Letture 2.

Il libro del post precedente è una vecchia malattia. In realtà non lo avevo mai letto e, probabilmente, mai lo leggerò: è troppo intriso di morte, e di morte ne ho avuta abbastanza da non considerarla più con leggerezza, sicché ho ritenuto sufficiente omaggio alla memoria lo scatto fugace di una fotografia rubato in libreria – i dialoghi sono sorprendentemente ricalcati nel film, più volte visto.

Sto leggendo questo, ben cesellato.

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Personalismi 12. Mimnermo.

Scrivo dal cellulare. Oggi i miei fratelli hanno portato nostro papà al pronto soccorso. Debole, dicevano. Penso al caldo torrido, al poco bere – acqua, non sangiovese. Arrivo a dare il cambio. Mio papà straparla, vaneggia. A differenza di mia mamma, nessuna familiarità con l’Alzheimer. É sempre stato roccioso, tosto, ci siamo scannati per tutta la vita. I fratellini lo vedono ancora così. Vanno via. Mi viene il groppo. Troppo presto, troppo presto. Tac e tutto il resto. Aspetto, sono le tre passate. Lui fa cenni aerei con le mani. Adesso dorme. Una vecchia pastrugna le lenzuola. Un’altra arriva in lettiga, la bocca senza denti spalancata a risucchiare aria inconsapevole. Monitor. Io non me ne andrò così, attorniato da strumenti che non comprenderò, strappandomi gli aghi con mosse inconsulte. Io non me ne andrò. Io me ne andrò.

La lega dei sottouomini sfigati.

E adesso pubblico anche questo, se no sta lì a fare la muffa.

Faccio scorrere quella specie di papiro che è Facebook trovandolo puntualmente invaso dalle mitragliate di post deliranti dei cinquestelle, uno ogni cinque secondi, anche di amici reali che parevano persone assennate e operano come militanti di una guerriglia permanente.

Il delirio ora più in voga è quello contro i vaccini; le scie chimiche hanno perso di mordente; restano salde in classifica le paranoie complottiste circa la conduzione del mondo da parte dello sparuto gruppo Bilderberg e quella dell’Europa da parte della Troika, con annessi velleitarismi scissionisti, sovranisti, anti Euro, anti immigrati.

Recentemente, la vittoria del no al referendum costituzionale italiano e la elezione di Trump alla presidenza degli U.S.A. erano state lette come segni di ribellione delle masse nei confronti di élites culturali predatorie e prevaricatrici, segni di comprensione e scelta del miglior prodotto politico affermate con una consapevolezza raggiunta in autonomia partecipando e attingendo al dibattito sui social media e rigettando la attività di intermediazione e guida fino a quel momento svolta dalle élites.

Non è così e l’onda lunga del dibattito via social lo dimostra: non siamo in presenza della affermazione del buon senso popolare nei confronti delle élites ma, puramente e semplicemente, dell’attacco rabbioso all’intelligenza e alla cultura – intese come capacità di discernere, assimilare, assemblare ed elaborare dati – da parte degli ignoranti esclusi, degli pseudoscienziati di serie B, dei somari emarginati dietro la lavagna, di tutti i frustrati che in vita lor non godettero di alcun credito e furon respinti da ogni possibile e immaginabile consesso raziocinante creato dall’uomo.

Costoro fanno lega: rimodellano la realtà, la storia, la scienza a loro immagine e somiglianza di somari: così i vaccini uccidono per il lucro delle multinazionali, le popolazioni africane migrano perché allettate dalle ONG, la povertà in cui sta precipitando l’Italia è causata da istituzioni sovranazionali perverse: troppo semplice essendo la verità secondo la quale prima dei vaccini si moriva per la puntura di un chiodo, gli africani fuggono dalla morte per carestia e guerra, il baratro della povertà va combattuto con politiche sane in contesti europei e internazionali: verità sostituita da un magma di balle tanto irresistibilmente nebulose e complicate ed esoteriche e sostenute da un chiagnefottismo immanente (“Ciò che l’informazione ufficiale tace! Ci ostacolano ma facciamo sentire la nostra voce!” – segue straripamento di punti esclamativi) da irretire il poverino: che le trangugia come nettare.

