A clockwork trial.

Questo è un mini corso di procedura penale applicata; spero abbiate la forza e la volontà di leggerlo fino in fondo perché, come tutto ciò che riguarda il diritto, rompe il cazzo (© Elio e le Storie Tese).
Anche se troverei molto più sollazzevole parlare d’altro, di prati, mucche, quadri, cinema, musica, libri e gnocca (sempre un gran bell’argomento), giocoforza la vita in Italia si incentra, di questi tempi, nel bene e nel male, su ciò che combinano Berlusconi o i suoi accoliti: e chillo si affanna ad accusarlo e chillo a difenderlo in una sorta di facite ammuina paranoico, melassoso, ansiogeno e viscoso che tutto ammorba ed impania.
Talchè se la Repubblica apre su Berlusca con toni condannevoli e battaglieri, al tempo stesso Il Giornale e Libero aprono su Berlusca con toni vittimistici e battaglieri e Il Corriere della Sera, per quieto vivere, tratta di Berlusca che sì, forse, ma però.
Tra tutte le megastronzate – termine forte, tranchant, ma noi non siamo una testata giornalistica quanto espressione di una opinione libera e critica – attribuibili indirettamente o direttamente al Berlusca nazionale, la più usata ed abusata è quella relativa alla pretesa necessità di una riforma del sistema giudiziario, necessità che fa passare in second’ordine il rifacimento della rete ferroviaria siciliana, la tutela dei pensionati e dei lavoratori, l’abolizione vera degli enti e dei funzionari parassitari, lo smaltimento dei rifiuti, la difesa dell’ambiente e un sacco di altre sciocchezze come queste che per puro caso non mi vengono in mente.
Ora, va affermata come cosa indubbia che l’Italia ha bisogno di una rifoma della giustizia non più di quanto un cane abbia bisogno della rogna.
Perlomeno, di una riforma così come la intendono loro.
L’ultima in materia riguarda il cosiddetto processo penale breve.
Tutti sanno quale è l’oggetto del disegno di legge: trascorse le indagini preliminari, il procedimento di primo grado può durare al massimo due anni; altrettanti il giudizio di appello e altrettanti il grado di cassazione (non ho capito se decorrenti dal decreto di citazione a giudizio o dalla prima udienza dibattimentale, ma poco sposta).
Detta così, e ribattuta sul tamburo dei vari quotidiani e telegiornali, sembra una figata: giustizia celere, certezza del diritto per tutti i cittadini e patatì e patatà.
E ogni tavola rotonda televisiva è occasione buona per sostenere la tanto sospirata riforma tacciando giudici e il sistema in genere di inadeguatezza; finchè da Santoro sento addirittura Lupi, il volto buono della compagnia, sbraitare che occorrerebbero sanzioni contro il giudice che processa taluno che, alla fine, verrà assolto.
L’argomento è così puerile da risultare risibile, ma nessuno se ne accorge: presuppone che valga la pena iniziare un procedimento penale solo se si è certi della condanna: allora, penso, a cosa serve il processo? Già che ci siamo condanniamo subito e bona lè, con un bel salto indietro di duemilacinquecento anni e un bel vaffanculo al processo accusatorio (presupponente l’innocenza dell’imputato fino alla definitiva sentenza di condanna) introdotto con la novella del 1989.
Chiuso l’inciso, e precisato che un procedimento penale si inizia e prosegue quando esiste un concreto fumus delicti, cioè una fondata parvenza di colpevolezza sostenibile in giudizio, vediamo come siamo messi a giustizia penale in Italia.
Un giudice tiene udienza grosso modo tre volte a settimana; in ciascuna udienza tratta più o meno una cinquantina di processi: alcuni li rinvia perché mancano i testi, c’è un difetto di notifica (se l’imputato o il suo difensore non sono stato avvertiti c’è una nullità e non si può andare avanti) o altre menate; altri li definisce con remissione di querela; altri li deve fare, sentendo i testimoni o le parti: e se è bravissimo finisce l’udienza verso le tre o le quattro del pomeriggio, se no verso le sette di sera o oltre.
Nel tempo che gli rimane deve studiarsi i processi in modo di non arrivare all’udienza senza conoscerli, deve scrivere sentenze e ordinanze e, insomma, non glie ne resta per giocare a spider su windows o mafia wars su facebook.
Il cancelliere che assiste il giudice in udienza dovrebbe andare a casa all’una e mezzo; a volte rimane; a volte viene sostituito da un altro che fa gli straordinari pomeridiani; in certi tribunali va via e basta, perché non ce ne sono altri, e tutti i processi che rimangono vengono rinviati a scatola chiusa.
Terminata l’udienza i cancellieri devono di nuovo rimettere i fascicoli negli scaffaloni del Tribunale; prima però li devono scaricare, cioè annotare negli appositi registroni ciò che è successo in udienza; e devono fare gli adempimenti, cioè passare agli ufficiali giudiziari le notifiche ai testi, ai periti, agli imputati o alle persone offeste, disposte in udienza.
Gli avvocati hanno il loro da fare.
Oltre a ricevere i clienti e scrivere gli atti, devono studiare anche loro i processi del giorno dopo: un paio d’ore ciascuno, se medio e ben interiorizzato e se l’udienza è tosta; se l’udienza è di routine, una mezz’oretta o meno; un pomeriggio o più se la cosa è veramente grossa.
E anche l’avvocato ha fatto l’udienza del giorno, terminata magari alle sette di sera.
Considerato che un giudice ha più o meno millecinquecento fascicoli da lavorare all’anno, se è bravo riesce a fissare per ciascuno tre udienze all’anno; se lo è un po’ di meno, due.
In ogni caso, occorre che sia la cancelleria che gli ufficiali giudiziari stiano dietro ai suoi ritmi di lavoro e svolgano adempimenti e notifiche con tempestività.
Gli ufficiali giudiziari, in qualsiasi Tribunale, sono i più oberati e stressati della banda e spesso capita che gli salti la notificazione oppure che non facciano ritornare alla cancelleria l’atto notificato in tempo per l’udienza: uguale, manca la prova della notifica, uguale rinvio del processo.
Un buon avvocato, da parte sua, anche se atletico e lavoratore non ce la farebbe a studiare e preparare tutti i santi giorni una grande mole di processi.
Da tutti questi elementi deriva che ben difficilmente un processo di media complessità possa essere definito dal sistema in un tempo inferiore ai due anni, causa mancanza di testi, difetti di notifica, necssità di rinvio o richieste di rinvio dei legali (per legittimo impedimento proprio o dell’imputato).
Né d’altra parte un buon avvocato, del quale la numerosa clientela richieda espressamente e personalmente la prestazione (guai se all’udienza va il praticante!), potrebbe sostenere un elevata compressione delle udienze.
Che un processo duri un paio d’anni o meno accade già ora per una serie fortuita di circostanze, quali il buon esito delle notificazioni (l’imputato è stato subito reperito), lo scarso carico di lavoro del giudice – variante a seconda del Tribunale -, la buona organizzazione del lavoro da parte sua, l’esiguo numero dei testimoni e il buon esito delle notificazioni a loro, la pochezza della questione e l’assenza di eccezioni sollevate dalla difesa in corso di dibattimento.
Ma la gran parte dei processi, nonostante l’impegno di tutti, giudici, pubblici ministeri, cancellieri, ufficiali giudiziari e avvocati, dura senz’altro più di due anni.
Allora, a parità di risorse, è ovvio che lo stabilire che un processo debba finire entro due anni se no si estingue il reato comporti la cosciente volontà di ottenere la prescrizione di quel reato: prescrizione, tra l’altro, assai più breve e comoda di quella prevista dall’art. 157 del codice penale, pari a 6 anni più ¼, dunque 7 e mezzo, per i reati (delitti) puniti con le pene più basse.
Mi spiace avere rotto il cazzo (©) con ‘ste pugnette didattiche: ma spero possa risultare una guida utile per un navigatore che ci incocci, un astrostoppista, un digiuno di leggi o tribunali, uno che vede troppi telegiornali.
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7 commenti su “A clockwork trial.

