Auruspici.

Mio padre mi ha sempre considerato e trattato come uno scavezzacollo incapace e inconcludente, e senza dubbio ho fatto del mio meglio per non deluderlo. L’altro giorno ricorreva il suo compleanno. Mi si è rotta la lavatrice, mentre facevo la doccia mi sono trovato una zecca canina sulla coscia, ho dovuto portare tonnellate di panni alla vicina lavanderia a gettone, ripulire la tana e trattare il cagnino. Poi mi è venuta una colica renale. Poi oggi, in una giornata ombrosa e di vento ambiguo, mi è sembrato di riconoscere la sua faccia in una nuvola. Sono mere casualità oppure segni, significati, e in tal caso quali? Ho pensato alla mia prossima fine (ma non sarebbe una novità, il che svalora la coincidenza), o anche ad una esortazione a darmi una mossa. Nel mentre la nuvola, beffarda, si dissolveva.

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Nel nome del Game.

The Game è l’ennesimo libro di Alessandro Baricco che parla di Alessandro Baricco. Durante le ottomila pagine (inizialmente sembrano 324, ma la incredibile prolissità dell’autore riesce nell’impresa di dilatare i concetti fino a renderli evanescenti ed espandere anche lo spazio fisico che li contiene) del volume si ripete incessantemente “Io sono Baricco. Io sono Baricco” ed altre cose inutili come il fatto che la rivoluzione informatica, cominciata quando l’uomo di Cro-magnon incise dei ghirigori su una ruota inventando il primo hard disk, sia una figata pazzesca, che quelli che girano col cellulare puntato a mo’ di bacchetta da rabdomante siano i prototipi dell’homo novus e che la post esperienza sia la post esperienza (idea cara a Baricco, che si rifiuta di spiegarci bene in cosa consista la post esperienza per conservare materiale per il prossimo libro, che si intitolerà “Baricco”). Buon Baricco, anzi, buona lettura, a tutti.

Metafore.

Oggi ho mangiato rigatoni conditi con il ragù di salsiccia che mi lasciò in eredità mio padre. Ieri la fondue acquistata insieme ad una mia ex. In certe culture primitive ci si cibava delle carni dei propri cari. Oggi lo si può fare metaforicamente.

Cave canem.

Il cagnino sta morendo. Sì, lo so, da un bel pezzo solo robe tristi, governo ladro. Il miglior canino del mondo, l’amico più fedele. L’ho vegliato tutta la notte, steso sul divano con lui. Il compagno di tante avventure, di scarpinate in montagna con la prole, a dormire insieme in rifugio, di giri in bicicletta sul portapacchi perché ha la zampa corta. Mite, quando lo rimproveravo mi guardava con occhi dolci, stupefatti e mogi, “perché?”, ubbidiente fino al midollo a meno che non scorgesse di lontano una cagna dove precipitarsi. Compagno di musica, capitò che cantassi su un palco con lui al guinzaglio. Sentirlo dormire ronfettando nella cesta di fianco al mio letto, allungare la mano per accarezzarlo; e svegliarmi con lui sulle coperte. Non si vuole mai abbastanza bene, tutti gli attimi non goduti sono un rimpianto. Dormendo, sognava, e faceva piccoli fremiti e guaiti con voce cucciola sognando, io credo, di quand’era cagnolino. Spesso lo portavo con me al lavoro, come un fattore di campagna; imperturbabile tra la gente; amico di tutti gli altri cani (ma una volta un maremmano lo prese tra le mascelle e lo sollevò di peso). Ardito e libero esploratore, si era perduto all’altro capo della città e lo ritrovai dopo due ore, inspiegabilmente, davanti alla casa in cui mi ero da poco trasferito dopo la separazione. Il mio cagnino, il mio miglior amico. Si piange molto, le lacrime non finiscono mai e non bastano mai.

Game over.

Al supermarket una anziana signora mi cede il posto alla cassa. Ho soltanto tre cose. La ringrazio profondamente e le svuoto il carrellino perché non riesce a chinarsi. Esco, finisco la spesa al negozio a fianco e mentre apro la bici me la trovo lì. Mi dice che è appena stata dal medico, che le ha diagnosticato il diabete e prescritto farmaci poiché l’integratore alimentare che potrebbe aiutarla è troppo caro per le sue tasche. É ancora sotto choc. Tento di consolarla, “il diabete l’hanno quasi tutti a una certa età, non succede niente, provi a variare la dieta…”. Mi guarda e fa “mi scusi, non sapevo con chi parlare, a casa ho solo gatti”. Poi, quando ci accomiatiamo, “ha compiuto una buona azione”. Ecco. E sono andato a casa mia, senza gatti, popolata dai fantasmi di ex figli, ex donne, amici lontani.