Ruzinology.

Collezione estate/autunno 2010.

Fini – Berlusca, palla al centro.
Nell’estate – finora – più sfigata del sedicesimo (salvo pochi conati della sinistra) dell’era berluscona, Gianfranco Fini si azzarda a dire qualcosa di politico (in realtà, pare abbia detto “non ce la faccio più a stare con 176-671” – non a caso il distinguo più rimarcato era in tema di legalità).
Parole desuete come discutiamo, laicismo, confronto, governare non comandare, sballano completamente sia la sarabanda di lecchini adusa ad adulare il capo e a parargli il culo, sia la controparte sinistrorsa omologata alla medesima, speculare, imbarazzante assenza di linguaggio politico.
Nel mentre, il novantanove per cento della gente non ci capisce un cazzo e procede per coordinate puramente umorali: “quello lì, con quella faccia, lo dicevo io che avrebbe tradito!”, oppure: “il governo è finito”.
Invece di dare atto all’avversario del primo gesto di natura – lo ripeto – politica da anni (alla Bentivoglio) e anni a questa parte, e così al tempo stesso nobilitare se stesso e tutta una compagine di dissidenti all’andazzo, Bersani, ossia l’uomo che è riuscito a stare sul cazzo agli italiani persino più di D’Alema, bercia per mesi che “la maggioranza è spaccata”, con ciò tentando vilmente e peraltro senza frutto di intrufolarsi nella spaccatura suddetta magari con l’ausilio del Fini stesso, del quale opina il transito con mutamento di rotta ad angolo piatto (180°) verso l’opposizione da egli guidata: semplicemente demenziale.
Il Berlusca non può sfiduciare il suo stesso governo solo perché non gli sta bene il dibattito casalingo: il caso non è contemplato dalle regole parlamentari, e Fini e soci promettono adesione al famoso voto sui cinque punti: il che avviene.
Né può costringere Fini a dimettersi dalla presidenza della Camera: sono pure stronzate quelle secondo le quali l’onorevole che ricopre tale carica non possa esercitare – anche – una attività prettamente politica.
Pure stronzate, anche, quelle secondo le quali Fini dovrebbe dimettersi sua sponte per “lealtà all’elettorato che ha votato la lista sulla quale compariva il simbolo berlusca”: posto che, a prescindere dalla furbata di porre il Berlusca come marchio, quelli che hanno votato Fini e soci esprimevano una affezione ai suddetti, pur essendo i loro voti confluiti al medesimo partito.
Pure stronzate, infine, quelle secondo le quali le dimissioni sarebbero state doverose per “coerenza verso il programma”, intesa come supina sottomissione alle solite leggiucole salvaculo.
Sicchè, cosa ha escogitato il Berlusca per creare il casus belli?
La megastronzatona dei cinque punti, dei quali almeno un paio bloccanti, ovverossia sui quali era certo di non trovare condivisione (giustizia e sicurezza), e sui quali al contempo chiedeva “larga fiducia” parlamentare.
Gli è andata grassa; e con opportunistica resipiscenza, ha poi snellito le roboanti minacce di crisi e voti anticipati riducendole a quella dell’invio del solito libercolo (pagato con soldi nostri) dove si autocanta il peana, e alla votazione coatta della solita leggina salvaculo.
Fini non è sfuggito alla vendetta, venendo bagattato per mesi quotidianamente dal Giornale; non capisco, però, l’oggetto del contendere: mi pare abbastanza probabile che la casina monegasca sia stata venduta al prezzo esorbitante che le compete, a fronte di un dichiarato (in chiaro) irrisorio: se così fosse, anche nella ipotesi in cui la avesse comperata il cognato furbino attraverso un curioso giro di società anonime, quid juris?
L’ipotesi più grave potrebbe essere quella di finanziamento illecito dei partiti (con ovvio corollario della creazione di nero), del quale, peraltro, non solo Fini ma tutta la dirigenza di AN sarebbe stata consapevole.
A margine si noti che il Giornale, quando ci ha provato con la Marcegaglia, si è scontrato con un potere più forte dinanzi al quale ha – obtorto collo – fatto subito pecora.