  1. galatea72 ha detto:

    Avvocato?
    Mi sa che, al di là dei guai giudiziari del nostro beneamato premier, che sempre influiscono su tutto, il problema è che questo governo tende a voler fare riforme a costo zero e sulla pelle altrui.
    Anche con la scuola ha fatto così: per ridurre gli organici ha tagliato ore di lezione per materia, così ora un professore di italiano invece di due classi ne può tenere tre, e aumentato il numero di alunni per classe (arriviamo oramai a 30). La qualità del servizio è peggiorata, ovviamente, perché tu hai meno tempo, uguale programma e maggior numero di alunni da seguire in un’ora; per giunta sono saltate tutte le ore che potevano essere offerte agli stranieri per imparare la lingua, perché nessun professore di italiano ha ormai ore "fuori" dalla classe, in cui dedicarsi a corsi particolari (recupero, alternativa alla religione, etc.). Inoltre dimentica che è inutile lamentarsi perché i professori non restano a scuola, ad esempio, il pomeriggio a correggere lì i compiti se però non si dà loro un posto dove correggerli (cioè un ufficio, e magari anche un computer con collegamento a internet..). Però la riforma ha fatto contenti i più, perché sono convinti che ora noi professori scansafatiche siamo finalmente costretti a lavorare. Non si rendono conto che se uno non ha le risorse per lavorare "bene" è inutile imporgli per legge tempi o scadenze che tanto non è in grado di rispettare per carenza di mezzi. Queste riforme sono grida manzoniane, ma fanno per giunta danni molto concreti.

