La sentenza.

Molto è stato detto sulla recente sentenza n. 54/2021 del G.I.P. presso il Tribunale di Reggio Emilia, che ha pronunciato l’assoluzione di due tizi imputati di falso ideologico in atto pubblico (art. 483 c.p.) per avere raccontato delle balle nell’autocertificazione covid.
La motivazione si fonda sulla inidoneità del DPCM 8 marzo 2020, nella vigenza del quale era stato commesso il fatto (e dei DPCM in generale), ad imporre limitazioni generalizzate della libertà personale, coercibile solo dietro previsione legislativa (c.d. riserva di legge) e sotto il vaglio dell’autorità giudiziaria secondo quanto recita l’art. 13 Cost.
A tal fine, argomenta il Giudice, un conto è la limitazione della libertà e un altro la limitazione della circolazione (distinzione oggetto di vivace dibattito dottrinario come pure quella circa la facoltà dei DPCM di limitare o meno la libertà, dibattito ça va sans dire divisivo e risoltosi con una preponderanza dell’orientamento favorevole), la quale ultima nel caso di specie non verrebbe a rilievo.
Sicché, investito della richiesta del Pm di emettere decreto penale di condanna, il Giudice ha invece disapplicato il DPCM, in quanto atto amministrativo (così evitando la più tortuosa strada di sollevare questione di costituzionalità), stabilito che a questo punto la falsità in atti non aveva ragion d’essere (non essendo più “contra legem”), e di conseguenza assolto i tizi con sentenza di proscioglimento immediato ex art. 129 c.p.p. perché il fatto non costituisce reato.
La sentenza è stata sorbita come nettare e ambrosia dai soliti negazionisti, che ne hanno tratto il principio “possiamo fare come cazzo ci pare, pappappero”, e sbattuta in prima pagina con titoloni del tipo “I DPCM sono carta straccia” e via dicendo.
Ho giusto un paio di commenti in proposito, da vecchio e stanco avvocato di provincia.
La sentenza è espressione di garantismo: ben venga! Giustissimo affermare il primato della Costituzione, ricordare la gerarchia delle fonti, rimarcare il principio della riserva di legge.
Ma il dubbio mi coglie sul punto di merito – sostanziale – della motivazione, benché già vessato da studiosi di alto rango.
È proprio parlare di “limitazioni della libertà personale” imposte dal DPCM al pari della custodia cautelare o similari?
Secondo me no, e per due ragioni.
Una prima, legata alla estrema lassità del limite, invero a maglie molto larghe dalle quali era possibile sfuggire per motivi di salute, di necessità, di lavoro elasticamente autodichiarati, che non connotano nessun altro provvedimento restrittivo.
Una seconda, relativa all’aspetto sanzionatorio: la violazione delle misure limitative della libertà personale viene, solitamente, punita con una sanzione penale; mentre quella delle prescrizioni (amministrative) del DPCM in oggetto (e seguenti) era stata, dopo un iniziale svarione che la sussumeva all’art. 650 c.p., ricondotta all’alveo della sanzione amministrativa pecuniaria.
Concludiamo sottolineando che la sentenza arriva, come si suol dire, “a babbo morto”.
Difatti il DPCM 8 marzo 2020 è divenuto, come tutti i suoi fratelli, inefficace da un pezzo: e tutti i provvedimenti cogenti in tema Covid sono presi, dall’aprile 2020 (segnatamente gli ultimi, 12 febbraio 2021 e seguenti), nella forma del decreto legge, rispettoso dei principi costituzionali in materia. Pappappero.

Google minus.