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Cricca.
Mi ero spulciato, sotto il caldo sole estivo, il numero monografico agostano de L’Europeo dedicato alla cricca Balducci – Anemone – Bertolaso – Verdini & Co., sinossi di ottimi articoli di Fiorenza Sarzanini, Sergio Rizzo e altri già apparsi sul Corrierone.
Allora, il fatto è che quando si parla(va) di siffatta cosa con qualcuno simpatizzante pidielle, che come è noto trae informazione da qualche titolo di quotidiano locale o, se va bene, di Libero e del Giornale, questo risponde(va): “va be’, tanto gli altri fanno lo stesso”.
Tu ti affanni a spiegare con dotti argomenti che nella cronaca di quanto sopra non c’è una riga di commento, che sono riportati i meri fatti, che è perlomeno strano che fatti di analoga portata non abbiano toccato aderenti a qualsiasi altra fascia politica e che, in tal caso, un qualche Pubblico Ministero non avrebbe esitato a intraprendere analoga indagine.
Ma poi ti rimane un dubbio; se non altro per absurdum.
Supponiamo – supponiamo – che il simpatizzante pidielle abbia una sorta di innato buon senso popolaresco che gli consente di percepire la verità anche senza leggere o studiare o pensare nulla oltre alla chiacchiera da bar e allo sfogliare svogliatamente le pagine della Gazza e dell’Ape del Tronto.
Così, estremizzando il ragionamento, non potremmo anche supporre che gli altri (non si sa chi, ma sono altri) abbiano commesso le stesse pastette, per anni e anni, e che la faccenda – cricca emersa agli onori della cronaca giudiziaria e politica altro non sia se non il sintomo emergente di uno scontro tra due opposte forze, una vecchia e una nuova che tenta di prenderne il posto venendo impallinata da una magistratura ancora legata al precedente establishment?