  2. anonimo ha detto:

    @ Galatea:
    grazie della visita.
    Aggiungo, sotto forma di commento, una postilla che avrei voluto inserire oggi e che contiene implicitamente una conferma di quanto dici.
    La tensione è quella di dare, agli italiani, informazioni sbagliate finalizzate a farli sentire –  oltrechè altrettanti commissari tecnici della nazionale – 60 milioni di giuristi e chiaccherare di conseguenza al bar, dal barbiere o dove altro: così pure 60 milioni di esperti in pubblica istruzione eccetera.
    Nel caso-giustizia, le informazioni (scorrette) ad esempio sono: il sistema giudiziario costituisce un problema prioritario da risolvere; i suoi mali sono la pigrizia e l’inettitudine dei magistrati ed il loro potere di mettere sotto processo e magari condannare chicchessia, persino un uomo politico.
    Si infonde così nella gente la convinzione che il potere giudiziario sia una anomalia costituzionale anzichè uno dei necessari fondamenti dell’ordinamento e dell’equilibrio democratico: e che contro tale strafottente potere chiunque si senta ingiustamente condannato sia legittimato a andare dal giudice a dirgli che è un cretino e ottenere una rettifica favorevole della decisione con annesse scuse, in luogo di impugnare la sentenza.
    La demolizione dello stato di diritto – che è l’unico pallido schermo che ci separa dall’homo homini lupus – non è senza conseguenze: che sono, ancora solo per fare un esempio, la premiazione della furbizia, della violenza, della grettezza; la derisione dell’impegno, e della cultura intesa come volontà di capire.
    Dopodichè, mi paiono connaturati a questa malafede gli interventi di facciata sulla scuola, in facto funzionali a deprivarla di potenzialità educative.
    Adelante, Pedro, ma con juicio…

  3. anonimo ha detto:

    Chiosa della postilla.
    A volte un giudice è antipatico; ciò accade proprio quando emette una sentenza a te sfavorevole – magari sbagliando – e tu non puoi farci assolutamente un cazzo: non puoi andare a dirgli che è un cretino o a sbattere i pugni sulla sua scrivania: ed è giusto, in una società evoluta, che sia così e ci mancherebbe altro: proponi le tue brave impugnazioni confidando, se hai ragione, nella capacità del sistema-giustizia di sanare l’eventuale errore.
    Forse alcuni giudici ritengono gli avvocati una massa di azzeccagarbugli ignoranti e rissosi; e forse alcuni avvocati ritengono quella dei giudici una cricca di supponenti snob: tutto ciò è umano.
    Ma tutto questo non toglie, anzi conferma, che debba esistere (o resistere) un potere giudiziario; e che il sistema-giustizia ed i concetti stessi di giustizia e di diritto non possano essere ulteriormente disintegrati sia a livello ordinamentale, sia in una opinione pubblica abbondantemente manipolata allo scopo: pena il ritorno allo stato selvaggio oppure, come storicamente accade, la transizione da una situazione caotica ad un regime di tipo autoritario.
    Ruzino

  4. galatea72 ha detto:

    Già. Anche per il professore di scuola è lo stesso…se dà voti bassi ai tuoi figli, vuol dire che è una testa di c****. Se dà voti alti ai tuoi figli, ma li dà alti anche a quelli che non sono figli di qualcuno che conta qualcosa, allora è un comunista. Poi, effettivamente ci sono docenti incapaci, stronzi, supponenti, etc. Ma qui si sta usando il metodo di convincere tutti che tutto fa schifo, per buttare via ogni cosa e creare una società sempre più ingiusta.
    Quello che non si dice, è che poi, abolito tutto, chi ha i mezzi sarà in grado di difendersi, e chi non li ha sarà ancora più indifeso di oggi.
    Ma continuiamo così: sembra che ciò renda felice la maggioranza.

  5. galatea72 ha detto:

    Ot: linko il blog, spero che non ti dispiaccia. Ciao.

  6. anonimo ha detto:

    No, certo.
    Scusa se io l’ho fatto senza avvisarti.
    ruzino

  7. anonimo ha detto:

    Molto utile la tua precisazione. La gente tende ad essere (troppo) (dis)informata dai telegiornali e da trasmissioni "urlate", dove al dialogo è sempre sostituita la lite, la ripicca di un qualche ( orrido) Ghedini di turno! 1 saluto 
                                      
                                                              Valerio

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