Faccio l’avvocato.
Disponendo, come chiunque abbia una connessione internet, di un account Google, avevo aperto una pagina relativa alla mia attività professionale addobbata da numero di telefono, orari e foto della facciata dello stabile – con targa in bella vista – presa da Google earth.
Ho iniziato col ricevere numerose telefonate dirette a una ferramenta dei dintorni, “pronto, ruzino, mi mandi venti metri di profilati di alluminio e un quintale di tondino”, cui inspiegabilmente la mia pagina era stata collegata.
Un giorno, googlando me stesso, noto con disappunto che un tizio mi ha messo una recensione negativa con una stellina: come, perché, chi si permetteva di lordare la mia immacolata reputazione?
Non mi ricordavo di questo individuo, non ricordavo di avergli fatto un lavoro e, in effetti, scartabellato alquanto, non avevo reperito alcun documento, atto o fattura che riconducesse a lui.
Essendo stati vani miei tentativi di contattare il Sig. Google intimandogli di rimuovere la recensione, ricerco il tizio su facebook scovandolo in breve tempo e chiedendogli la ragione della critica.
Risposta: “un giorno ho suonato da lei e le ho chiesto un parere ma non sono rimasto soddisfatto”; “ma le ho fatto un lavoro? mi ha pagato?”; “no, però non mi è piaciuto quello che mi aveva detto”.
Ok, non pago di avere scroccato un parere, Tizio esercita il proprio schiribizzo giudicando pubblicamente e inappellabilmente via internet la tua qualità professionale in base alla sua sensazione a pelle.
Penso che le parole “vie legali” e “risarcimento” abbiano sortito qualche effetto, poiché la recensione venne magicamente rimossa.
Pochi giorni fa visito per caso la pagina scoprendo che il Sig. Google ha associato al mio profilo la foto dell’arresto di un personaggio che ha il mio stesso cognome, e che street view inquadra, ora, il portone scalcinato dell’edificio di fronte allo studio.
Ciò, forse, spiega l’esorbitante numero di visite ricevute dalla mia pagina che, di tanto in tanto, Google mi comunicava con toni trionfali ed entusiastici.
Grato per la pubblicità, che probabilmente durava da mesi e mesi, ho cancellato la pagina pur sotto la minaccia che “non ne potrò aprire un’altra”. A pensarci bene non è una minaccia. È una tutela.

Forza Mario.

Mario Draghi – secondo la vulgata oggi molto diffusa – nasce già orfano ed è fortunosamente accolto all’asilo dai Gesuiti. Da lì, spacciandosi per il compagno di banco Magalli, pochi anni dopo viene proiettato al MIT e, di seguito, alla guida di Bankitalia grazie alla cooptazione dei poteri forti: i quali conducono magicamente l’enfant prodige a capo della BCE laddove, a quanto pare, svolge mere funzioni di lacchè di Angela Merkel. Sempre i poteri forti, incarnati in un anziano e apparentemente integerrimo presidente della Repubblica e in un politico pasticcione il cui agire sembra vicino alla casualità di Forrest Gump, architettano un astuto piano per portarlo alla presidenza del Consiglio. Tale oscuro disegno prescinde completamente dai meriti della persona e dal fatto che, oggettivamente, a meno di riesumare la salma di Fanfani, De Gasperi o Einaudi, l’Italia non abbia prodotto negli ultimi trent’anni uno straccio di personalità di livello in grado di gestire in modo oculato il governo di questo sciagurato Paese. Toccandosi molto fortemente i maroni si spera che Mario abbia successo: l’alternativa è il fallimento o, data la situazione marcescente, il sorgere dal putridume di un Benito 2.0.

Gigabyte.

Alla televisione parlavano, tanto per cambiare, di Covid, e di chi ci crede o no.
Allora pensavo a chi, nel medioevo, magari credeva che un certo attrezzo lo avrebbe protetto dalle malattie, dalla peste… o Dio, come si chiamava?
Mi veniva in mente la parola “amuleto” ma no, non era quella… dopo pochi minuti ho realizzato “reliquia”, sì, reliquia, ok, va tutto bene.
Ci sono i nomi di due attori che stento a ricordare da anni, uno è Gary Oldman (“Leon”, “La talpa”), l’altro Ben Gazzara (“Storie di ordinaria follia”).
È una nemesi relativa a quei due o sto perdendo pezzetti della mia preziosa memoria?
La vecchiaia si presenta così, con un ottundimento progressivo delle facoltà?
Nel dubbio, sia che faccia bene, sia che acceleri il processo, bevo: e a un calice faccia seguito l’altro.

Buon.

Mi è capitato di ascoltare, domenica scorsa (27.12.2020), uno dei “Concerti dal Quirinale” di Radio 3, con Noa alla voce e Gil Dor alla chitarra. In verità non avevo mai seguito particolarmente Noa ma il programma era bello e difficile, virtuosisticamente eseguito e mi ha catturato: un’alternanza di brani in ebraico, classici del canzoniere napoletano, Bach vocalizzato. Poi lei ha detto una cosa. Ha detto “shalom”. Una parola antica; un saluto, un augurio e uno scambio di pace, benessere, prosperità. Una parola semplice e gentile, quali non ascoltavo da molto tempo, quieta e ferma. Ho pensato allora che occorra riappropriarsi, più che dei fatti, delle parole. Del vecchio buon senso delle e nelle parole. Ho pensato, dopo mesi e mesi convulsi in cui lo sbrago verbale e mentale si è fatto consuetudine e costume, che quello che veramente manca e vada ricercato e custodito non sia tanto il cenone o la scampagnata – gli elementi materiali, per carità gradevolissimi e necessari – quanto la serenità del pensiero e della parola che gli corrisponde. Il nucleo fondamentale dell’anima. D’altronde, come dice il Sommo:
“Conciossiacosachè dura è la via
sanza vergûenza tu favelli ormai
se – deh – reflusso asconde marranìa
pantoprazol’ indarno assumerai”.
(Dante, Purgatorio, Canto XXXIV)
Posto che il pezzo avrei voluto scriverlo meglio, più incisivo e serio, il messaggio finale è che dove massima è la tempesta bisogna resistere, resistere bisogna.
Flectar, ne frangar.
Sicché buon anno nuovo. Shalom.