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2012.
L’anno scorso l’Earth Overshout Day era caduto (cfr. “Fantacollage”) il 25 settembre; quest’anno già il 21 agosto.
È la data alla quale l’umanità ha già consumato tutte le risorse che la natura può fornire nel corso di un anno, disponibili e rinnovabili, e intacca le riserve: ossia, dal 21 agosto in avanti i nostri motori emettono più anidride carbonica rispetto all’ossigeno prodotto dalle piante, consumiamo più acqua, e insomma dalla capacità di filtraggio dell’anidride carbonica a quella di produrre cibo chiederemo alla terra di consumare stock di risorse aggiuntive accumulando ulteriori gas a effetto serra in atmosfera.
Ci stiamo letteralmente mangiando la paglia sotto i piedi.
“Quando si esauriscono in nove mesi le risorse di un anno si dovrebbe essere seriamente preoccupati”, afferma Mathis Wackernagel, presidente di Global Footprint Network. “La situazione non è meno urgente sul fronte ecologico: cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e carenza di cibo e acqua sono tutti chiari segnali di come non potremo più continuare a consumare ‘a credito’”.
Rispetto a questo problema quelli che ho citato, derivanti dalla prepotenza del miliardario megalomane che pretende di governarci, appaiono per quelli che sono: bagatelle, liti da oratorio.
Purtroppo, trattasi di problema ignorato o rimosso dai più; e se la massa generica media si accontenta di divorare quanto più mondo possibile e di scagazzarci sopra durante lo sputo di esistenza che le è concesso, più pericolosi sono coloro che, dall’altro di una posizione privilegiata, legittimano e incoraggiano siffatto stile di vita.
Esemplari, in tal senso, sono due scritti apparsi sulle pagine di quotidiani radicalmente diversi, occasionalmente a pochi giorni l’uno dall’altro.
Su Libero, edizione 9 luglio 2010, Mattias Mainiero risponde alla missiva di un lettore proclamando “L’ultima fesseria: sulla Terra siamo in troppi”; secondo lui, non solo ciascuno deve essere lasciato libero di fare quanti più figli vuole, ma immagina che senz’altro la scienza riuscirà a sfamarli tutti grazie alle “diavolerie dell’agricoltura moderna” e, dulcis in fundo, “rendendo fertili e frequentabili i deserti”.
E il giorno seguente, alla replica di un altro lettore che protesta “la fesseria è non rendersi conto che siamo già in troppi” risponde che “per evitare che le risorse terrestri non siano sufficienti per tutti, preferisco la vita delle energie alternative, delle nuove frontiere dell’agricoltura, delle biotecnologie e, se sarà il caso, del ripopolamento dei deserti (prima resi abitabili)”, concludendo cortesemente: “quella scritta non era l’ultima fesseria, solo la penultima: l’ultima, per quanto mi riguarda, l’ha scritta lei”.
Ora, se il Mainiero tenesse queste concioni al bar dopo il sesto prosecco, nulla da eccepire: gli astanti lo guarderebbero dapprima storto, poi lo infilerebbero nel cassonetto del marciapiede di fronte.
Ciò che è grave è che simili sparate, prive di qualsiasi fondamento scientifico, compaiano su un quotidiano a tiratura nazionale; e vuoi che non ci sia gente che le legge e se le beva?
Ancor peggiore, se mai fosse stato possibile, come contenuti e come potenziali effetti devastanti, insidiosissimo sia per il tono flautato con cui propina teorie falsamente dotte sia per l’autorevolezza della testata in cui è ospitato, l’articolo di Ettore Gotti Tedeschi (presidente dello Ior) apparso sul Corriere della Sera del 23 luglio 2010 secondo il quale “Riprendiamo a fare figli e l’economia ripartirà”.
L’economista vaticano stigmatizza che “trent’anni fa il mondo occidentale decise di interrompere la natalità per il bene comune, per stare meglio e per non consumare troppo le risorse del pianeta, riuscendo così a produrre un effetto diametralmente opposto”.
Non si sa bene chi lo decise: ma, prosegue, “chi non vuole la crescita della popolazione, in realtà non vuole la crescita economica e del benessere”.
Ah, ecco, i soliti ecologisti ovviamente di sinistra eppertanto invidiosi di chi è più ricco.
D’altronde, “anche Caino non sopportava Abele … era migliore produttivamente e lo umiliava con il risultato dei suoi allevamenti di greggi, ma soprattutto inquinava l’atmosfera. Come? Con i sacrifici dei migliori montoni del gregge che offriva, bruciandoli, a Dio. Magari Caino ha pensato di togliere dai piedi Abele quale capitalista e antiecologista”.
Occhei, questa raffinata demolizione delle ragioni dell’ecologia taglierebbe di per sè la testa al toro; non solo, ma il Nostro affonda il colpo spiegando poi che le teorie malthusiane, per cui la crescita della popolazione avrebbe esaurito le risorse disponibili, sono del tutto inaffidabili.
Perché? Perché mentre i neomalthusiani avevano previsto che “prima del 2000 centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame, soprattutto in Asia e in India … non solo ciò non è successo, ma detti Paesi, grazie alla popolazione, sono diventati benestanti, stanno diventando ricchi e forse ci compreranno”.
Ora, a parte il fatto che in detti Paesi (l’Asia è un Paese?), e volendo trascurare l’Africa, sono effettivamente morte di fame centinaia di milioni di persone, soprattutto bambini, la soluzione per non farci comprare è semplice: chiavare come ricci e procreare, nel volgere di pochi anni, una miliardata di schiavetti che pedalino come i cinesini di “VIP mio fratello superuomo” onde rimpinguare in fretta le stanche casse nazionali.
Ed è proprio così: “incoraggiando la ripresa a sposarsi e a fare figli – anche se l’avvenire sembra scoraggiante (basta confidare nella grazia e impegnarsi) – avvia immediatamente un ciclo anche economico”.
Ecco, confidiamo nella grazia, impegnamoci: tanto, a dar da mangiare a tutti ci pensa Mainiero che nel frattempo va a coltivare qualche deserto.
Poveri noi, ma allora è proprio vero che gli individui meno dotati sono quelli che raggiungono le posizioni più elevate, dove possono fare più danni?
E sono solo due esempi.
Mi chiedo se queste assurdità siano frutto di malafede o di mera ignoranza.
Ma soprattutto mi preoccupa l’immediato futuro, minacciato da maestri di pensiero di tal genere e dagli appetiti delle moltitudini, inconsapevoli o menefreghiste, che seguono un medesimo credo; il pericolo è che la catastrofe del 2012 non avvenga per un allineamento di pianeti ma per idiozia collettiva, cupio dissolvi.
Che ne sarà di noi? Del mondo come l’abbiamo conosciuto, già abbastanza inquinato e sovrappopolato ma ancora vivibile?
Mentre scrivo, la prole è di là che dorme a brevi respiri.
Ignara e indifesa: come il cagnino acciambellato vicino a me; e Picolìn, il criceto senza una zampina che conduce la sua piccola e segreta vita in una gabbietta in un appartamento di una cittadina di provincia.
 

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