Non l’ho scritto io.

Così per quanto riguarda il pubblico finanziamento della ipertrofica ed assentista corporazione dei parlamentari in nome della rappresentatività democratica; della rissosa corporazione dei partiti – dalla produttivirà sempre più ridotta – in nome del pluralismo; della pletorica corporazione dei ministri e sottosegretari di turno in nome della efficienza della pubblica amministrazione; della corporazione chiusa della stampa e dei mass media in nome della informazione; della corporazione cinematografica in nome dell’arte, non esclusa la più laida pomografia; e di tutta quella pletora di uffici, associazioni, enti od imprese, la cui finalità è soprattutto quella di giustificare se stessi, ponendosi al servizio dei dipendenti parassitari più che dei bisogni dei cittadini, e il cui pubblico finanziamento riesce a rendere meno abominevoli – quando non offre ad esse un alibi criminogeno – la fuga dei capitali, la fuga dal fisco, la fuga dal lavoro. Senza dimenticare poi la corporazione dei pubblici amministratori elettivi, che, in nome dell’interesse degli amministrati, dissipano non di rado il danaro di tutti per incompetenza, tornaconti elettorali e corruzione, bancarottieri non punibili solo perché gli enti pubblici non possono giuridicamente fallire; e le corporazioni dei sindacati delle opposte parti, che in nome della autotutela professionale, con un perverso pansindacalismo hanno pericolosamente abituato un paese, già laborioso e intraprendente, a contare sempre più sui soldi dello Stato.
Oltre ai mali del mondo, il nostro paese presenta anche mali più strettamente propri. Sulle suddette ideologie di fondo si innesta, da noi, una convergenza, in una miscela altamente destabilizzante e criminogena, di più esasperate componenti subculturali, che vanno indicate come ipotesi di meditazione collettiva (tanto più in un’epoca in cui «conservazione» e «progresso» nelle logore accezioni tradizionali stanno acquistando – con la caduta di tanti miti e certezze – un significato soprattutto semantico). E che sono fra l’altro costituite:
c) dalla appropriazione corporativistica della società civile, in quanto i partiti politici, che in nessuna società democratica occidentale hanno un peso pari a quello raggiunto in Italia, al fine di accrescere smisuratamente il loro potere hanno proceduto alla appropriazione e alla lottizzazione di pressoché tutti i settori della società, sostituendo al criterio di scelta della competenza tecnica quello della fedeltà politica, fino nei settori (es.: quello sanitario) in cui la professionalità è più manifestamente infungibile. In questo «pluralismo corporativo» i grandi sindacati, ottenuto il monopolio della rappresentanza per le rispettive categorie attraverso il generalizzarsi della prassi del contratto valido erga omnes, da associazioni volontarie e libere – secondo lo spirito originario occidentale – si sono trasformate in istituzioni autoritarie e pressoché di fatto, nel senso che lo Stato tratta solamente con esse, per cui all’individuo che voglia tenersene al di fuori non resta che l’emarginazione. Spezzato l’ideale del merito individuale, reso irrealistico e velleitario, in questo «neocorporativismo» lo spirito di appartenenza regna sovrano e, col suo stesso esistere, distrugge l’antica propensione occidentale per l’iniziativa e il coraggio individuali (Prandstraller). Dimentico della legge bio-sociologica che la decadenza di ogni organismo, umano e sociale, inizia col suo massimo sviluppo, il neocorporativismo appropriativo del paese ha generato una crisi politica così profonda dagli sviluppi imprevedibili, se non si ricreano nuovi vitali spazi di libertà e se partiti e sindacati non ritorneranno a costituire uno dei tanti momenti del pluralismo non corporativistico;
d) dalla degenerazione della «politica politicante», cioè della politica fine a se stessa, elevata da mezzo a fine, chiusa nel proprio rissoso e vaniloquente microcosmo, che si incentra sulla corporazione dei «professionisti della politica», caratterizzati in molti casi dalla mancanza di altre specifiche professionalità e capacità, dall’avere fatto dei giuochi e delle alchimie politiche il proprio sistema parassitario di vita, dalla conseguente disponibilità alle compromissioni, dalla pari incompetenza in tutti i settori e, perciò, dalla intercambiabilità nelle cariche pubbliche (dicasteri, assessorati, enti e imprese statali) indifferentemente ricoperte, dalla non sanzionabilità della incapacità, essendo sottratti gli enti pubblici da quella sanzione del «fallimento» che in qualche misura colpisce ancora la incapacità imprenditoriale privata. Con la sostituzione della «politica della realtà» con la «politica della immagine», non dell’essere ma del sembrare, con la politica della rappresentazione, come spettacolo, che alla enunciazione ed esaltazione dei «fini» (lotta alla inflazione, al debito pubblico, alla disoccupazione, al disservizio pubblico, ecc.) fa subito seguire l’adozione dei «mezzi» in genere opposti. Con la esclusione di ogni propria responsabilità su nulla e la attribuzione agli altri della responsabilità di tutto. E con la sottoposizione della politica politicante a proprie regole diverse da quelle etico-deontologiche-giuridiche comuni e la cui antisocialità viene legittimata sotto la copertura della «corruzione corrotta»;