Io non.

Io non sono negazionista o no vax, però: penso che questo governo esageri con tutte queste restrizioni, in fondo il virus non è così pericoloso come ci dicono, muoiono solo i vecchi e conosco uno che è scampato; poi le misure dovrebbero riguardare altre attività, non la mia che è sicura al 100%; del resto, il pronto soccorso è vuoto; e cos’è tutto questo allarmismo, non fanno che parlarci di morti, di contagi, basta, è una comunicazione che induce alla depressione; il Papa ha incontrato Rothschild, c’è qualcosa sotto; Rothschild, Rockefeller, Soros, Gates, è tutta una cricca; fanno i vaccini adesso, hanno aspettato il momento opportuno per guadagnare al massimo; chissà cosa c’è dentro, a questi vaccini, i nanochip, i nanobyte, i nani; d’altronde, cos’è un vaccino se non un apostrofo rosa tra le parole c’ovid?

Nuove dal mondo (ruzino tv).

1) Attesi i voti, senz’altro pro Trump, degli abitanti delle isole Tuamotu e di una remota colonia anglofona su Plutone.
2) Padre Livio Fanzaga violentato da un gorilla gigante mentre ricerca prove del Covid complotto nella giungla.
3) Il governo (italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco, belga – selezionare la casella desiderata) sbaglia tutto, sono dei lessi e dei ciandroni (crasi tra pelandroni e cialtroni), io lo so come si fa ma non lo dico.
4) Dopo i corsi per “gestore della crisi di impresa” e “gestore della crisi da sovraindebitamento”, avviato con grande successo quello per “gestore della pandemia mondiale”: tutti insegnanti.
5) Padre Livio Fanzaga rapito da una tribù di zombi cannibali mentre ricerca prove del Covid complotto nel Bronx.

La notte dei covid viventi (perchè, tanto, di cosa vuoi parlare?).

Tutto questo jazz (Stolen moments, al momento, i cui assoli ripercorro mnemonicamente), e tutto il vino e la grappa possono annebbiare, ma non confondere, le idee.

Sogni che non riesco a ricordare, molti: l’inconscio si cela.

Rincorro col pensiero una donna, la solita: chissà se mi vorrebbe ancora (forse residuano in lei ombre di antichi abbracci e baci, ma la vedo chiedermi con l’usuale scorza pragmatica “Cosa vuoi da me?”, e io a rispondere “Niente, solo parlare con te, e i tuoi baci”, perché non ho mai saputo pavidamente prometterle nient’altro che l’oggi – quando in me l’oggi significa il sempre) ma fugge: è già fuggita. Sto con un’altra, che mi vuole e dalla quale, col pensiero, fuggo. Ogni tanto riposo da tutto questo rincorrere e fuggire: cresco; ascolto l’erba crescere, nulla faccio e mi maledico moralisticamente per il nulla fare mentre avrei tante – troppe – cose da fare, il lavoro, la vecchia casa, le amicizie da curare.

Osservo, però, rifletto, cresco, divento migliore, anche se alla mia età – e meglio di come già sia – è difficile. Modestamente.

Osservo e rumino, tra le altre cose, la reazione alla recrudescenza del coronavirus: ampiamente prevedibile e prevista da chiunque avesse un minimo di sale in zucca e bollato, all’epoca, come iettatore o messaggero di sventura al soldo di fantomatiche multinazionali.

Il negazionismo covidiano, maturato nei mesi di chiusura e sobbollito in pentola a pressione durante la morbida pausa estiva, è esploso in tutta la sua idiozia: non solo nella sua forma ortodossa di inesistenza tout court del virus – invenzione per il controllo sociale, ma nelle varietà più sfumate di scetticismo ipocrita (“il virus esiste ma non fa così male”) e indignatissimo verso le misure restrittive percepite quali attentati alla libertà; comparazione tra restrizioni apparentemente sbilanciate (le chiese no ed i ristoranti – bar – teatri sì); dissertazioni soavemente inutili sull’efficacia delle mascherine.

Sono, questi, puri e semplici espedienti di rimozione; infingimenti, tentativi di accantonare, di spostare nello sgabuzzino mentale delle vergogne qualcosa che “è” e di cui non si può non tenere conto: il virus esiste ma vorrei che non ci fosse.

