di invecchiamento: personalmente sono più vicino alla prima corrente di pensiero e mi pare che, pur non volendo frustrare gli sforzi qualitativi dei vignaiuoli, il tentativo di trattare un Sangiovese come i vicini parenti toscani ne snaturi le caratteristiche e l’appartenenza ai cibi del territorio.

Per smorzare il pizzicore di una fiorentina sanguinante e pepata il violaceo Sangiovese non basta; occorre un toscanone, un Brunello senz’altro, tabaccoso, peposo, speziato e coriaceo; ma anche, con nettamente minor spesa, un Rosso di Montalcino (ce ne sono di ottimi che valgono quasi un Brunello); e sempre in tema di Sangiovese sul versante toscano, un Chianti o un Morellino e con poco più di dieci Euro fate una bevuta da re.

Un Nobile di Montepulciano è ottima e economicamente valida scelta: con l’avvertenza che è vino nettamente diverso rispetto al quasi frontistante – in linea d’aria – dei colli ilcinesi, proviene da uve diverse, ha un frutto più marmellatoso di prugna; e se dovessi pensare a una cibaria sarebbe più una anatrona al forno, un arrostone grasso e dolce, un pecorino non eccessivamente stagionato e piccante.


Le mie preferenze territoriali sono ahimè circoscritte a Romagna, Toscana, Friuli e Veneto; all’Alto Adige e alla Valtellina.

Confesso profonda e pregiudiziale ignoranza per i vini del Sud; e mi sto approcciando al Piemonte con grande umiltà, perché a parte Barbera e Dolcetto e qualche Ghemme (a capire le ragioni del Grignolino ho rinunciato) un Nebbiolo di buon livello costa (da giovane è aspro, necessita tempo per maturare, il tempo è denaro), e comunque l’assaggio di vini sovente pulitissimi e per nulla ammiccanti richiede una progressiva educazione.

Ricordo di avere portato a una cena tra amici un Cabernet Sauvignon altoatesino che giudicavo eccezionale; ed una Barbera, acquistata a scatola chiusa a una quindicina di Euro, nei confronti della quale nutrivo la prevenzione di ritrovare un vinone nero, tannico, leggermente mosso, da bolliti: niente di tutto ciò: si rivelò prodotto di grande maestria, di incredibile equilibrio, pulizia e nitore, che battè il mio campione.

Prima ho citato il castrato; mi viene in mente, ma non solo per questo (e vai con spaghetti alla chitarra alla Amatriciana, pecore in caldaio, arrosticini, coratella), il Montepulciano d’Abruzzo caldo, fruttoso e liqueriziato: e anche qui, senza ascendere alle vette delle cantine, spendendo sui quindici Euro vi cavate eccellenti soddisfazioni.

Con pescioni al forno conditi (ma anche primi o formaggetti), rimanendo in regione, si può azzardare un Cerasuolo: è un rosè fruttato e amarognolo, ha il nerbo di un rosso e se eccedete non perdona.

Sulla costa, dalla zona nord del Molise a quella sud delle Marche, producono il Pecorino (varie sono le leggende fiorite sulla origine del nome), secco ed erbaceo, veramente ottimo ed estivo, che vedrei bene con pesce bianco arrosto, molluschi o crostacei.

Non sono – scusate – troppo amante del Verdicchio e di tutti i vini abbastanza minerali: vedi anche Sauvignon; e se il Verdicchio ha una nota a mio avviso assimilabile al chewing-gum, il Sauvignon può vantare il tipico profumo di pipì di gatto (dicesi pompelmo, buccia di pomodoro).

Risalendo la costa torno in Romagna dove, col caldo, potrete assaggiare un Pagadebit (chiaro, secco, asprigno e leggermente frizzante, validissimo antidoto all’afa estiva) oppure, bestemmia, il vituperato Trebbiano: i più lo ritengono smorto e insapore, ma se leggermente imbastardito con altre uve (spesso Malvasia, Ribolla) offre la base per bianchetti amarognoli di giusta acidità che con i piatti di pesce locali stanno benissimo.

Amo molto i vini delle tre Venezie.

In Friuli, terra di rinomati bianchi ed eleganti rossi, sia sui colli orientali che nella zona a cavallo col Veneto si produce il Refosco: asciutto, muschioso, vellutato: slurp!

Quando deciderò di reinterpretare "Via da Las Vegas" sarà in una vasca di Refosco; e volendo stabilire un paragone sensuale, se un vinone toscano suscita visioni di lussuria sfrenata e sudata al fuoco di un camino, un Refosco di passione più rattenuta, intimista, coccolosa e prolungata, sotto coltri di piume.

