The new satira.

(Prologo: la maggioranza parlamentare Cinquestelle – Lega e la formazione del relativo Governo hanno instaurato una nuova lottizzazione delle reti Rai spazzando via le vecchie e consunte cariatidi. Epurato, tra i primi, lo spocchioso Fazio. I telegiornali sono stati rinominati TG Verità. Una nuova generazione di comici si appresta a intrattenere gli italiani negli spettacolini di prima serata.)

Presentatore: “Ed ecco a voi … Marigoldone! Un bell’applauso a Marigoldone!” (clap clap) “Marigoldone ha vinto il sondaggio on line riservato a cabarettisti e battutisti emergenti, ed eccoci qua freschi freschi ad inaugurare la stagione del nuovo! Vai Marigoldone, facci ridere!”

M.: “Chiamatemi Gold. Solo Gold. Mia mamma s’è sbagliata, quando mi ha iscritto all’anagrafe, c’era una pubblicità di guanti da cucina che andava forte e così …”

Presentatore: “Ah ah ah! Sei il migliore, cominci subito a scaldare il pubblico! Vai Gold, vai, facci ridere!” (risatine tra il pubblico)

M.: “Allora … la Merkel è una gran Troika … quella Troika della Merkel!” (risate, applausi, molte risate, qualcuno urla “bravo!”)

M. (sudatissimo, striscia le mani sui pantaloni): “Boldrini … bocchini! Avete presente, no? Bocchini! Bocchini!” (risate fortissime, applausi scroscianti, fischi di approvazione)

M.: “E volete sentire questa su Di Battista e la moglie di Salvini?” (gelo in sala, mormorii)

Presentatore: “Ah ah! Il nostro Gold è un fine burlone! (pacca sulla spalla) Gli piace sorprendere il pubblico, non è vero Gold? Dai, facci ridere, ridere!”

M. (occhi vitrei, paonazzo, alza la voce): “Sì, io scherzo sempre, mi piace scherzare, me lo dicevano sempre i compagni di scuola alle elementari quando scoreggiavo in classe, e poi mi tiravano i cancellini della lavagna, quegli snob del cazzo! La scoreggia è bella, è sana, è naturale, più scoregge e meno vaccini!” (“sii, siii”, risate, applausi, qualcuno si alza in piedi)

M. (rifiata, si carica): “E … e … volete sapere l’ultima, eh, volete? Renzi … Renzi … lo prende in culo dai cani! Anzi … dai Berlus – cani! Berlus – cani! L’avete capita? L’avete capita?” (applausi scroscianti; boati; un anziano signore si sente male, sviene e cade dalla sedia)

Presentatore: “E bravo il nostro Gold! Sei il numero uno! Il pubblico ti ama! Noi ti amiamo! Fate un bell’applauso al nostro Gold!” (pubblico tutto in piedi, applausi, Gold alza le braccia al cielo, poi si inchina ripetutamente, esce di scena acclamato)

Presentatore: “Chiudiamo così, in bellezza, il nostro programma che ci ha fatto tanto ridere, ridere! A rivederci a domani e rimanete sintonizzati per non perdere lo special che segue: “Quella gran puttana dell’Europa”. A domani, a domani!”

Sigla.

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180°.

Ho capito di essere un cretino. E l’ho capito ricordando ciò che diceva la donna di servizio dei miei genitori, negli anni ’70, per giustificare il suo voto ai comunisti: “È il partito di noi poveretti”.

Il partito dei poveretti, già, che rappresentava le istanze operaie e proletarie, di quelli che ragionavano con l’istinto e con la pancia, spesso vuota, il partito del popolo con le scarpe grosse e il cervello non sempre fino – anzi, spesso drammaticamente ignorante e come tale manipolabile – contrapposto allo snobismo elitario dei padroni, della borghesia e del clero raggruppati sotto tutte le altre sigle.

Poi i tempi sono cambiati e quel partito si è trasformato assumendo le vesti di un progressismo evoluto che delle vecchie rivolte ha conservato la mera immagine a scapito della sostanza; sposando via via la tutela degli immigrati, degli artisti di strada, dei centri sociali dei graffitari, della pizzica e della taranta, tutta roba pagata dai comuni e dallo Stato, sposando le ragioni dell’Europa e dell’economia di mercato: finchè il proletariato o ciò che ne rimaneva, rimpinguato dai grandi numeri di una ex borghesia proletarizzata e affamata, si è rotto i maroni di vedere il negro e il giocoliere mantenuti con “soldi suoi”; il nemico da combattere, che un tempo si identificava con “il padrone”, è divenuto l’Europa, il Gruppo Bilderberg, i poteri forti, che ha coagulato una resuscitata rabbia, pura, sconclusionata, ignorante, sempre manipolabile.