h) dalla intraprendenza della stupidità e dalla sua autogiustificazione come intelligenza. Benché la stupidità – quel qualcosa che insinua come un virus a colpire l’intelligenza e a paralizzarla – abbia sempre avuto un suo ruolo nel governo del mondo, dentro qualsiasi sistema e ideologia, mai forse come ora l’umanità sta tanto rischiando di delegare ad essa la propria sorte. La stupidità riposante di un tempo, con un versante anche di buon senso, oggi è stupidità senza riposo e senza tregua, che tutto attacca e corrode, acquistando come un virus una sua capacità di resistenza, una forza disgregatrice senza pari, e soprattutto la capacità mimetica di presentarsi sotto forma di intelligenza, di progresso; per smascherare la quale e richiamarla col suo nome occorre essere sommamente in grado di semplificare, essere molto «semplici» (Sciascia). Sempre più dilatandosi sono andate le tecniche giustificazionistiche (già perfezionare dai totalitarismi) della stupidità, operanti, insieme alle epidemie lessicali e idiozie linguistiche, nel triplice senso: a) di convertire il negativo in positivo, il disvalore in asepsi morale, attraverso gli espedienti semantici del linguaggio seducente o privo di connotazioni squalificanti o ispirato al neutralismo sociologico: la licenza in libertà, i tradizionali vizi in devianza, l’anarchia in pluralismo, l’irresponsabilità in demagogia, l’incompetenza in politica, il parassitismo in assistenzialismo, lo spreco in socialità, l’egoismo in corporativismo, la prevaricazione in libertarismo, l’immoralità, volgarità, vuoto intellettuale in avanguardia e sperimentalismo, l’autoritarismo in centralismo democratico, l’imperialismo in egemonismo, l’aggressione in aiuto fraterno, il vaniloquio e l’incapacità decisionale in dibattito, il masochismo parlamentare in ostruzionismo, le elezioni anticipate in bagno democratico, e così via; fino ad elevare le pseudoverità in inattaccabili dogmi popolari; b) di demonizzare o squalificare, attraverso opposti espedienti semantici, le sgradite verità contrarie e disingannanti come qualunquismo, conservatorismo, riflusso, retroguardia, moralismo, pessimismo, autoritarismo, meritocrazia, mistificazione, provocazione, arroganza, macchinazione, ecc.; cercandosi così di zittire, con ampi successi, gli isolati tentativi di un pensiero critico: attraverso il giuoco della autoinvestirura di progressismo e della stigmatizzazione dell’oscurantismo e antidemocraticità del pensiero divergente tutta una «intellighenzia» (intellettuali, scrittori, artisti, registi, giornalisti, attori, cantautori, personaggi dei diversi mass media), produttrice di opinione attraverso l’appropriazione dei mezzi di informazione, si è assicurata l’inattaccabilità della propria mediocrità ed il successo della «genialità compresa»; c) di attribuire la comune responsabilità sempre ad altri (sistema, Stato, classe politica, imprenditori, sindacati, mancate riforme, carenze di personale, ecc.), in una lamentazione collettiva che parte dalle stesse forze politiche, di governo e di opposizione, primariamente responsabili dei mali lamentati e porta continuamente a rinviare l’appuntamento con la realtà nella illusoria ricerca di inesistenti «formule magiche» (riforma istituzionale, modifiche legislative, aumento degli organici, ecc.); fino a scaricare – secondo una «dietrologia» che non ha pari in alcun altro paese occidentale e trova le proprie radici nel noto meccanismo psicologico autodifensivo della proiezione – su forze occulte, trame ed intrighi, le cause dei mali nazionali, che molto più spesso e in determinante misura trovano la causa primaria in certa assurdità collettiva, che è la trama più pericolosa e ramificata del nostro paese. Così come sono andate espandendosi le tecniche della non risposta, mimetizzate sotto il falso «sdegno della integrità offesa» o sotto la lamentata «macchinazione altrui» e ampiamente usate dai «politici politicanti» in sostituzione delle più conclusive prove della propria onestà; nonché le trasformistiche, camaleontiche, tecniche della autocritica, forgiate dagli «intellettuali del regime» anche e purtroppo in buona fede, in nome delle quali gli stessi responsabili degli errori di ieri si sentono legittimati – con identica baldanzosa sicurezza ma anche con la persistente unilateralità, approssimazione e inidoneità dei progetti a riparare ai danni da essi provocati – ad affermare oggi l’esatto contrario: chi ieri mostrava di odiare l’ordine e la polizia, chiedendone il disarmo, oggi li esalta; chi favorì con atteggiamenti benevolenti o sospette connivenze la delinquenza politica oggi ne chiede la severa repressione; chi favoriva la diffusione della droga oggi dichiara di volerla contrastare; chi patrocinò e impose l’appiattimento oggi sottolinea il valore del merito e della professionalità; chi concepì il salario come variabile indipendente oggi ne scopre la dipendenza dalla produttività; chi diffamava la cultura classico-umanistica oggi collabora al montaggio delle grandi esibizioni della bellezza antica; chi fu apologeta di garantismi criminogeni si erge ora a sostenitore della difesa sociale e delle misure di emergenza; chi fissò altrove la sua patria ideale, oggi si dichiara orfano di paternità oppressive disconosciute. In una grottesca alternanza di «errori» e «autocritiche». La ventata di «assurdo», che ha attraversato il paese negli anni settanta, non è passata invano, ma si è incardinata sconvolgendo i più ampi settori della convivenza. E se vi è un pericolo orwelliano nel mondo è la manipolazione del linguaggio, in una lingua totalitaria e menzognera (per la quale la parola «pace» significa «guerra», la parola «libertà» «schiavitù», la parola «ignoranza» «forza», la parola «progresso» «devastazione» materiale e morale, e così via).
