Metafore.

Oggi ho mangiato rigatoni conditi con il ragù di salsiccia che mi lasciò in eredità mio padre. Ieri la fondue acquistata insieme ad una mia ex. In certe culture primitive ci si cibava delle carni dei propri cari. Oggi lo si può fare metaforicamente.

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Cave canem.

Il cagnino sta morendo. Sì, lo so, da un bel pezzo solo robe tristi, governo ladro. Il miglior canino del mondo, l’amico più fedele. L’ho vegliato tutta la notte, steso sul divano con lui. Il compagno di tante avventure, di scarpinate in montagna con la prole, a dormire insieme in rifugio, di giri in bicicletta sul portapacchi perché ha la zampa corta. Mite, quando lo rimproveravo mi guardava con occhi dolci, stupefatti e mogi, “perché?”, ubbidiente fino al midollo a meno che non scorgesse di lontano una cagna dove precipitarsi. Compagno di musica, capitò che cantassi su un palco con lui al guinzaglio. Sentirlo dormire ronfettando nella cesta di fianco al mio letto, allungare la mano per accarezzarlo; e svegliarmi con lui sulle coperte. Non si vuole mai abbastanza bene, tutti gli attimi non goduti sono un rimpianto. Dormendo, sognava, e faceva piccoli fremiti e guaiti con voce cucciola sognando, io credo, di quand’era cagnolino. Spesso lo portavo con me al lavoro, come un fattore di campagna; imperturbabile tra la gente; amico di tutti gli altri cani (ma una volta un maremmano lo prese tra le mascelle e lo sollevò di peso). Ardito e libero esploratore, si era perduto all’altro capo della città e lo ritrovai dopo due ore, inspiegabilmente, davanti alla casa in cui mi ero da poco trasferito dopo la separazione. Il mio cagnino, il mio miglior amico. Si piange molto, le lacrime non finiscono mai e non bastano mai.

Game over.

Al supermarket una anziana signora mi cede il posto alla cassa. Ho soltanto tre cose. La ringrazio profondamente e le svuoto il carrellino perché non riesce a chinarsi. Esco, finisco la spesa al negozio a fianco e mentre apro la bici me la trovo lì. Mi dice che è appena stata dal medico, che le ha diagnosticato il diabete e prescritto farmaci poiché l’integratore alimentare che potrebbe aiutarla è troppo caro per le sue tasche. É ancora sotto choc. Tento di consolarla, “il diabete l’hanno quasi tutti a una certa età, non succede niente, provi a variare la dieta…”. Mi guarda e fa “mi scusi, non sapevo con chi parlare, a casa ho solo gatti”. Poi, quando ci accomiatiamo, “ha compiuto una buona azione”. Ecco. E sono andato a casa mia, senza gatti, popolata dai fantasmi di ex figli, ex donne, amici lontani.

The new satira.

(Prologo: la maggioranza parlamentare Cinquestelle – Lega e la formazione del relativo Governo hanno instaurato una nuova lottizzazione delle reti Rai spazzando via le vecchie e consunte cariatidi. Epurato, tra i primi, lo spocchioso Fazio. I telegiornali sono stati rinominati TG Verità. Una nuova generazione di comici si appresta a intrattenere gli italiani negli spettacolini di prima serata.)

Presentatore: “Ed ecco a voi … Marigoldone! Un bell’applauso a Marigoldone!” (clap clap) “Marigoldone ha vinto il sondaggio on line riservato a cabarettisti e battutisti emergenti, ed eccoci qua freschi freschi ad inaugurare la stagione del nuovo! Vai Marigoldone, facci ridere!”

M.: “Chiamatemi Gold. Solo Gold. Mia mamma s’è sbagliata, quando mi ha iscritto all’anagrafe, c’era una pubblicità di guanti da cucina che andava forte e così …”

Presentatore: “Ah ah ah! Sei il migliore, cominci subito a scaldare il pubblico! Vai Gold, vai, facci ridere!” (risatine tra il pubblico)

M.: “Allora … la Merkel è una gran Troika … quella Troika della Merkel!” (risate, applausi, molte risate, qualcuno urla “bravo!”)

