Ossesso.

Ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta. Ce l’ho fatta.
Avevo cominciato per gioco e ora, dopo un anno non bisestile, ossia cinquantadue settimane, trecentosessantacinque giorni, ottomilasettecentosessanta ore, cinquecentoventicinquemilaseicento minuti primi, trentunmilionicinquecentotrentaseimila secondi, posso dire di avere affermato il mio controllo sul Caso.
Da principio mi limitavo, occasionalmente, a constatare una corrispondenza di eventi … tra la marcia, imperturbabile e non notata dai passanti, a cavallo delle fughe del pavè e l’assenza di multe sotto il tergicristalli dell’auto appositamente lasciata in seconda fila, zona rimozione … tra la successione ininterrotta di otto vittorie (la somma di anno, mese e giorno della mia data di nascita) ad un giochino preinstallato del mio computer e la uscita a cena con quella carina del reparto estero.
Un anno esatto fa, come dicevo, mi sono posto un obbiettivo. Un grosso obbiettivo.
Per raggiungere il quale mi sono dovuto applicare costantemente, quotidianamente, accettando una scommessa permanente con me stesso, con il cosmo ordinato.
Il mio istinto mi suggerì di non usare più l’auto, anche se ciò implicava lunghe trasferte sino all’ufficio sui bus delle circolari urbane e suburbane che ronzavano, solerti e vuoti, tra le dolenti brume delle albe invernali e le mattinate pigre dei primi chiarori estivi.
Ben presto dovetti espandere la mia conoscenza dei giochini del computer ed arrischiare una serie di vittorie sempre maggiore e legata a più complesse correlazioni combinatorie (le settimane – a scalare – che mi separavano dal Grande Evento, la somma delle date di nascita mia e di tutti i miei parenti fino al settimo grado – donde la forza di più anime coese in un vincolo numerale perfetto -, infine e giustappunto il novero delle possibilità del verificarsi del Grande Evento suddiviso per seicentosessantasei ed ancora per tre, ricomponendosi in cotal modo la scissione dell’Anticristo e della Trinità in una divinazione risolutoria).
Non mi bastava più camminare a scanso delle fughe delle lastre del pavè; ora ticchettavo sui sanpietrini; ora procedevo a grandi balzi tra i piastrelloni di marmo (solo quelli bianchi) dei sottoportici, imbrattati da merde di cane; e per il mese di febbraio, che da tutti gli altri si distingue, avevo ideato un originale percorso da casa al bus che mi consentiva di mai toccare il suolo, giusta la presenza di numerose cancellate, e panchine, e la altalena di un parchettino di puberi prossima alla fermata.
I miei colleghi, ad un certo punto, non seppero più trovare battute sulla cravatta melange, beige, che sempre indossavo noncurante degli accostamenti ai quali ero già così attento; e neppure sulla abnorme crescita di capelli, barba e unghie che avevo cessato di tagliare a decorrere da un momento accuratamente calcolato.
Mia madre smise di preoccuparsi sia della mia bizzarra cura nel governare le luci di casa (tutte insieme accese, o spente, alternativamente, a seconda dei giorni pari o dispari, dimodochè talora la costringevo a sorbire il consommè serale allo scuro) che della mia scarsa solerzia nel cambiare la biancheria intima, da me individuata – e gelosamente preservata da impuri lavacri – in un laido paio di mutande ed una stantia maglietta di un festival rock parrocchiale.
Il giorno del Grande Evento ho comperato il biglietto: uno, per la somma di Euro uno, apponendovi le due sestine che erano la risultanza delle prove e controprove sperimentate nell’arco di trecentosessantacinque giorni eccetera eccetera, e che, oh, non vi dirò, e all’ora scoccata ho vinto.
Ho vinto. Ho vinto trecento milioni, trecento milioni, trecento milioni di Euro, tanta era la posta in palio del MegaLottoDeiCinqueContinenti.
Ho incassato il denaro tramite una banca molto, molto riservata.
Mi sono sbarbato e ripulito e all’indomani sono andato normalmente al lavoro, passeggiando sciolto, calpestando le cacche, avviando l’auto incancrenita; fischiettavo (vizio che mi ero proibito nelle ultime … non ve lo dico, settimane).
Ho notato che il mio vicino della stanza milleseicentosedici, mentre bevevo il caffè, mi guardava male e parlottava con il direttore.
Secondo me, se per milleseicentosedici ore riesco a non farmi fissare negli occhi da lui, muore in un incidente stradale. Poi passo a quell’altro.
 
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