Questi fattori convergenti hanno concorso, in misura determinante, a creare una regressiva situazione di anomia collettiva, di ribellismo indiscriminato, di crisi permanente e di diffuso disordine, ove la inosservanza delle norme diventa un fatto comune, ove individui e gruppi sono sempre più legislatori di sé stessi ed ogni gruppo (politico, sindacale, giudiziario, professionale, delinquenziale, terroristico, ecc.) rivendica la immunità totale dei propri appartenenti in quanto tali. Così come hanno portato a radicali fratture tra le illimitate aspirazioni-aspettative generali e le reali possibilità realizzative, con un conseguente stato permanente di insoddisfazione, vittimismo collettivo e protesta generalizzata contro obiettivi ormai soltanto emblematici (Stato, sistema, partiti, sindacati, legislazione), di conseguente tensione e, quindi, di frustrazione e di diffusa nevrosi collettiva. E più in generale ad uno stato di diseducazione e di desocializzazione generali, che oltre ad impedire un obiettivo esame di coscienza sulle graduate, ma comuni, responsabilità dei mali nazionali, porta a persistere nella pretesa di curarli potenziandone le cause, ad elevare a virtù i vizi collettivi, con inquietanti prospettive sul nostro futuro. Solo l’incultura e l’ignoranza possono far credere di conciliare gli inconciliabili: la generale corruzione dei costumi e la pretesa onestà degli uomini pubblici, l’illimitatezza dei diritti individuali e l’efficienza di una società tecnologica avanzata, la propria libertà assoluta e il rispetto della libertà altrui, il consumismo individuale e i servizi sociali, l’affievolirsi della laboriosità e della creatività ed il benessere economico, l’egualitarismo retributivo e la professionalità, l’assistenzialismo pubblico e lo sviluppo economico-sociale, la crescita economica illimitata ed il rifiuto della energia nucleare, il vaniloquio politico e l’azione ammibistrativa, le rivendicazioni salariali e la lotta alla disoccupazione giovanile, la politica dei sacrifici e il consenso sociale ad ogni costo, il lavoro per tutti come nei paesi socialisti e i livelli retributivi dei paesi occidentali, la permanente incertezza politico-economica, legislativa e giudiziaria, e la sopravvivenza dello Stato di diritto, il conflittualismo e il pacifismo, senza dire della intangibilità della persona umana e della politica filoabortistica, dell’utilitarismo imperversante e del rispetto della dignità umana, e così via. Salvo a lamentarci coralmente vittime della generale disfunzione e a sdegnarcene nel dolore delle calamità nazionali.
 
La destabilizzazione, il degrado civile, la inefficienza, la carenza di controlli sociali, portano ad un proporzionale aumento dei soggetti che pervengono al delitto, quando non provocano nei soggetti psicologicamente più fragili e vulnerabili e, specie, nei giovani (cui è stato vagheggiato l’impossibile e che vedono incerto il necessario) esplosive cariche di eteroaggressività, razionalizzate spesso attraverso le «motivazioni apparenti» della pseudoideologia, che sfociano nella squallida e monotona violenza quotidiana, e di autoaggressivirà evasiva (droga, vagabondaggio, suicidio, ecc.): con un graduale mutamento della tradizionale immagine (vera o falsa che fosse) del paese «reale», che è sempre meno innocuo, riposante, realistico, ed è sempre più torbido, assurdo, crudele, sanguinario, tragico: che paga col degrado della qualità della vita e nel dolore dei figli la propria stoltezza. E col riemergere dal profondo dell’animo collettivo quel «mostro» che l’affievolirsi della «ragione» ha sempre risvegliato. Quod deus perdere vult, dementat prius? Ogni popolo ha, in definitiva, il presente e il futuro che riesce a costruirsi.
 
[Ferrando Mantovani, “Il problema della criminalità”, Cedam, 1984]
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