Soluzione A): chiamare Jason Statham.

Soluzione B): commentare sarcasticamente ogni stronzata (alla piemontese: “Lei dice?”).

Soluzione C): bloccare tutti gli amici grillini. Ciò forse non migliorerà il mondo, ma darà al nostro mondo un’apparenza migliore.

Personalismi 11.

Colei che ho amato moltissimo, la mia amata amante, che dopo avermi scaricato (cfr. “Rapsodia in mi manchi maggiore”, “Julius prima e dopo” ed altri) per un plutocrate impotente si era rifatta viva con dolci richiami d’amore come “sborrami dappertutto” utilizzandomi come dildo per un paio d’anni, ad un certo punto ha lasciato lui e scaricato per la seconda volta me che finalmente libero la attendevo a braccia aperte, senza ai nè bai, per mettere su casa con un altro plutocrate impotente. Succede.

Di donna in donna sono stato, anche, gravemente innamorato (cfr. “Di nuovo”) di una la cui attrattiva principale era quella di somigliare ad un buco nero o un lago profondissimo e buio nel quale il tuo dare spirituale e materiale, il tuo amare, viene risucchiato scomparendo senza risposte o increspature.

Ed è come giocare alla roulette puntando su un rosso che non esce mai, raddoppiando fino alla bancarotta quella posta che è il tuo investimento emotivo.

Nel senso:

  • Messaggino mio (blablà, insomma I love you).
  • Whatsapp di lei ultimo accesso ieri alle 16.35.
  • Passano invano i giorni, il cuore si fa di pietra, avverti i primi sintomi di pancreatite.
  • Dopo una settimana di apnea coltivi seri dubbi sulla tua identità.
  • Lei si fa viva, ovviamente non glie lo fai pesare mentre rimani appeso alla briciolina che ti viene offerta come una trota all’esca; il cuore ricomincia a battere.
  • Ti palesi con regalino studiatissimo (non troppo costoso perché altrimenti si sente comprata, non cheap perché altrimenti si sente svilita, un qualcosa che rappresenti te e al tempo stesso lei facendo capire che l’hai compresa…): oh, grazie.
  • Passano i giorni, sparizione, non vuoi stalkare, introietti.
  • Messaggino: mi sento una merda; ma faccio veramente così schifo? Oh no, sei un uomo fuori dal comune, spicchi tra la folla e patatì e patatà, e ti ci vorrebbe qualcuno di accogliente con cui parlare, se fossi lì io…
  • Passano i giorni, ultimo accesso whatsapp di lei ieri alle 20.18; fegato in avanzato stadio di decomposizione.
  • Messaggino: beh, anche se non me la darai mai mi basterebbe essere tuo amico. Mah, non mi pare che tu ti sappia mettere da parte ed accogliere l’altro.

Succede.

L’altra sera sono uscito con una donna: bella, alta, mora (prerequisito fondamentale), intelligente, ottima posizione.

Beviamo una cosa: il volume della musica è così alto da far vibrare i bicchieri, sicchè mi dirigo con l’autorevolezza di chi pensa di far(le) un piacere verso il dj e chiedo di abbassare.

Dopo un po’, volume a mille again: adesso torno e glie lo dico. Dai, datti una calmata, che palle! Vengo colto dalla quiete del contadino che vede la grandine distruggere il vigneto e non può farci un cazzo.

Per tutta la sera ha una caccola nella narice sinistra. Finalmente tira su col naso. Le offro un fazzolettino. Epperchè, ho la candela? Ah ah! Ha fatto la battuta. La battuta.

Accompagno a casa, baciamano. Non è molto, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Ricordi.

Un anno e poco più fa è morta mia madre.

Divorata brano a brano da un alzheimer terrificante, trasfigurata e irriconoscibile nei lunghi anni e negli ancor più lunghi mesi terminali.