Ed è con un autentico e paradossale capovolgimento a centoottanta gradi che l’elettorato di quello che fu il più grande partito della sinistra si trovi, ora, a votare due movimenti rappresentativi dell’autoritarismo cieco e ottuso appannaggio della destra più becera e manganellara.

Non lo avevo capito. Ringrazio la mia brava e cara donna di casa. Ma ricordo anche le parole di mio padre, che comprendo appieno solo ora. “I comunisti non cambiano mai”.

Coitus. Interruptus.

L’ho fatta venire con la bocca e con le mani, piano, sfiorando la pelle liscia del pube e delle cosce. Sono stato, prima, lungamente dentro di lei, la baciavo, la accarezzavo, la stringevo, le parlavo. Lei pensa di godere perchè l’ho toccata in un certo posto e non sa che è perchè la amo e glielo faccio capire attraverso il mio corpo. Mormora, ora, parole sconnesse. E’ vicina al bordo del letto. Urla, freme e sussulta, si contrae, cade giù. Il cagnino è steso per terra. Sobbalza, la guarda e le dà una leccata sulle labbra.

La setta.

Era prevedibile, prevedibilissimo.

Ha vinto la pancia del Paese, anzi: l’intestino, il colon, il retto, quello che non paga le tasse e vuole un Parlamento garantito dal salvacondotto dell’onestà, della pulizia morale, del “non ha mai fatto politica”; quello che incarna il Bene Nazionale nella piccineria del “fuori dall’Europa e dall’Euro”, nel gretto egiosmo della paura del migrante; quello che crede nelle favole di gruppi di potere malvagi che dispongono della sorte delle masse; quello che odia le élites – cioè tutti coloro che usano correttamente sostantivo e predicato – e definisce sinistramente sé stesso e sodali come “cittadini” (Robespierre, il Terrore, hai visto mai?).

Ha vinto l’aggressività dei dibattisti che in ogni sacrosanta intervista, quando contraddetti, sbraitano battendo i pugni sul tavolo, essendo l’incazzatura ovvio sintomo di ragione; ha vinto la rabbia di quelli che “sbaracchiamo tutto”, e la prepotenza di chi ritiene suo diritto affermare qualsivoglia cagatina perché “siamo in democrazia”.

Comunque hanno vinto: e lo si può dire con la serenità del dì di festa dopo la trepidazione della vigilia, il sorrisetto stentato e maligno del passaggio ad una opposizione satirica vera, l’aspettativa dei primi inciampi del neopotere applicato.

Perché alla fine, superato un trauma analogo a quello che si sarebbe potuto verificare se alle elezioni del 1979 avesse vinto il PCI, di questo si tratta: della timorosa curiosità o dell’incuriosito timore in merito all’esercizio che i neofiti faranno del potere piovuto su di loro dal cielo, ciò implicando deleghe al controllo di Enti, attribuzioni di appalti, distribuzioni di incarichi e soldoni pubblici: prevarrà il merito o prevarranno l’amicizia, la spartizione tra i soli puri di cuore, gli affiliati, i “cittadini” mercè la riedizione di un qualche esotico e misterioso Manuale Cencelli, epurazioni e regolamenti di conti?

Prevedo tempi duri, affascinanti e vivificanti.

Letture 2.

Il libro del post precedente è una vecchia malattia. In realtà non lo avevo mai letto e, probabilmente, mai lo leggerò: è troppo intriso di morte, e di morte ne ho avuta abbastanza da non considerarla più con leggerezza, sicché ho ritenuto sufficiente omaggio alla memoria lo scatto fugace di una fotografia rubato in libreria – i dialoghi sono sorprendentemente ricalcati nel film, più volte visto.

Sto leggendo questo, ben cesellato.

Personalismi 12. Mimnermo.

Scrivo dal cellulare. Oggi i miei fratelli hanno portato nostro papà al pronto soccorso. Debole, dicevano. Penso al caldo torrido, al poco bere – acqua, non sangiovese. Arrivo a dare il cambio. Mio papà straparla, vaneggia. A differenza di mia mamma, nessuna familiarità con l’Alzheimer. É sempre stato roccioso, tosto, ci siamo scannati per tutta la vita. I fratellini lo vedono ancora così. Vanno via. Mi viene il groppo. Troppo presto, troppo presto. Tac e tutto il resto. Aspetto, sono le tre passate. Lui fa cenni aerei con le mani. Adesso dorme. Una vecchia pastrugna le lenzuola. Un’altra arriva in lettiga, la bocca senza denti spalancata a risucchiare aria inconsapevole. Monitor. Io non me ne andrò così, attorniato da strumenti che non comprenderò, strappandomi gli aghi con mosse inconsulte. Io non me ne andrò. Io me ne andrò.