Pulp 2

K. e J. erano usciti la mattina prestissimo e, sulla via del ritorno, avevano accumulato tutti i sintomi dei camminatori provati: al posto dello zaino, un cilicio di pietra che infossa il respiro; sotto gli spallacci, camicia madida e carne abrasa che brucia; piedi come spugne di sangue, gambe che scandiscono per volontà propria il ritmo isocrono di un mantra mentale.
 
Arrivarono nel primo pomeriggio al rifugio basso, famoso per la buona cucina: nel parcheggio, una biemmevu familiare argentea, leggermente impolverata dalla risalita della breve carrabile.
 
Avevano preso costine di maiale al forno, che masticavano con vorace riconoscenza assieme al pane nero intinto nel sugo, assieme al vino, che collegava e impastava e fondeva tutti gli aromi; sotto al tavolo, le dita dei piedi si muovevano libere nei calzettoni appoggiate al piancito di legno.
 
Non era difficile capire che i due uomini seduti a un palmo da loro fossero quelli della macchina parcheggiata: camicia azzurra sbottonata, pantalone con toppa sovrapposta e trippetta debordante dalla cintola; capello rado e muffoso; carnagione color neon; orologione regalo dell’azienda.
 
Data la vicinanza, K. non aveva potuto fare a meno di notare che avevano mangiato tutto: antipasti (speck, prosciutto, bresaola, salame), primi (pizzoccheri, malfatti, sciatt, canedeli), secondi (stinco – uno a cranio, costine, salsicce), verdure, dolci, caffè e ammazza.
 
Pensava dunque che c’è gente che sta al mondo solo per mangiarlo e cagarci sopra – che si dà un senso di esistenza in quanto divora e scaracchia in qua e in là le tracce del proprio passaggio terreno – quando i tizi principiarono a parlar di vacanze, e quello di fianco a lui disse: “non vedo l’ora di essere alle Maldive tra una settimana per mangiarmi un bel piatto di spaghetti con la cernia.”.
 
L’idea del sacrificio della cernia (un pescione almeno di una mezza quintalata, raro e che non rompe il cazzo a nessuno), per di più consumato sull’ara degli insaziabili e spaghettescamente esportati appetiti del tizio, parve a K. veramente oscena e volgare, grottesca, confermativa appieno del precedente teorema, sicchè si girò e sbottò, serio ma cortese: “povera cernia”, e l’altro: “eh, ma ce n’è tante!”.
*
Fu allora che il braccio di K. si levò in un ampio, rapido e alto arco, e per un attimo si vide lo sfavillio della lama del coltello da carne prima che precipitasse a tranciare la gola del tizio stupito, a scavare e cercarne le canne, e sangue, sangue, sangue, sangue, sul tavolo ed il piancito, sugli ultimi rimasugli del pasto, ad accecare gli occhi sbarrati dell’atterrito commensale.
 
E fu allora che il tizio, in un orribile, lungo e cavernoso rantolo commisto al fungo rosaceo che gli spumeggiava a fiotti dalla trachea recisa, gorgogliò: “spero che lei sia … sia … assicuraa … a … a … toooo”.**
 
Exitus.
 
* Fin qui, tutto vero.
** Varianti: “lei non sa chi sono io”; “perché, la cernia non le piace?”; “guardi che la vacanza è all-inclusive”; “Robi, ci pensi tu a portare giù la macchina?” (l’elenco è accrescibile ad libitum: si sollecitano proposte).
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2 commenti su “Pulp 2

  1. anonimo ha detto:

    …scusa ma mi sono fermato a isocrono…
    ciao

  2. anonimo ha detto:

    non ti abbattere per così poco.
    ciao
    ruzino

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