Le forme variegate di negazionismo soft prendono sempre più piede, non solo tra illusionisti, speculatori e bifolchi ma, sorprendentemente, anche tra coloro che, a prima vista, per cultura e raziocinio, reputeresti intelligenti: spesso perché travolti da afflati puramente passionali o perché affascinati dalle idee di amici convincenti e che chiamerò, per tale ragione, i subornati.

La massa di bifolchi e subornati è quella che si accalca nelle recenti manifestazioni no Covid – no restrizioni, manifestazioni sapientemente pilotate dagli illusionisti e dagli speculatori che ne traggono un utile in termini di visibilità (lavorativa, elettorale) e guadagno diretto o indiretto.

Tra gli organizzatori e i partecipanti delle manifestazioni appaiono, spesso, rappresentanti e seguaci della nuova destra, con ciò intesa quella pulsione populista e violenta fondata su poche e confuse nozioni, odio contro tutto ciò che viene percepito come estraneo a una presunta identità nazionale, religiosità distorta.

Tuttavia, sarebbe erroneo ascrivere la adesione dei manifestanti esclusivamente alla loro manipolazione da parte di fazioni politiche e pseudoscientifiche: è di tutta evidenza che essi siano portatori di un malessere diffuso, irrazionale e, perciò, potenzialmente incontrollabile, come già ve n’è stata prova nei disordini di piazza di Napoli e Torino per tacer, oltre frontiera, degli scontri in Spagna e Francia.

Il malessere, il malcontento dei manifestanti sono espressione della paura: di perdere – più che la vita stessa – il lavoro, il guadagno, il pane quotidiano, spesso in conseguenza di una situazione economica già precaria e dissestata dal blocco di primavera che le parziali limitazioni alle attività – e i prospettati irrigidimenti – minacciano di aggravare ulteriormente.

Si delinea pertanto una frattura sociale tra un blocco di persone (ugualmente vessato, intendiamoci, dalle restrizioni) in grado di reggere, emotivamente e psicologicamente, al travaglio indotto dalla paventata o effettiva diminuzione del tenore di vita, dalla delimitazione dell’orizzonte delle possibilità, dalla perdita delle consuetudini (l’aperitivo, il teatro, la palestra, la gita fuori porta, i figli a scuola); e coloro in cui l’incapacità di cogliere il senso di quanto sta accadendo e darvi una spiegazione ha generato frustrazione, smarrimento, instabilità, e quindi una reazione rabbiosa e genericamente, sconclusionatamente, indirizzata contro un impalpabile capro espiatorio che può assumere varie sembianze: il governo, lo straniero, le élites intellettuali, scientifiche, economiche.

La spaccatura prodotta dalle elezioni presidenziali Usa, che contrappone questi due fronti con esiti pericolosamente antidemocratici (si pensi alle sparate di Trump circa brogli inesistenti, che intaccano la credibilità di un sistema da lui stesso governato, e alle sparatorie di piazza dei suoi più scalmanati seguaci), ne è la plastica rappresentazione.

Lo sconcerto delle masse le rende facile preda dei demagoghi: la situazione presenta, mutatis mutandis, analogie con quella che condusse all’instaurazione dei regimi autoritari nel periodo intercorrente tra le due guerre mondiali: impoverimento, crisi economica, epidemie, scarsa scolarizzazione (l’analfabetismo funzionale dei frequentatori dei social network ne è la riproduzione odierna) in società strutturalmente impreparate a rispondere in maniera elastica alle difficoltà contingenti, o perlomeno ad assorbirne in maniera consapevole l’urto; riversamento delle colpe su soggetti esterni; richiesta di tutela forte da parte di ampi strati impauriti e sbandati.

Fatto sta che lo scompiglio sociale trae origine da un dissesto reale: del quale il sistema di rimborsi avviato dal governo non è sicuramente la panacea ma un temporaneo sollievo.

Specie se mal utilizzata per finanziare spese correnti anziché investimenti strutturali da tramandare ereditariamente alle generazioni che seguiranno, la massiccia iniezione di denaro stanziata dall’Unione Europea rappresenta un mero tampone, un ammortizzatore per attutire un tracollo altrimenti improvviso e brutale; finiti questi denari non ce ne saranno altri e, nella prospettiva più fosca, potrebbe conseguirne una regressione economica e sociale spaventosa: disoccupazione su larga scala, diminuzione dei servizi essenziali cui siamo abituati (luce, riscaldamento, sanità, ordine pubblico), aggregazione di turbe affamate e disposte a tutto: roba da uscire di casa con lo schioppo, sempre che un eventuale Benito 2.0 lo consenta.