Stessa sensazione di velluto liquido (e more, mirtillo) la ritrovo nei Cabernet Sauvignon che producono in Friuli (quivi, spesso unito a Cabernet Franc), Veneto e Alto Adige, con le sfumature proprie di ogni territorio; più profumati gli altoatesini, più impenetrabili e morbidi quelli veneti e friulani; penso ad arrostini sugosi, con erbette aromatiche o funghi.

Preferisco, molto soggettivamente, i Cabernet Sauvignon nordici ai blasonatissimi del bogherese e a quelli siciliani, tutti molto più esplosivi e solari: la spesa, oltretutto, è nettamente inferiore e ve la cavate con una quindicina di Euro, senza ascendere ai top.

In Friuli e Franciacorta ci sono un paio di cantine che fanno un ottimo uvaggio Cabernet – Merlot, alla portata di tutte le tasche: non è un Bordeaux ma farete bella figura con gli ospiti, specie se non lo berrete tutto da soli.

Potrei bermi senza fare una piega una piscina di Tocai, ora detto Friulano dopo la ingiusta vittoria degli ungheresi della disputa sul nome: secco, morbido, amarognolo, non stanca e non fa venire mal di testa; ci metterei cibi leggeri, frittate con verdure, oppure crostacei o pesci di fiume.

La sensazione di prati fioriti che si avverte nel Tocai la trovate nel Pinot Bianco, e sono cascate di fiori bianchi, aroma di mele: buonissimi sia quelli dei colli orientali del Friuli che quelli altoatesini.

Una volta, in Catalogna, ho visitato una cantina dove potevi assaggiare di tutto con una strana caraffa a becco dalla quale il vino zampillava direttamente sulla camicia, e ti vendevano sfuso ciò che avevi scelto: nel mio caso, tra gli altri, un moscato: qui erano prati sterminati di fiori gialli, oro liquido che colava liscio nel bicchiere, dolcezza incontaminata.

Altro vino che non stanca mai è il Pinot Grigio, prediletto nelle versioni altoatesine.

Del clima propizio del Trentino, più che i notissimi Marzemino e Teroldego, apprezzo gli uvaggi (Lagrein, Syrah ecc.) di cantine marginali: portate a casa ottimi prodotti a costi contenutissimi, dai dieci ai quindici Euro.

Da non perdere il Pinot Nero trentino e altoatesino, quest’ultimo in genere di un rosso più chiaro, a parte le riservone, e con sentori di frutti rossi e spezie; tra i Pinot, da provare quelli dell’Oltrepò pavese.

In Lombardia spezzo una lancia a favore dei valtellinesi; l’uva è Nebbiolo, ivi detta Chiavennasca, le denominazioni seguono il corso della valle (Grumello, Valgella, Inferno, Sassella, Fracia), ciascuna con una sua tipicità locale: vedrei meglio un Sassella con formaggi e primi, un Inferno con ciccia al forno o alla brace, un Grumello o un Fracia con arrostoni sugosi: e con meno di dieci Euro, udite udite, a meno che non puntiate sulle riserve barricate, fate una bevuta da signori: un rapporto qualità prezzo eccezionale per una viticoltura eroica e una bottiglia che potrete tenere a dormire per qualche anno prima di stapparla.

Credo però che la magia provata nel bere una bottiglia in loco, associata ai cibi locali, sia difficilmente riproducibile una volta tornati al paesello natìo; c’è sempre un che di imperfetto rispetto all’originale.

Concludendo, mi è venuta sete.

Tenete comunque a mente che in un sorso di vino introiettate un sorso di natura, evocate paesaggi, clima e terra: non tracannate come diciottenni.

[Capitolo a parte, come sempre, meritano i nostri amici Uomo Del Fare™ e Donna Del Fare™.

Lui ha frequentato un corso di parasommelier tramite la scuola radio elettra ma beve solo i vini alla moda dei bar o che hanno nomi che gli solleticano la fantasia (Nero d’Avola, Aglianico del Vulture).

Lei preferisce i supertuscans, cioè tutti quelli che hanno la desinenza in –ello (Tignanello, Vigorello, Flaccianello, Tavernello) o –aia (Solaia, Lupicaia, Sassicaia, Legnaia, quest’ultimo consistente in una barrique lasciata macerare per sei mesi in Sangiovese Grosso e Cabernet Sauvignon e poi venduta in pratici tronchetti da sgranocchiare), e come distillato il Rhum single canna perché è più naturale e non disturba il fisico.

Scena:

Al ristorante.

La D.D.F. ha ordinato cozze alla panna e una bottiglia di Sassicaia.

L’U.D.F. la riprende bonariamente: “Cretina, non capisci mai un cazzo! Cameriere, mi porti subito un Novello di Negramaro!”.

Lei si sente lusingata da questa genuina manifestazione di complicità, confidenza e fiducia.] 
 

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