Ricordo lunghi, interminabili corridoi d’ospedale percorsi a tutte le ore del giorno e della notte per andare a trovarla – di notte, vuoti, mi davano ogni volta una sensazione di vertigine; le veglie al suo capezzale quando ancora aveva attimi quasi senzienti; e poi l’odore della malattia, il pulirle la bocca, l’allentarle la mascherina per alleviare la pressione sul volto o semplicemente l’essere muta o lacrimante presenza; il groppo in gola perenne, il fiato corto; la fuga nella notte di capodanno per bere grappa; e gli ultimi momenti, il primo dell’anno, sentendo il respiro via via più stertoroso, aspettando la fine cui non ho avuto fegato di assistere – sapevo già tutto.

Il funerale il giorno del mio compleanno.

Adesso sto sgomberando la nostra storica casa, troppo grande per mio papà – non babbo – e troppo piena di ricordi stratificati; mobili antichi e oversize, tappeti e quadri, migliaia di libri, vestiti.

Da quella che fu camera mia ho tratto il mio epistolario con varie fidanzate; ho rinvenuto e sottratto una valigia di quarantacinque giri dei miei, ascoltati e rigati da bimbo; e spulciavo tra le mie cose trovando una fogliolina di ulivo della pace, così recitava la nota a mano della mamma; libri da lei regalati o rilegati (opere di Nietzsche, traduttori di latino comprati usati e già rosicati, molti tascabili dei Peanuts che sapeva amassi, da bambino), l’ingenuo breviario di preghiere della comunione, e vestiti bizzarri che mi acquistava e mettevo un po’ per forza e un po’ per pigrizia.

Mia mamma ha ripreso forma in quelle cose; mia mamma come era quando io ero piccolo; e ho rivissuto il suo bene e il suo affetto, la sua tenerezza, e tutte quelle sensazioni che si perdono quando si diventa grandi e ci si indurisce.

Poi c’erano le tonnellate dei libri che ho letto, che non so più dove mettere e che, maledizione, non avrò più tempo di rileggere.

Dei miei vestiti di ragazzo ho portato via un maglione nero melange che, diciottenne, mi ero preso da solo e indossavo fieramente; lo darò a mio figlio: chissà, forse lo metterà, forse proverà quel fascino un po’ arcaico che emanano le robe dei genitori e forse, ripensandoci tra molto tempo, avrà un ricordo buono di me.

Ed è così.

Ed è così che, alla fine della fiera, le cose accadono, non dico indipendentemente dalla nostra volontà ma certo per mutamento fluido della nostra volontà iniziale, oppure per destino, senza che si possa stabilire un confine netto tra quanto la sorte venga influenzata da atti consapevoli o quanto siamo inconsapevolmente agiti da un esterno e lontano battito d’ali.

Fatto sta che, il quattro dicembre, ho votato sì al referendum voltando le spalle ai zagrebelski, ai giuristi assennati, nonostante, o a dispetto di, tutto il mio grave bagaglio di diritto costituzionale in forza del quale avrei fortissimamente dovuto votare no: una rivoluzione, anzi una rivolta dell’animo pian piano germinata nella tentazione di arrischiare ogni tanto una via nuova lasciando la vecchia, e decisamente insorta negli ultimi giorni contro le ignobili motivazioni dell’esercito dei no-ers: ho votato sì sentendomi diverso dal solito ma sentendomi bene, a posto, senza rimpianti: benchè un caro amico, sconfortato dal mio labirintico ragionare, mi abbia benevolmente apostrofato dicendomi “sei il peggiore”.

Poi, siccome le cose accadono, ho visto lei.

Era pomeriggio, tardi, ed era freddo: ma tutto era calmo e caldo come in uno di quei pomeriggi d’estate di grande sole rosso arancione, tempo immobile, molcente fervida quiete ospitale silenziosi abbracci mentali, mutua scoperta, centellinata complicità.

Se potessi, non come Zeus mi trasformerei in cigni, tori o piogge, ma in Gustavo Thöni per portarla a sciare; e sicuramente allora nevicherebbe allietando le Alpi glabre e tristi.