M. (sudatissimo, striscia le mani sui pantaloni): “Boldrini … bocchini! Avete presente, no? Bocchini! Bocchini!” (risate fortissime, applausi scroscianti, fischi di approvazione)

M.: “E volete sentire questa su Di Battista e la moglie di Salvini?” (gelo in sala, mormorii)

Presentatore: “Ah ah! Il nostro Gold è un fine burlone! (pacca sulla spalla) Gli piace sorprendere il pubblico, non è vero Gold? Dai, facci ridere, ridere!”

M. (occhi vitrei, paonazzo, alza la voce): “Sì, io scherzo sempre, mi piace scherzare, me lo dicevano sempre i compagni di scuola alle elementari quando scoreggiavo in classe, e poi mi tiravano i cancellini della lavagna, quegli snob del cazzo! La scoreggia è bella, è sana, è naturale, più scoregge e meno vaccini!” (“sii, siii”, risate, applausi, qualcuno si alza in piedi)

M. (rifiata, si carica): “E … e … volete sapere l’ultima, eh, volete? Renzi … Renzi … lo prende in culo dai cani! Anzi … dai Berlus – cani! Berlus – cani! L’avete capita? L’avete capita?” (applausi scroscianti; boati; un anziano signore si sente male, sviene e cade dalla sedia)

Presentatore: “E bravo il nostro Gold! Sei il numero uno! Il pubblico ti ama! Noi ti amiamo! Fate un bell’applauso al nostro Gold!” (pubblico tutto in piedi, applausi, Gold alza le braccia al cielo, poi si inchina ripetutamente, esce di scena acclamato)

Presentatore: “Chiudiamo così, in bellezza, il nostro programma che ci ha fatto tanto ridere, ridere! A rivederci a domani e rimanete sintonizzati per non perdere lo special che segue: “Quella gran puttana dell’Europa”. A domani, a domani!”

Sigla.

180°.

Ho capito di essere un cretino. E l’ho capito ricordando ciò che diceva la donna di servizio dei miei genitori, negli anni ’70, per giustificare il suo voto ai comunisti: “È il partito di noi poveretti”.

Il partito dei poveretti, già, che rappresentava le istanze operaie e proletarie, di quelli che ragionavano con l’istinto e con la pancia, spesso vuota, il partito del popolo con le scarpe grosse e il cervello non sempre fino – anzi, spesso drammaticamente ignorante e come tale manipolabile – contrapposto allo snobismo elitario dei padroni, della borghesia e del clero raggruppati sotto tutte le altre sigle.

Poi i tempi sono cambiati e quel partito si è trasformato assumendo le vesti di un progressismo evoluto che delle vecchie rivolte ha conservato la mera immagine a scapito della sostanza; sposando via via la tutela degli immigrati, degli artisti di strada, dei centri sociali dei graffitari, della pizzica e della taranta, tutta roba pagata dai comuni e dallo Stato, sposando le ragioni dell’Europa e dell’economia di mercato: finchè il proletariato o ciò che ne rimaneva, rimpinguato dai grandi numeri di una ex borghesia proletarizzata e affamata, si è rotto i maroni di vedere il negro e il giocoliere mantenuti con “soldi suoi”; il nemico da combattere, che un tempo si identificava con “il padrone”, è divenuto l’Europa, il Gruppo Bilderberg, i poteri forti, che ha coagulato una resuscitata rabbia, pura, sconclusionata, ignorante, sempre manipolabile.

Ed è con un autentico e paradossale capovolgimento a centoottanta gradi che l’elettorato di quello che fu il più grande partito della sinistra si trovi, ora, a votare due movimenti rappresentativi dell’autoritarismo cieco e ottuso appannaggio della destra più becera e manganellara.

Non lo avevo capito. Ringrazio la mia brava e cara donna di casa. Ma ricordo anche le parole di mio padre, che comprendo appieno solo ora. “I comunisti non cambiano mai”.